Cinque motivi per leggere “L’occhio del lupo” di Daniel Pennac

Un racconto breve, brevissimo.

L’ho letto in poche ore, sotto il sole cocente siciliano. Mai luogo fu più azzeccato: il racconto si apre con ampie distese di ghiaccio, con lupi che affondano le zampe nella neve, che migrano sempre più a nord perché cacciati dagli umani.
E più si spostano, più scappano, più affrontano il freddo.

E sotto quel cielo rovente e azzurro, provavo a immaginare quel freddo da me così lontano.

Subito dopo, la narrazione si sposta in una distesa di sabbia: è arida, calda, assetata. Mi sono ritrovata in Africa mentre affondavo i piedi nella sabbia siciliana – che altro non è che una porzione di quel deserto, spostatasi un po’ più a nord.

—–

occhioMa andiamo oltre le sensazioni personali e oltre la percezione di temperature così diverse, andiamo oltre quell’immedesimarsi dentro gli artigli per poi passare sopra la schiena di dromedari.

Passiamo oltre e andiamo al perché tutti dovremmo leggere “L’occhio del lupo” di Daniel Pennac.

1) Perché è un ritratto veritiero e senza mezze misure di cosa siamo, di cos’è l’uomo, del grado di cattiveria (se di gradi possiamo parlare) che può raggiungere (che possiamo raggiungere). E poi ancora, di sbatte in faccia dove arriva la sua – la nostra – bramosia da cacciatore per diletto e non per bisogno, da uomo d’affari che vuole sempre di più.

2) Perché dobbiamo ricordare tutti – rendercene conto – come abbiamo schiavizzato il mondo animale, rendendo l’esistenza di qualsiasi specie un inferno in terra.
Non sappiamo con certezza scientifica se il paradiso esiste. Ma sappiamo con certezza che l’inferno c’è e lo abbiamo creato noi.

Lupi che fuggono, cuccioli sottratti alle madri, leoni in gabbia, coccodrilli senza più fiumi, gorilla senza più alberi.

Le case degli animali si dissolvono – le distruggiamo noi – e con arroganza mettiamo il nostro bottino dentro lucide gabbie e facciamo anche pagare il biglietto di ingresso per questo impietoso spettacolo.

3) Perché ci ricorda che possiamo sempre redimerci.
Perché nell’occhio di quel ragazzo che cerca un dialogo con l’occhio di un lupo, ormai disilluso e ostile verso l’uomo, c’è racchiusa un’altra parte di noi.

Quella parte buona, quella parte che forse correva spensierata tra i giardini dell’Eden.

“L’occhio del lupo” ci ricorda che anche in noi c’è una parte genuina e amorevole. Un po’ come ce lo ricorda Il Visconte Dimezzato di Italo Calvino. Sta a noi, soltanto a noi, scegliere quale parte lasciare andare e quale silenziare.

Oppure, semplicemente cercare un equilibrio tra le due parti.

L’occhio del lupo, disilluso e triste, alla fine riesce a captare nell’occhio di quel ragazzo questa parte di noi che abbiamo dimenticato, o cerchiamo di dimenticare.

Tutti possiamo tornare a guardare dentro gli occhi dei lupi – come negli occhi di qualsiasi altro animale – senza più abbassare lo sguardo per la vergogna delle nostre azioni.

E possiamo, possiamo tutti.

Ma solamente se saremo disposti – finalmente – a redimerci, a tornare ciò che eravamo veramente quando correvamo con i lupi, danzavamo con la pioggia e, con le facce sporche di fango, ridevamo.

4) Perché ci fa viaggiare, senza spostarci. Dalle distese di ghiaccio a quelle di sabbia, per poi raggiungere le città industriali dove esistono recinti e guardiani. E libertà vigilate

5) Perché è una favola moderna, che ha un lieto fine nonostante quei recinti e quei guardiani. 

Ritorno in Sicilia – quei treni che non sai se ti porteranno dove vorresti, nell’orario che vorresti

Treni soppressi.
Treni in ritardo.
Treni che non sai in che binario arriveranno.
Treni che non sai se ti porteranno dove vorresti, nell’orario che vorresti.

torreAppuntamenti mancati.
Appuntamenti saltati.
Ti hanno sempre detto che certi treni passano una sola volta nella vita e che sta a te concentrarti e mettere in campo tutte le tue energie per non farteli scappare.

Ma poi capita che, pur con il biglietto in tasca, tu non riesca a prenderli.

E sei stato anche puntuale, puntualissimo.

Magari ti sei svegliato anche all’alba, hai interrotto i tuoi sogni, ti sei fatto dare un passaggio alla stazione – e non quella del tuo paese sperduto nell’entroterra siciliano, perché ormai lì non fermano più i treni. Ti sei fatto dare un passaggio nella stazione più vicina, a soli tre quarti d’ora di strada.

Ma sai, i treni non sempre si fanno prendere.

Succede in Sicilia.

Succede che, anno dopo anno, ogni volta che torni “dal nord”, o dall’estero, o anche dal centro Italia, provi a tornare a casa – nella tua casa dall’infanzia – ma niente. Quei treni sembrano sempre più rari, preziosi, merce ormai unica: prenderli sembra un colpo di fortuna.

Certo, non sempre è così.

Non tutti i giorni.

Ma succede, succede soprattutto a chi è già isolato nello sperduto entroterra siciliano.E ripeto, magari tu sei sempre puntuale e con il biglietto in mano, e magari scegli di fare un viaggio per scoprire le bellezze della tua terra.
Perché no? Magari lasciando l’auto a casa.
Inquini di meno, ti stressi di meno, puoi sederti accanto al finestrino e guardare le bellezze della tua costa.

Ma non sempre potrai goderti quel paesaggio.

Perché magari il treno non passa, o è in ritardo, o ti manderanno un bus sostitutivo “ma non sappiamo bene a che ora arriverà, adesso si organizzano”.

Tante volte, anche – e principalmente – su questo blog ho “decantato” il romanticismo dei viaggi in treno, di quei percorsi immersi nel verde selvaggio dell’entroterra per poi passare all’azzurro del Mediterraneo. Passare dal verde all’azzurro così, all’improvviso, giusto il tempo di andare oltre quella curva che scorgi davanti al tuo convoglio.

Tante volte mi sono lasciata trasportare dai ricordi di un’adolescenza trascorsa sui treni per raggiungere il liceo, per andare nella città più vicina al mio paese – sperduto dell’entroterra siciliano – per seguire corsi di musica e di giornalismo.

Inseguivo sogni – diventare musicista o diventare giornalista – ed è bello ricordare come fosse il treno ad accompagnarmi nell’inseguire quei desideri.

Ma poi smetti di sognare ad occhi aperti – o di ricordare quei viaggi in compagnia degli amici di infanzia – e fai i conti con la realtà.

Perché capita che un giorno, sotto il sole cocente siciliano, resti in una stazione ad attendere non sai quanto, non sai bene per quanto.

E vorresti chiedere informazioni, aiuto, consigli, ma le stazioni deserte, dagli uffici abbandonati, trasmettono solo voci meccaniche, fredde, distanti.

Cerchi su internet, vai su google, apri l’app.

E guardi quell’orologio impolverato. Ti chiedi se ce la farai a prendere l’aereo. O una coincidenza.
Perché qui, in Sicilia, ormai è tutto una coincidenza.

Mai mi pentirò

Mai pentirsi di un amore donato:
si tradirebbero i ritmi antichi
del cuore.

Mai pentirsi di una carezza spontanea:
si rinnegherebbe l’utilità
del tatto e del contatto.

Mai pentirsi di un bacio poggiato
su una guancia ignara:
si cancellerebbe l’innocenza
della sorpresa e della meraviglia.

O forse anche dello stupore.

Mai mi pentirò
di quell’affetto che ho
lasciato crescere
e lasciato andare via.

Mai mi pentirò
di avere dedicato a te
il mio tempo d’estate.

Mi spiazza questa lentezza, e questo sentirmi un’estranea anche tra le cose mie

È l’ultima domenica di un arido luglio siciliano. Mi lascio avvolgere dal caldo su una sedia, un intreccio di vimini e tocchetti di legno. Osservo le edere che circondano le imponenti finestre che si affacciano in questo cortile interno di un ex feudo.

Un edificio feudale convertito ad agriturismo, dove il tempo sembra essersi fermato ad anni fa. Il tempo non scorre tra queste colline morbide e dalla terra secca, alle volte coperta da spighe di grano, alle volte da chiome argentee di ulivi.

Sono già passate quattro ore dal nostro arrivo, e il pranzo non è ancora terminato.

Quasi mi spiazza questa lentezza di una domenica arida siciliana, a cui non sono più abituata.

Da quattro anni non vivo più in Sicilia, e in questi ultimi anni ho visto più cascine che feudi.

Da quando sono andata via, ho sempre contato i minuti che impiego per pranzare, per incastrare il pasto tra una riunione e l’altra. Oggi, tra le video conferenze che mi tengono in contatto con i colleghi anche durante lo smart working.

Conviviamo ancora con il Covid.
In Lombardia sembra essere sentito ancora con quella paura che qui, almeno apparentemente, pare essere andata un attimo in letargo.

ioMi spiazza questa spensieratezza, dopo sette mesi lontana dalla mia terra e cinque trascorsi in casa, azzerando i contatti fisici con il mondo.

Mi spiazza questa lentezza come mi spiazza sentirmi estranea tra la mia gente.

Sentirmi in un posto non mio, nonostante qui ci sia nata e cresciuta.

Il tempo scorre, sono passate quattro ore dalla prima portata e attendiamo ancora il dolce.

Il tempo scorre, sono passati quattro anni dalla mia partenza per la Lombardia, dal giorno del mio addio alla Sicilia e questo caldo mi sembra anomalo, anche se forse sto ricominciando ad abituarmi.

Ieri notte non ho chiuso occhio.

Mi sono spostata, con il mio cuscino sotto il braccio, in tutte le stanze della mia casa di infanzia alla ricerca di un angolo un po’ più fresco.

L’aria condizionata mi distrugge, non posso tenerla accesa durante la notte. E trascorro le ore a ri-esplorare, a poche ore dal mio atterraggio a Punta Raisi, tutti gli angoli della casa in cui sono cresciuta.

Mi ritrovo davanti una piccola libreria carica di Dylan Dog e di riviste di musica. Ricordavo di avere quelle due collezioni, e mi stupisco – adesso, dopo sette mesi senza poter tornare a casa, causa emergenza Covid – che siano così corpose.

Ma davvero ho comprato tutti questi fumetti? Ma che bello, mi dico, mentre il sonno mi implora di cercare un posto fresco per passare la notte.

Alla fine mi rassegno e torno lì, nella mia stanza di sempre.

Il comò ha la superficie piena di oggetti del mio passato, che custodivo e tenevo lì – come esposti – perché per me importanti.

Li sposto un po’, per fare spazio al mio cellulare e agli auricolari.

Li osservo per un po’. Sono piccoli regali ricevuti anni fa da amici – alcuni ancora presenti, altri persi – mentre un piccolo porta gioie conserva ancora bracciali, orecchini e collanine che oggi non indosso più.

Avevo lasciato tutto qui, partendo di corsa con solo due valigie, selezionando cosa fosse realmente essenziale e cosa potesse rimanere qui ad attendermi.

Tutti questi oggetti (regali, souvenir di piccole vacanze da studentessa universitaria, gioiellini) mi hanno atteso, non sono cambiati. Alcuni hanno solo dei colori leggermente sbiaditi dal tempo.

Mi hanno atteso e adesso io li guardo come se tra loro e me ci fosse una distanza non di quattro, ma di molti più anni.

Provo a indossare una collana, e mi rivedo la ragazzina spensierata che ogni weekend tornava nell’entroterra siciliano da Palermo.

Mi rivedo la ragazzina spensierata che non sapeva che un giorno avrebbe guardato quella collana, indossata tutti i giorni, come un oggetto così estraneo.

Tolgo la collana, una cordicella nera con un ciondolo a spirale, e la rimetto al suo posto, in uno dei cassetti del porta gioie.

Mi spiazza questa lentezza, e questo sentirmi un’estranea anche tra le cose mie.

Sette mesi senza vedere la mia casa, i miei oggetti che una volta erano della mia quotidianità, i miei luoghi…sette mesi sono stati troppi. O, semplicemente, non ero abituata a questa pausa tra un viaggio di ritorno e l’altro.

Mi spiazza questa incertezza del domani. Chissà se ci sarà un’altra emergenza sanitaria, chissà se riuscirò a tornare a Milano, chissà se poi – dopo essere tornata a Milano – dovrò attendere così tanto per rivedere i miei luoghi.

Chissà se mi sentirò ancora estranea anche al suono di questa sirena che, dalla piazza del mio paese, scandisce i ritmi della giornata (le otto del mattino, le tredici e le venti).

Chissà.

E queste case non custodiscono più niente

E queste case
non custodiscono più niente.

Qui c’erano segreti, una volta,
risate e silenzi,
il mescolare del latte
e il cullare delle madri,
tra i loro panni bianchi
profumati di sapone.

Qui c’erano corpi, una volta,
e cercavano riposo e tregua,
abbracci notturni,
e attese di albe,
con i loro treni lenti
a vapore o a carbone.

Qui c’era un casellante,
una volta.
Faceva scorrere i convogli
che inseguivano sogni,
o che coltivavano speranze,
o che cercavano l’altro,
altrove.

Qui c’erano case piene di
mandorle e uova,
c’erano caselli
sempre accesi e attenti.

Qui c’era una vita,
tra strade silenziose.
E prima, i silenzi
erano minati da sussurri,
respiri.

Oggi sento solo
questa porta cigolare.

Qui finisce il cielo

Zia, sai dove finisce il cielo?
Finisce dove finisce la città.

Così mi dici mentre riposiamo sul tuo lettino,
mentre cerchiamo di parlare a bassa voce
per non interrompere il rito del sonno.

Ma i tuoi pensieri corrono, fuori da questa stanza,
oltre le finestre.

E sogni ad occhi aperti
luoghi cose e suoni
di cui ancora non conosci l’essenza.

E immagini lune che si possono toccare,
e cieli che si possono misurare.

Perchè la vita, per te, è così.

Un mondo definito,
uno spazio con principio e fine.

E la fine non è mai tragica.
Perchè la tua pelle è giovane,
e sai che c’è sempre un domani
a porgerti nuove domande,
nuovi segreti svelati
e nuovi mondi da disegnare
coi colori della tua fantasia.

Il cielo finisce dove finisce la città,
e guardi la valigia con cui partirai
per le ferie estive
lasciandoti alle spalle Milano,
per poi tuffarti nelle coste siciliane.

E sai già che lì ci sarà
un nuovo cielo.
E forse anche un nuovo sole.

La vita ricomincia sempre,
altrove.

E per te è l’altrove
l’infinito.

Non il cielo.
Il cielo è piccolo
e lo tieni dentro di te
con le sue infinite stelle
e le innumerevoli lune
che ti ruotano intorno.

E io con loro.

Straordinario

Cammino mentre il tram
strappa via i capelli
che coprivano il mio volto
che nascondevano i miei occhi,
o che li nascondevano alla città.

Tutto sa di sabbia sedimentata
di vento assente
di torrenti prosciugati.

Un pugno allo stomaco
o una cicatrice sul petto
cosa sarebbero, in fondo,
se non un modo per distrarsi?

Alzo la testa oltre questo recinto
fatto di palazzi e cemento,
di terrazzi e finti Eden.

E mi rendo conto,
mi rendo conto solo adesso,
che non so dove sto andando.

Non vedo oltre,
e non distinguo più il giorno dalla notte,
il sale dallo zucchero.

Sento voci, voci indistinte
e vorrei solo sfiorare una volta,
solo una,
la terra bianca della Luna.

Per poter dire,
per poter raccontare,
per poter ricordare
che qualcosa di unico
straordinario
qui esiste.

Ma alla fine ci rifletto.
Lo straordinario esiste.
Perché esisto io.
Perché esistiamo noi.

E quindi lascio penzolare questi piedi
seduta su un ponte
che una volta avvolgeva un fiume.

Chiudo gli occhi
e cerco un brivido,
mentre mi lascio penzolare.

E non voglio più sfiorare
la terra bianca della luna.

Perché mi basta sfiorare
la pelle pallida
della tua mano incerta.

La mia notte è perduta

La mia notte è perduta.
La mia notte è spietata.

Copriti tu.

Io resto nel prato
a contare le stelle
che ancora mi inchiodano a te.

Nostra è la notte

Non gridarlo a voce alta
ma ricordalo:
nostra è la notte.

Nostre sono quelle luci gialle
appese come stelle
sospese sull’asfalto
dove le ruote delle nostre bici
scorrono via
come acqua di sorgente
assettata di nuovi percorsi.

Nostri sono questi marciapiedi
che ci fanno da sedie
o da poltrone di un confessionale
dove ci accovacciamo
per redimerci
per sussurrarci
ciò che al giorno
non sveleremo mai.

Nostri sono questi scogli finti
bagnati da acqua, sale e vento
circondati da prato verde
che da cuscino fa alle nostre cadute
mentre ci struggiamo
alla ricerca di radici abbastanza lunghe
o forti
da poterci fare andare oltre.

Nostro è l’oltre che cerchiamo
tra la bellezza di vicoli antichi
che nascondono meraviglia e decadenza
dolcezza e umidità
giochi spontanei in strada
di bambini che non conoscono
il luccichio del denaro
ma solo delle loro balate.

Nostri sono quei sorsi
di vino e birra
di acqua e vita
che lì hanno un altro sapore
– il sapore della spensieratezza.

Così mi dicevi.

Nostra era la giovinezza
l’incertezza del domani
la speranza di restare sempre lì
dove il tempo era incalcolabile,
passava come passa il vento autunnale:
un brivido che non ci scosta.

Nostra era la città
con la sua notte gialla
con l’alcool nelle vene
con i sorrisi incontrollati
con gli abbracci inaspettati.

Nostra era la notte.

Ma forse lo abbiamo gridato troppo,
troppo forte.

E adesso siamo soldati
senza un generale.

E adesso siamo pedine
senza una scacchiera.

E adesso siamo naufraghi
che vogliono solo
lasciarsi sprofondare.

Voglio fuggire e voglio restare

Quando capirai che le parole
sono macigni scaraventati
in faccia
capirai perché vorrei diventare un gatto.

Vorrei stare lì, in un angolo,
in silenzio,
a graffiare un mobile vecchio
mentre attendo che il sole tramonti.

Vorrei stare lì, pronto per un agguato
in piena notte.
Cercherò le mie prede
con la complicità della luna.
E resterò impunito.

Vorrei stare lì, nascondere i miei crimini,
e comunicarti con i miei silenzi
e le mie fusa
e i miei graffi improvvisi
che voglio fuggire e voglio restare.

Ma vorrei anche accovacciarmi.
E senza le parole – macigni sul cuore,
dirti che una carezza non è mai un crimine.
E vorrei rubartela
con la complicità della luna.

Ma ci sono le parole,
macigni che cadono giù,
all’improvviso,
da una montagna che frana.

E in quel momento no,
non vorrei più essere lì.

Vorrei attendere la luna altrove.
Ma dimmi tu
dove posso trovarlo
l’altrove.