La venditrice di rose

rosaIo non so chi sia. Non so nulla di lei e del suo passato. L’unica cosa che so è che dal lunedì al venerdì è alla stazione Cadorna. Tutti i giorni. Nonostante gli acciacchi dell’età avanzata e che continua ad avanzare. Nonostante non riesca a tenere dritta la schiena. È sempre lì, in piedi, nonostante tutto. Con il suo carrellino per la spesa pieno di rose rosse, rosa, gialle e bianche. Scruta con attenzione i volti di tutti i passeggeri che salgono e scendono dalla metro. Volti con occhi distratti, con la mente altrove, con la premura in corpo. Tutti corrono, ma non lei. Lei con pazienza osserva i visi dei viandanti, sperando di trovare un acquirente. Non importuna. Si limita a tenere una rosa in mano e a mostrarla.

Oggi ne ho comprata una. Appena mi ha visto ferma davanti il suo carrello ha sgranato gli occhi.
“Quanto pago per una?”
“Tre euro” mi ha detto, quasi esitando.
Mentre frugavo in borsa, alla ricerca delle monete, mi ha sussurrato “Grazie”.
Tenevo la testa china e continuavo a cercare. Mi ha sussurrato ancora “Grazie”.
Le ho dato le monete e mentre andavo via, con la mia rosa in mano, mi ha detto ancora “Grazie”.
Non ho avuto la forza di guardarla in viso. Mi sono sentita impotente. Mi sono sentita responsabile di una società che fa schifo, che abbiamo creato noi e che non sappiamo cambiare.
Non so chi sia, non so cosa la spinge a stare lì, anziana, con la schiena curva, sempre in piedi, tutti i giorni. Forse i veri milanesi lo sanno.
Ma a me poco importa. Ho visto in quel volto una nonna che fatica. Una donna che fatica. Una persona che non si arrende e vende sorrisi, perché vende rose che noi regaleremo. E che non smette di ringraziare.

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Terrone fuori sede: come sopravvivere al Natale del Sud

FB_IMG_1513877442038Terrone fuori sede, parlo con te. Sei sicuro di essere pronto per tornare in Sicilia in vista dei tanto attesi cenoni di Natale e di Capodanno? Ok, torna e sii felice, ma non vanificare in due settimane tutto quello che l’imbruttito nordico ti ha insegnato, con pazienza e perseveranza, per mesi.

Ecco una piccola guida su come sopravvivere alle feste senza prendere peso, senza lasciarsi travolgere da domande imbarazzanti e, soprattutto, tenendo sempre l’occhio sul fatturato.

1) Sopravvivere ai pranzi e ai cenoni: porta in tavola una schiscetta vuota. Va bene le feste, va bene godersi la vita, ma attenzione alle porzioni. Stop ai mega piatti della mamma e della nonna, stop alle solite giustificazioni “se non mangio ci resta male”. Mangia serenamente ma, prima di ingozzarti, dosa il tutto! Inserisci gli anelletti a forno o le fette di polpettone dentro la schiscetta che porti solitamente con te a ogni pausa pranzo. Così sarai certo di mangiare le giuste porzioni. Dopo averla riempita infilala nel congelatore e avrai il pranzo pronto per quando tornerete in azienda. Poi torna a tavola e svuota in cinque minuti le teglie appena sfornate.

2) Sopravvivere alle tombolate: ok divertirsi con gli amici, ok non badare a spese, ma l’occhio deve rimanere vigile sul fatturato anche durante le festività. Quindi, prima di scegliere il budget da investire nell’acquisto di cartelle da tombola, fai dei veloci calcoli così come l’imbruttito ti ha insegnato: quante persone stanno giocando insieme a te? Quante cartelle acquistano in media? Qual è il valore di ogni singola cartella? Fai quindi un rapidissimo calcolo delle probabilità per capire se potrai azzeccare un ambo, un terno ecc. Nulla va lasciato al caso.

3) Sopravvivere al Mercante in Fiera: qui la situazione si complica perché il gioco esige della presenza di una commissione antimafia apposita (pardon, commissione anticorruzione, è un termine più attuale per la politica siciliana) che vigili sulla trasparenza e sul rispetto delle regole. Chiedi di presiederla e scegli con cura i tuoi partner. Occhio a evitare gli ubriachi, i facilmente corruttibili con un cicchetto di vodka o un bicchiere di spumante e, peggio ancora, quelli facilmente corruttibili con una fetta di pandoro. Ti renderai conto, quindi, che non potrai scegliere nessuno. Sarai solo tu il componente della commissione anticorruzione quindi corrompi, scatenati: non lo vedrà nessuno! Ah no, non si fa!

4) Sopravvivere alle domanda “e la fidanzata / e il fidanzato”, “quando vi sposate”? Qui le lezioni del nordico imbruttito ti vengono subito in soccorso e sono più che utili! Forse le più utili di tutte! Spara tre – quattro anglicismi a caso in una frase alla Tognazzi e il gioco è fatto. Un esempio: “Ma guarda, prima di partire abbiamo fatto una call giusto per fare un check. Siamo rimasti di ri-aggiornarci con un brief al newt year, tutto in chiave molto easy e friendly! Magari davanti un ape o una lambretta, poco cambia! Alla fine non lo vedi come stuzzica? Sembra tutto prematurato”. In pochi avranno il coraggio di chiederti cosa significa.

5) Sopravvivere alla lentezza: non vorrai mica tornare a essere lento in tutto? Non vorrai mica perdere il ritmo e, soprattutto, la puntualità conquistata dopo mesi di gavetta e di fatica!? Niente panico, tieniti allenato con queste semplici regole. Se passeggi in piazza con gli amici, chiedi agli anziani di mantenere la destra così da poterli sorpassare a sinistra. Al bar, quando devi pagare il conto, chiedi gentilmente al cassiere di non stare a conversare per ore con il tipo in fila davanti a te. Possono sempre sentirsi in orario post – lavoro! Che serietà è mai questa? E cosa sono questi pranzi che iniziano alle 14 per finire alle 18? Ricorda a tutti che hai un ritmo ormai diverso e che il tuo stomaco inizia a brontolare già alle 11.45. Non ti ascolterà nessuno, lo sappiamo, ma niente paura: esci (ribadisco “esci”) la teglia di pasta a forno già pronta e inizia a mangiare. Poi alle 14, quando arrivano gli altri invitati, preparati una seconda porzione non dimenticando però di misurare quella da portare al nord con la schiscetta.
Cerca inoltre di dare appuntamenti precisi, indicando non solo i minuti ma anche i famigerati secondi: una delle prime cose che hai scoperto vivendo al nord e che no, non si mangiano.

6) E poi, ricorda: basta sprecare benzina facendo il “giro in macchina” (che poi non s’è ancora capito dove vai. Ma è normale partire senza una meta?). Per quanto puoi camminare per ore, non digerirai mai il pranzo seduto su un’auto. Scegli piuttosto (anzi, piuttosto che) di essere ecofriendly e spostati in bici. Ah, non hai una bici? C’è sempre il bike sharing! Ah, nel tuo paese sono così giargiani da non avere il bike sharing? Frega (ops, noleggia) il triciclo di un nipote o cuginetto. Ne troverai uno, anche di quarto grado, invitato al cenone o al pranzo e che manco sai come si chiama. Ma è “sangue del tuo sangue” e gli vuoi bene ugualmente.

Arrendersi alla fine dell’estate – Non sarà mai una dea

Mi ero arresa a una città che avrei iniziato a scoprire da lì, quel giorno, attraverso gli occhi di un ex galeotto che, da poco tornato in libertà, aveva deciso di regalare un quadro su San Lorenzo alla parrocchia di quartiere.

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Arrendersi in autunno, mentre cadono le foglie leggere, gialle.
Arrendersi alla fine dell’estate e riprendere la valigia in mano. Come sempre. Come ogni anno.

Quando avevo 19 anni la prendevo per tornare in maniera definitiva a Palermo. Lasciavo gli amici di infanzia per tornare a vivere in una città che, all’inizio, mi sembrava così infinita e difficile da scoprire. Si ricominciava con le lezioni. Si riabbracciavano le coinquiline. Si tornava ogni mercoledì (che poi, tra noi, non abbiamo mai capito perché la scelta del mercoledì) a mangiare insieme la pizza a mensa.
Si tornava a ordinare le brioche con gelato da Ciccio. Si tornava a chiedersi “E che mangiamo stasera? Pezzo da Ganci?”.
E ci bastavano una mattonella o un rollò.

Si tornava a fare pausa tra una lettura e l’altra nel salotto di casa Corriere (era quello il cognome della nostra proprietaria). Tutte su un divano di velluto rosso, dai cuscini ormai quasi vuoti e consumati dal tempo. Chi non riusciva a prendere spazio lì, sedeva intorno al grande tavolo in marmo della sala da pranzo, accompagnato da sedie antiche dai sedili imbottiti rivestiti in stoffa.
Di cosa parlavamo? Di cosa si scherzava?
Adesso non ricorso più. Mi ricordo distintamente che si rideva.
Si arrivava al giorno dell’esame con il supporto di tutte.

Ma prima dell’esame c’erano quei giorni di autunno in cui tutte – tutte – ci eravamo arrese alla fine dell’estate, al ritorno in città. E quasi ci pesava un po’ avere lasciato i nostri paesi.
A me pesava, perché amavo uscire e percorrere le strade deserte del mio paese con la mia Matiz. Ero al mio terzo anno a Palermo – ricordo – e di Palermo conoscevo appena il teatro Massimo o il pub Lulù.

La mia vita cambiò il giorno in cui mi incaricarono di trovare una notizia sul quartiere San Lorenzo. Era la mia prova del nove, un test che andava superato se volevo scrivere su un quotidiano.
Dov’è San Lorenzo? Cos’è San Lorenzo?
Con il panico nello stomaco ma la determinazione nel cuore presi una cartina di Palermo e guardai. Guardai a lungo. Era una piccola cartina del centro storico e che ci forniva l’Ersu Palermo. C’era il minimio indispensabile. Tutto quello che può servire a un universitario fuori sede per sopravvivere in città.
San Lorenzo non c’era ma c’era una piccola riproduzione della linea metropolitana, “il trenino”. Lo presi senza esitare e quando scesi mi ritrovai in una strada per me troppo grande, troppo vasta. “Cerco una piazza” dissi a uno studente liceale che era sceso dal treno subito dopo me. “Quale piazza?” “Quella più vicina”.

E mi ritrovai nella piazza di San Lorenzo.

Mi ero arresa all’autunno. Mi ero arresa a una città che avrei iniziato a scoprire da lì, quel giorno, attraverso gli occhi di un ex galeotto che, da poco tornato in libertà, aveva deciso di regalare un quadro su San Lorenzo alla parrocchia di quartiere. Attraverso gli occhi di un anziano pensionato, ex operaio, sposato con una donna di nobili origini, che già a ottobre iniziava a raccogliere libri, pupazzi, giochi e caramelle per poi, a dicembre, indossare gli abiti di Babbo Natale e donare un pacchetto (incartato da lui e dalla moglie) ai bambini del quartiere che non avrebbero trovato alcun regalo sotto l’albero la mattina del 25 dicembre.

Avrei conosciuto la città attraverso i giochi dei tanti piccoli bambini dei due oratori e campetti di calcio. I attraverso la determinazione dei genitori che facevano di tutto per offrire qualcosa ai loro figli, nonostante la vita in un quartiere in cui tutti dicevano “Qui è San Lorenzo. Poi scendiamo a Palermo”.

Mi ero arresa all’autunno. Mi ero arresa a una città che avrei iniziato ad amare soprattutto attraverso gli occhi di un ottantacinquenne che ogni mattina, nonostante la schiena immobilizzata dagli acciacchi dell’età, sollevava leggermente un innaffiatoio per mettere l’acqua nella terra che, proprio davanti casa sua, accoglieva un alberello di arance. “Questa pianta non la cura nessuno – diceva – Il Comune non passa mai. Ci penso io – mi diceva – Ma sei così piccola! E vuoi lavorare? Vuoi scrivere di me? Non faccio niente di straordinario. Porto l’acqua a una pianta di arance”.

Esattamente un anno fa (il 7 ottobre 2016) passai per caso con l’autobus davanti quella casa. La porta davanti cui sedeva l’anziano era chiusa. Non c’è più nessuno seduto con le mani sulle ginocchia a guardare la strada e a godere degli ultimi spiragli di calore. Ma l’albero era ancora lì. E non era più un groviglio di piccoli rami fragili. Aveva una chioma verde intenso e, a differenza della prima volta che lo vidi, delle piccole arance che cercavano di farsi spazio. E aveva un tronco più robusto. Un tronco che, anno dopo anno,, si alza sempre più verso il cielo azzurro di Palermo.

La vita in una scatola – Non sarà mai una dea

La vita da emigrata non si riassume nel peso di quel pacco che arriva da giù con il corriere mentre sei a lavoro.

Non si riassumere nei vestiti che pieghi e metti nell’armadio della tua casa in affitto, mentre pensi al gesto di tua madre che dall’armadio “di giù” li ha presi per riporli in quella scatola di cartone.

No. La vita da emigrata si disperde nel peso di tutte quelle piccole cose che non potrai portare su. Perché superflue, perché inutili, perché oggetti di per se insignificanti. Ma racchiudono ricordi. Racchiudono – per me – 29 anni.

Come Rossetto, il mio pupazzo di infanzia. Un piccolo peluche fucia che non ho mai capito se gli adulti chiamassero Rossetto o Orsetto. Nell’incertezza, con la vanità di una bambina che rubava i rossetti ormai consumati dal contenitore dei trucchi della madre, optai per il Rossetto.

Oppure il porta gioie dai colori pastello, gialli e verdi come chiazze di acquarelli di un pittore post impressionista. Tre cassetti, uno specchio. Lo scelsi con mio padre accanto dopo avere superato non so quale lunga febbre e non ricordo quante “punture” di cosa.

“Se volete farmi la puntura – dicevo – dovete darmi cinquemila lire. Per ogni puntura, si intende”. E se si pensa che quel ciclo di punture durò 15 giorni, alla fine avevo raggiunto una somma niente male per una bimba di otto anni.
“E ora mi compro un regalo”. Dopo tutte quelle lacrime versate a pancia in giù e – ammettiamolo – anche qualche vomito per la paura e il terrore dell’ago, un regalo me lo auto meritavo.

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Oppure ancora, quello schiacciapensieri appeso al lampadario. Il ricordo di una delle tante feste patronali in cui ero riuscita a essere presente per 29 anni consecutivi.

E poi c’è la tazza di Praga, il mio primo viaggio all’estero – e vidi chi priu quella piazza dell’Orologio che sembra la riproduzione in miniatura (e anche la brutta copia) dell’orologio di Messina. E minchialufriddudipraga.
Però quella tazza con una Praga dal cielo rosa confetto mi ricorda i 18 anni appena compiuti, quella stanza fetida dell’hotel in cui dormivo con compagne di classe alcune perse, alcune con me da quando avevo 6 anni (vero, Cì?).

E poi c’è quel flauto indiano da 2 euro trovato in un bazar di Palermo. E di certo anche dentro un post sulla mia stanzetta – bazar siciliana doveva esserci Palermo.

O quell’improbabile cappello di paglia acquistato durante una rappresentazione delle opere classiche al teatro di Siracusa e che mi fece guadagnare le attenzioni di un giovane marines americano che mi raccontava di essere lì perché le opere sono famose in tutto il mondo. Non poteva perderle! Ma non sapeva una parola dell’italiano, a parte “sei bella”, quindi mi chiedo cosa abbia compreso di Medea.
Però le ricordo ancora le risate del gruppo con cui ero lì, seduta sui sedili in pietra del teatro. Li ricordo ancora, i miei compagni di teatro, a prendermi per il culo perché lui parlava in inglese e io sapevo solo rispondere, con una forzata gentilezza, “yes, of course”.

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Ah, in quella mia cameretta diventata in 29 anni un bazar ci sono anche i numeri migliori di Dylan Dog. Sono in piedi, uno accanto all’altro, su una mensola in legno blu che mia madre fece appendere per disperazione. “Hai troppi libri nella libreria” mi disse un giorno. “Ma la libreria ha solo due scaffali” ribattei io. E allora eccomi una nuova mensola. Dopo mezz’ora era già piena.

E ora dove li metto gli altri Dylan Dog? Chiesi.
Per disperazione mia madre acquistò una libreria da dieci scaffali che ancora oggi le ripeto essere non sufficientemente capiente.

E la libreria da due scaffali – per la cronaca – ha le parti centrali delle tavole sempre più inclinate. Prima o poi il legno cederà, lo so. Le tavole si spezzeranno e cadranno giù tutti i libri. Giù, sulla cassapanca posizionata sotto la libreria e che è ricoperta da un’altra fila di libri.

Ma anche da due bottiglie di vodka e da una di vino. L’ultima è un regalo per i miei trent’anni. Forse un messaggio gentile per dirmi di smettere di bere lo schifo. L’altra è una bottiglia vuota di vodka alla fragola, reduce da non so quale festa universitaria a casa Corriere. L’altra ancora è di un improbabile gusto al melone bianco. La conservo ancora sigillata. Regalo di un altro compleanno. Ok l’amore per la Russia, ma forse è meglio che resti chiusa. Il perchè si perde nei vicoli di Ballarò. E rieccola Palermo.

Perché da Palermo vengono anche i tanti pass per festival, manifestazioni e convegni per cui ero riuscita a lavorare o a cui ero andata (come quello di Perugia, o quello di Marsala). Festival del giornalismo, in gran parte. Il giornalismo: qualcosa che mi sono lasciata alle spalle e di cui in quella stanza ci sono mille tracce. Tra le bozze dei numeri del periodico che per un po’ di tempo ho gestito, nelle foto di presentazioni di libri in cui ero invitata come giornalista. Nelle agende dalle copertine nere in cui prendevo appunti. Un’altra vita. Un altro mondo che non posso mettere in una scatola. E, di fondo, anche non voglio.

Perchè, se anche potessi, non metterei nulla di quegli oggetti in una scatola.
Provate voi a strapiantare un albero qualsiasi e a metterlo in un terreno che non è il suo. Un albero a cui tenete, a cui tenete davvero. Che succede a quell’albero?
Ecco, io non ce lo vedo Rossetto sul letto della mia abitazione (non casa) di Milano.

Non ce la vedo quella bottiglia di vodka al melone nella mia cucina di Milano.

Non ce lo vedo quel cappello di paglia poggiato sul comodino a 300 metri dal Naviglio.
No. Non ce li vedo.

Io sono, perché c’è quella festa di paese.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Così scriveva Cesare Paese.

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Ma queste parole non sono soltanto sue. No. Queste sono le parole di chiunque – chiunque – viva al di là dello stresso, stretto in un posto dai confini indefiniti ma comunque stretto. Perché è in quella terra, in quell’isola, che sono rimaste le nostre radici. È tra quella gente che c’è anche un pezzo di noi. Sopravvive lì, anche se noi siamo altrove. Rimaniamo tra la gente che ci ha visto crescere, che ci ha visto fare le prime pedalate, che ci ha visto guidare per prima volta un’auto. E quel senso di appartenenza con quella terra e con quella gente la sentiamo nelle ossa, sulla pelle. E la sentiamo ancora di più – quasi a stringerci in un abbraccio che soffoca ma a cui non ci vogliamo sottrarre – quando quella statua, quel triangolo dorato con la punta nera, esce avvolta nel suo mantello prezioso dalla porta della chiesa madre del paese. Il paese.

La chiesa del paese. La piazza del paese. Quella fontana con i tritoni lì in mezzo, a scandire il passaggio tra sacro e profano, tra gli uomini in carne ed ossa e i santi venerati.

Tradizione, cultura, folklore: una festa di paese, si sa, è tutto questo insieme. È fede. Ma anche non fede e, semplicemente, rito – comunque rito – del tornare lì dove si è nati e celebrare il paese. Intorno a una tavola imbandita. O in una campagna poco lontana dal paese. E il rito si celebra tra le teglie di pasta a forno, in mezzo al corteo per la Madonna che sfila tra le strade in salita e in discesa.

Il rito si celebra uscendo dalla casa in cui si è nati con addosso il vestito più bello. Il vestito della festa. Altra tradizione immutabile. Altro rito profano che si affianca alla benedizione della piazza piena di fedeli. Perché tutti quei fedeli indossano il loro vestito migliore, l’ultimo acquisto – e il più caro – perché è un giorno di festa.

È la Festa della Madonna di Loreto che – seguendo le tradizioni e l’iconografia delle epoche più antiche – si sovrappose a quei dei custodi della fertilità. E quale altra zona è più fertile di un suolo siciliano, baciato ogni giorno dal sole che sembra africano ma africano non è? È un sole siciliano. È il sole del nostro paese. Unico, che non troviamo in nessun altro cielo. E quale altra zona è più fertile di un suolo siciliano dorato – si, dorato come le vesti di quella statua – perché ricoperto da spighe di grano?

Il grano. Il pane. Il pasto. La fertilità. È la possibilità di vivere – di sopravvivere – e di continuare a generare per ritrovarsi ancora lì, il prossimo anno, in quella piazza ad esclamare “Viva la Madonna di Loreto”. È la possibilità di passare il rito, il culto e la fede a chi guarda passare la statua avvolta nel suo mantello prezioso in braccio alla propria madre. E la guarda passare in piazza, in quella stessa piazza che ha perso tanti pezzi del suo mosaico. Una piazza che a volte è più vuota rispetto all’anno precedente. Oppure ancora più piena. Dipende da quanti migranti sono riusciti a tornare a casa. Perché la casa – la casa – è sempre lì. Nel paese. Il paese. “La festa del paese, paese che scompare” cantano I Ministri. Ma anche se scompare, il paese – e la festa del paese – vuol dire non essere soli.

Lo sanno quelli che sono rimasti lì e che ogni anno sono in piazza, con addosso il loro vestito migliore. Ma lo sanno anche quelli che hanno fatto la valigia e guardano la benedizione della piazza da una web cam.

(articolo pubblicato su I Viaggi di Cicerone -> http://www.iviaggidicicerone.it/la-festa-del-mio-paese-quel-rito-celebrato-sentirsi-meno-soli/)

La sirena di paese. La sirena di campagna

Certo, credere all’esistenza delle sirene non è facile. Ci vuole una grande dose di fantasia e – ammettiamolo, anche di follia. Ma c’è un paese in cui la sirena c’è, esiste. E a dispetto di quel che si possa pensare non si tratta di un paese di mare. Ma di un paese nel cuore di un’isola. Vive indisturbata nella piazza del paese, proprio lì dove sorge la chiesa. Custodita da tutti, voluta da tutti, ascoltata da tutti. Da anni scandisce il ritmo delle giornate di chi vive tra il paese e le campagne. E al suo canto tutti ubbidiscono, da sempre. E nessuno potrebbe farne a meno.

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Ai tempi delle schiene piegate sotto il sole cocente durante la mietitura, dell’incessante raccolta di olive che portava sotto le chiome argentee tutte le famiglie – bambini compresi, del grano giallo da fare ancora crescere, dei pomodori da coltivare con cura, dei vigneti da innalzare verso il cielo, era la voce della sirena a scandire le giornate dei contadini del vallone.

L’attendevano gli uomini delle campagne. Attendevano la sua voce per riposare dopo una mattinata di lavoro. Per sedersi, sudati e stanchi, con la fronte scavata da fatica e sudore, all’ombra di un albero o di una tettoia. Lì avrebbero consumato il loro pranzo: pane nero e una minestra avanzata dalla sera prima. Un frutto e un sorso di vino rosso. E poi, alla sera, l’attendevano per iniziare a percorrere la trazzera, la strada verso casa. Per raggiungere la pace di un letto, il ristoro di un pasto caldo, le carezze del sonno che si scagliava contro la stanchezza delle membra.

In quel paese del Vallone, dimenticato dal mondo, la voce della sirena si lasciava ascoltare solo tre volte al giorno: alle otto del mattino, all’una del pomeriggio e alle otto di sera.

Ed era un appuntamento che anche le donne del villaggio attendevano. La voce della sirena faceva capire loro se era il momento di mettere sul fuoco la pentola con l’acqua, così da avere la pasta pronta per tutta la famiglia nel giro di pochi minuti. Oppure, alla sera, per capire che era giunto il momento di smettere di cucire, ricamare, rattoppare vestiti strappati o lavori a maglia, all’uncinetto. Suonava la sirena e tutto veniva messo da parte. Qualsiasi lavoro. Si andava, ancora una volta, ai fornelli. Si apparecchiava la tavola. Si attendeva il ritorno dei mariti e dei figli, si attendeva il calare del sole, si attendeva l’avanzare delle tenebre e il riposo su un letto, magari di fieno.

Passavano gli anni. Passavano senza che nulla, nel ritmo di quelle giornate, cambiasse. A scandire le parti della giornata era sempre lei, la voce della sirena. E tutti – grandi, piccoli, uomini e donne – ubbidivano. Non appena si sentiva alzarsi, si passava automaticamente da un lavoro all’altro, dai campi al pranzo, dal taglio e cucito ai fornelli.

L’autorità della sirena continuò incessante nel tempo. E continua ancora oggi.

Anche io le ubbidivo e, da piccola, avevo terrore di quella che si alzava – sovrana sul paese – alle otto del mattino. Perché mi ricordava che dopo trenta minuti sarebbe suonata la campanella della scuola e io, ancora ubriaca di sonno, mi trovavo davanti la tazza piena di latte. E no, non riuscivo ad alzarmi per correre le scale e imboccare la strada per la scuola.

Aveva un effetto totalmente differente il canto della sirena alle 13: mi ricordava che dopo trenta minuti sarebbe suonata la campanella che ci avrebbe aperto le porte, il cancello. La campanella della libertà, del pranzo, del ritorno a casa, dei miei cartoni animati preferiti. E poi, ancora, la sirena delle otto di sera. Se ero indietro con i compiti per casa – oddio – saliva l’ansia. Mancava poco alla cena e non avevo ancora completato l’analisi grammaticale o le equazioni di matematica, il riassunto di italiano o il capitolo di storia per l’indomani. Se i compiti erano già completati, la sirena significava potere finalmente sgomberare la tavola della cucina da quaderni e libri per aiutare mia madre ad apparecchiare. E poi cena e – finalmente – a letto.

Sì, quando vivevo giù mi piaceva dormire. Adesso sarà l’età, sarà il chivapianononèdimilano, ma quelle dormite e quella voglia di dormire sono un ricordo lontano.

Ma non è un ricordo lontano la sirena del paese. Così precisa, così puntuale. Quando torno in paese, dopo mesi di non averla sentita, dopo mesi di aver dovuto cercare una valida alternativa alla sua guida (ormai l’orologio del cellulare) è inevitabile chiedermi “ma è suonata la sirena?”.

È lì, in piazza, che inizia a cantare alle 8, alle 13 e poi ancora alle 8.

E quando si rientra in paese, sentirla sembra la cosa più normale che ci sia. Non ci si stupisce. Stupisce, semmai, non aver fatto caso a quel suono.

Ricordo ancora lo sguardo di una professoressa delle medie, nella mia classe per una breve supplenza, nel sentire quel richiamo, quel suono. Uno sguardo allarmato e stupito. Erano le 13, la sirena suonò – come sempre, come ogni giorno – e lei alzò lo sguardo. Ci vedeva sereni, tranquilli, ognuno impegnato nelle sue faccende. Due o tre compagni esclamarono: “Vai! È già l’una”.

Lei non capiva perché sentisse un tipico allarme da seconda guerra mondiale, e non comprendeva la tranquillità dei nostri volti. Come se fossimo abituati a un allarme bomba. Come quelli che si sentono nei film e che ti avvisano: “Scappa – dicono nelle pellicole di quel periodo – Vai sotto terra, nei rifugi di campagna. Tra un po’ pioveranno bombe”.

Cos’è?  Ci chiese. E noi rispondemmo, con indifferenza: “La sirena”.

La nostra sirena.

Provate a immaginarlo, voi, il paese senza la sirena.

Non sarebbe lo stesso. Ci sentiremmo persi, disorientati. Senza una guida, senza una meta. Perché per noi non è un allarme da film della seconda guerra mondiale. Per noi è la voce del paese, quella voce che ci ricorda cosa dobbiamo fare e che, a fine giornata, ci attendono i nostri cari – ancora una volta, come ogni giorno – intorno a una tavola imbandita.

Grazia La Paglia

 

 

Non sarà mai una dea – 11

Una barchetta azzurra dondola sul mare. Ho passato da poco le porte di Palermo e adesso, seduta nel mio posto al finestrino, guardo le onde del mare combattere contro la costa. Le rocce che cercano di dividere l’uomo, la strada ferrata, i vagoni e le case, dalla forza dell’acqua salata.

Intorno a questa eterna lotta, un paesaggio che non smetterei mai di ammirare. E una barchetta di un pescatore ormeggiata in un piccolo, anonimo golfo. È questo il paesaggio che ho iniziato a osservare quando, a 19 anni, presi per l’ennesima volta la mia valigia per cambiare città. La meta sarebbe stata, quella volta, Palermo.

Da oltre dieci anni ammiro due tavolozze di colori differenti: una dalle mille tonalità di azzurro, l’altra dalle infinite varietà di verde, marrone e giallo.

Una tavolozza per il paesaggio che circonda la linea ferroviaria che da Palermo arriva fino a Fiumetorto. L’altra per le distese di campagna che mi accompagnano verso l’entroterra, verso la mia vera casa.

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Che il viaggio abbia inizio.

C’è il mare. Ci sono le strade. C’è un treno. Ci sono dei passeggeri. Ci sono i mandorli. Ci sono gli ulivi. Ci sono le onde.

Ci sono due paesaggi che distano appena una curva della linea ferroviaria. Una curva che, appena percossa dai vagoni, fa scappare in cielo piccoli uccelli.

Da una parte comanda l’acqua. Dall’altra comandano gli ulivi. Una lotta impari tra verde e blu, tra marrone e blu, tra giallo e blu.

Tutto inizia quando lascio alle mie spalle l’agglomerato di case che riempono la distanza tra la stazione di Palermo e la sua linea di confine. Case semplici, umili, antiche per lo più, con le finestre tappezzate di bucato appena preso dalla lavatrice e che profuma ancora di ammorbidente. Un profumo che sa di freschezza tra mura grigie e trasandate. Subito dopo c’è il fiume, verdognolo, trasandato anche lui, ma con una folta vegetazione intorno. Quasi a volerlo redimere.

E poi sono fuori da Palermo e, seduta al mio posto al finestrino, osservo il mare. Infinito. Di un azzurro così intenso proprio sulla linea di orizzonte.

Un azzurro che diventa più chiaro man mano che gli occhi si spostano verso le onde che, tenacemente, sbattono contro la riva. Una riva che è, spesso, proprio a pochi passi dalla linea ferroviaria.

Ma il convoglio va, corre. E vedi passare davanti a te mura di brevi gallerie e alberi, cespugli carichi di fiori e villette.

Vedi anche dei bungalow bianchi, dai tetti rotondi. Sono quattro, l’uno accanto all’altro. Penso sia stato il primo particolare di quel viaggio dal mare all’entroterra che io abbia memorizzato. Poco distante, quasi sopra i quattro casotti bianchi e che sanno di estate, di libertà, di spensieratezza, c’è un’antica torre normanna.

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Non vi è mai venuta voglia di entrarci? A me si. Mi sarebbe piaciuto salire in cima e guardare da lì, da quel piccolo promontorio, quell’infinito mare. Ma il treno non si ferma.

Continua la sua corsa tra altri alberi e su altre coste. Come quella di Termini Imerese. E prima di arrivarci il treno sembra attraversare il parco con le giostrine per bambini. Guardi in basso ed è come se ci stai camminando sopra. Sopra le altalene, sopra le panchine per i loro genitori, sopra le aiuole.

Vedi anche il porto, le grandi navi che lì ormeggiano. E quando sei oltre la stazione del paese, vedi anche le piccole spiagge artificiali realizzate con ordinati scogli artificiali per fermare – o almeno tentare di attutire – la furia delle onde che vorrebbero raggiungere la strada, le auto e anche il mio vagone.

Su quelle spiagge artificiali, con sabbia vera, c’è chi mette in piedi un ombrellone e apre qualche sdraio. Si cerca uno spiraglio di vita vera in quella creazione dell’uomo. E si cerca un po’ di sole.

Vado avanti e la vedo, la grande centrale elettrica Majorana. Non poche volte mi è capitato di osservarla di sera, con la luce del sole già oltre la linea d’orizzonte del mare.

E nella sua artificiosità sa essere bella. Anche tetra, all’inizio, di una bellezza che spaventa perché si impone tra l’oscurità della notte, della costa. Vai ancora avanti e sei a Fiumetorto.

E lì che il treno, all’improvviso, a volte in maniera brusca, gira per la sua curva. Il mare non lo vedi più. È ormai alle spalle del convoglio.

Dimentico le tante tonalità dell’azzurro, del celeste e del blu perché, al volare degli uccelli spaventati dalle vibrazioni del treno, vedo un’infinità di diverse tonalità di verde. Il verde dei prati incolti, dei prati di cavolfiori o di pomodori. Il verde con schizzi argentati degli ulivi. Il verde intenso dei mandorli. Il verde sbiadito dei vigneti.

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E tutto è in ordine. Gli aranci sono schierati perfettamente l’uno accanto all’altro. I tubi degli impianti di irrigazione tagliano il terreno in quadrati perfetti. I vigneti seguono l’inclinazione del terreno, si adagiano delicatamente nelle discese delle piccole colline, con un ordine quasi maniacale.

Gli ulivi fanno di testa loro. Alcuni gruppi seguono un ordine preciso, altri no. Li vedi sparsi, nelle campagne, seguiti dai mandorli. Di tanto in tanto, un albero di noci si impone. Guardatemi, sembra dire, guardate come sono maestoso.

Rare le auto parcheggiate nei campi. Auto vecchie, per lo più, e poco distante intravedi qualcuno chino sul terreno. Vecchi anche i casolari di campagna. Chissà com’erano una volta, ai tempi in cui furono creati – mi chiedo. Magari avevano le mura pitturate, qualche bambino a gironzolare intorno all’uscio. Chissà com’era la vita nei campi lì, un tempo, dove ora passa un trattore che, con la sua falsa delicatezza, incide dei solchi ordinati e regolari sul terreno arido per la siccità e il calore estivo.

Passo anche davanti a stazioni ormai abbandonate. L’erba cresce incolta ovunque riesca a trovare uno spiraglio per alzarsi verso il cielo: tra le mattonelle dei marciapiedi, vicino quello che una volta era l’ingresso nell’edificio in cui si acquistavano i biglietti e in cui si attendeva pazientemente il treno.

Ogni stazione, vecchia o nuova, abbandonata o in uso, ha un grande orologio appeso alle pareti del suo edificio, spesso accanto all’insegna che riporta il nome della località raggiunta.

E nelle stazioni abbandonate l’orologio è fermo. Chissà da quanto. Chissà che giorno era quando le lancette si sono fermate. Chissà se era una mattina estiva o un pomeriggio autunnale. Chissà se, quando si è mossa per l’ultima volta la lancetta che segna i minuti, c’era qualcuno alla stazione.

Penso sia triste smettere di muoversi mentre si è soli. E’ triste anche se a smettere di muoversi è un orologio di una vecchia stazione abbandonata dell’entroterra siciliano. Perché per tutta la sua vita ha svolto con dedizione il suo compito: indicare ai passeggeri l’orario preciso, l’attesa prevista o l’arrivo probabile del treno. Poi, un giorno, la lancetta dei minuti smette di muoversi. È ingiusto che questo accada mentre non c’è nessuno che possa guardare quell’ultimo sforzo.

Quella foto sul Naviglio, scattata 4 anni fa

Adesso su quel ponte, su quello stesso ponte dove quattro anni prima mi ero persa e dove avevo pensato “Cavolo, come sarebbe bello vivere qui”…adesso, a volte, vedo anche l’alba di Milano. Opaca, tiepida, dai colori tenui e che si specchiano nell’acqua. Vanitosi anche loro. Colori che sanno di un giallo antico. Lo stesso giallo delle pagine di libri antichi, posati su scaffali e che hanno quell’odore di carta e inchiostro che non va via. 

FB_IMG_1501616873086Ci sono artisti così bizzarri che, quando siedono a disegnare sulla riva di un fiume o di un lago, mettono giù bozze e schizzi così strani che noi, comuni mortali, non capiamo. “E’ arte – ci dicono – prova a immaginare. Prova a sentire”. A volte ci riusciamo. Altre volte non ci resta che essere muti e ciechi.

Guardiamo quel puntino, che gli artisti dicono essere noi, guardiamo quel puntino perso nel centro di un post it giallo o di una tela immensa. Siamo noi, siamo lì, e lì staremo chissà per quanto tempo.
La posizione scelta per noi dagli artisti è a volte il frutto di un calcolo preciso, di uno studio minuzioso. A volte solo di una casualità. Una pura casualità.

Una goccia di tempera cade lì. La matita s’è fermata lì. Il pennello ha esitato nell’andare avanti. E noi siamo solo pedine, puntine sparse, e non ci è dato sapere altro.

Ma la memoria, a volte, ci apre una strada in questa grande tela. Una strada che non sapevamo di avere già percorso e che conosciamo. C’eravamo già smarriti lì, una volta. E magari su quella strada abbiamo anche scattato una foto.
Come quella che ho trovato ieri sera, per caso, sfogliando al pc delle vecchie foto trovate su un dvd.

La foto del Naviglio Grande, subito dopo Porta Genova, alla sua destra. Una foto scattata da me almeno quattro anni fa quando, con il cuore innamorato di Palermo, ero comunque cosciente che prima o poi avrei dovuto fare le valigie. E consegnavo cv ovunque, senza pensarci troppo e con quella muta e nascosta speranza nel cuore che Palermo, prima o poi, mi permettesse di restare. per sempre. O almeno ancora un altro anno, o almeno ancora fino al prossimo autunno.

Mi persi, in quel giorno di maggio. Uscita dalla stazione di Porta Genova (ed era la prima volta che arrivavo fin lì da sola) mi guardavo intorno.

Vado avanti? A destra?
A sinistra? Dove sono, cazzarola?
Ok, vado a destra. Chissà cosa c’è oltre quell’angolo, lì in fondo. 

Dove oggi c’è un delizioso locale con lanterne sulle tavole dalle tovaglie color panna, con piccole luci sospese in aria con dei fili delicati, non c’era altro che un brullo marciapiede. E poi auto. Auto parcheggiate ovunque, a destra e a sinistra del canale. Mura un po’ sporche, malandate, trascurate.

Eppure quel posto mi colpì. Rimasi lì, ferma per un po’. A guardami intorno, sullo spesso ponte che adesso percorro quasi ogni giorno.

E solo ieri sera ho ricordato. Ho ricordato tutto. Ho ricordato che, scattando questa foto, avevo pensato “Cavolo, come sarebbe bello vivere qui”.
Adesso la zona è cambiata. Niente auto, permesso di circolare solo per i residenti.  Locali carini – non fighi. Una fumetteria, tre librerie, i gelati con la colata bianca che mi ricorda quella di Brioscià, le crepes calde con nutella in qualsiasi giorno dell’anno, in qualsiasi momento. E poi anche una rosticceria siciliana, in fondo al Naviglio Grande, e che di siciliano ha ben poco.

Trovai casa lì per caso, in una sera di dicembre. Lo scorso dicembre. A più di quattro anni di distanza da quella volta che mi persi appena fuori da Porta Genova. E trovai casa lì senza nemmeno aver cercato appositamente una stanza o un monolocale sul Naviglio. Sapevo solo la via. Una via che per me, straniera di quei luoghi, era solo un nome. Nulla di più. Un nome come tanti. Non avevo capito che era proprio la strada che costeggia il canale.

Avevo bisogno di una casa e andai all’appuntamento con un’agenzia immobiliare subito, senza nemmeno guardare la cartina. Cercando solo il numero del tram che mi avrebbe potuto portare lì non appena uscita da lavoro. Avevo premura. Dovevo sbrigarmi.

Il freddo di quella sera non mi lasciava respirare.Il gelo bloccava il naso, bloccava tutto. Il Naviglio che vedevo oltre i banchi di nebbia era un’immagine sbiadita. Non capivo neppure se fosse proprio lui, il Naviglio Grande che già qualche anno prima avevo visto. Ma ci penerò dopo, mi dicevo. “Adesso ho l’appuntamento”. Uscendo dalla casa, che presi subito in affitto, iniziai a chiedermi dove fossi.  

“Come torno indietro, adesso? Dove sono?”. 

Il navigatore del mio cellulare mi diede una mano e dopo 5 minuti mi ritrovai, senza saperlo, sullo stesso ponte in cui mi ero persa quattro anni prima.

Era dicembre inoltrato. Da una riva all’altra del canale le luci di Natale avvolgevano l’acqua che scorreva, lenta, sotto di loro. Si specchiavano quelle luci piccole, vanitose e colorate.

E così andai da via Alloro a Ripa di Porta Ticinese in poco più di cinque settimane.

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Adesso su quel ponte, su quello stesso ponte dove quattro anni prima mi ero persa e dove avevo pensato “Cavolo, come sarebbe bello vivere qui”…adesso, a volte, vedo anche l’alba di Milano. Opaca, tiepida, dai colori tenui e che si specchiano nell’acqua. Vanitosi anche loro. Colori che sanno di un giallo antico. Lo stesso giallo delle pagine di libri antichi, posati su scaffali e che hanno quell’odore di carta e inchiostro che non va via.
Che non va via nemmeno da quei libri antichi che, ogni sabato mattina, invadono il Naviglio Grande su bancarelle “tuttouneuro”. Adesso la mia casa è colma di quei libri antichi. Sono riposti su un piccolo tavolinetto, lo stesso che c’è accanto al mio letto. A volte, nel pieno della notte, capita che mi svegli per un rumore o per bere un po’ d’acqua. E aprendo gli occhi, è l’odore di pagine antiche e gialle che sento.
Per me, ormai, è quello l’odore di Milano. L’odore di libri antichi, di pagine stampate anni fa e che mi hanno atteso. O che forse io ho rincorso, senza saperlo. Ho rincorso.

Non sarà mai una dea – 10

E se correre a Milano ti insegna a non perdere mai minuti preziosi, correre tra la Cala e il Foro Italico ti insegna ad osservare da vicino una sintesi dei tanti volti di Palermo. Volti dai colori diversi, con alle spalle storie diverse, luoghi diversi.

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Dopo alcune settimane dal mio trasferimento a Milano, come dopo un qualunque trasferimento che si rispetti, ho dovuto fare i conti con la bilancia. C’è chi perde peso e chi lo prende. E lo, che sono sempre stata fissata con i chili in più, non potevo sopportare di leggere sulla bilancia tre chili in più in soli cinque mesi.

Perché è vero che a Milano si corre. Ma con i mezzi pubblici, figa! Mica a piedi! Prima la metro, poi il tram, un breve tratto a piedi e hai il bus! Devi solo essere veloce in quei brevi tratti a piedi per non perdere le coincidenze varie. Pena: almeno tre minuti di attesa.

Tre minuti di attesa. Dimenticate i 25 minuti di attesa tra una metro di Palermo e l’altra. Dimenticateli completamente. E quindi passare dai lunghi tragitti a piedi di Palermo (tra prendere il 101 e camminare, preferivo andare a piedi per mezz’ora) ai lunghi tragitti sui mezzi di Milano ha pesato sulla bilancia.

Quindi sono corsa ai ripari e per la prima volta sono entrata in palestra. Io, in una palestra. Lo so, è strano. Ma figa, anche per andare in palestra devo correre qui, nella gran Milan! Perchè se arrivo con tre minuti di ritardo ai corsi, vuol dire che ho saltato il brano dedicato agli addominali! E ciao addominali per tutto il giorno. E non va bene, per niente! Se arrivo in anticipo a lezione, invece, è sul tapirulan che si corre. Perché nessun minuto va sprecato. Anche quel poco tempo di attesa dell’inizio del corso può essere proficuo. Me lo insegnano i milanesi.

E’ la stessa logica per cui tengono (teniamo, ormai posso utilizzare un noi inclusivo) sempre un libro in borsa. Metti che la metro ritarda un minuto e mezzo o due. Cosa fai nell’attesa? Non stai mica fermo a fare niente! Almeno leggi. Cosa che, a poco a poco, inizi a fare anche sui mezzi, che tu stia seduto o in piedi. E su qualsiasi mezzo. Nessun minuto va gettato, sprecato. In palestra come in metro come in tram.

ma torniamo alla palestra. Se entrare lì dentro è stata, per me, una novità assoluta, non lo è stato del tutto la corsa. Perché l’estate scorsa, cosciente delle troppe ore passate tra pc e scrivania, avevo ben pensato di iniziare a muovermi. Ma giusto un po’, giusto per non avere i sensi di colpa nel trascurare il famoso benessere fisico. E per correre, dove potevo andare se non alla Cala? Per la precisione, tra la Cala e il Foro Italico?

E se correre a Milano ti insegna a non perdere mai minuti preziosi, mentre Milano ti insegna il valore del tempo e quello che anche in un minuto puoi fare (come completare una pagina del libro che porti in borsa), correre tra la Cala e il Foro Italico ti insegna ad osservare da vicino una sintesi dei tanti volti di Palermo. Volti dai colori diversi, con alle spalle storie diverse, luoghi diversi. 

Andavo a correre principalmente la domenica, quando tutti gli angoli con un po’ d’ombra sono invasi da famiglie delle periferie. Portano con sé panini e bibite da casa, o comprano pizze per poi abbandonare le scatole di cartone tra i birilli ormai sbiaditi che separano strada e prato. I più facoltosi passeggiano. Le donne indossano un vestito fresco ma elegante, colorato ma sobrio. Le zeppe non mancano, così come i bracciali e gli anelli vistosi. E poi i loro cani. I cani al guinzaglio, dal pelo lucido e morbido che cozza con quello sporco e secco dei cani randagi che, al tramonto, si accasciano sfiniti sulle reti dei pescatori.

La domenica i pescatori non li trovi, ma tutti i loro attrezzi del mestiere sono li, in attesa di prendere il largo all’alba. A pochi metri, nei locali sulla riva, giovani e non cosparsi con i profumi più ricercati (vi giuro, li sento e li distinguo mentre passo correndo) aspettano che cali la sera per avventarsi sul tavolo del buffet.

Dall’altra parte, le donne con il capo coperto dal velo si spartiscono i posti delle panchine dalle piastrelle bianche. Inizi a distinguere le loro lingue e, dalla forma dei veli, anche la loro religione. I loro mariti prendono sulle spalle i figli ancora piccoli ma che riescono, con disinvoltura, a passare dalla lingua dei genitori a un palermitano impeccabile.

E poi ci sono i corridori dilettanti. Sono tanti. Alcuni corrono in camicia (giuro!), altri si ritrovano seguiti dai randagi. Altri ancora alternano un chilometro di corsa con due tiri di sigaretta.

E c’è chi pesca. Chi gioca a calcio. Chi con gli aquiloni. Chi libera nel cielo di settembre bolle di sapone. Chi gioca con i piccoli mici della colonia di gatti. Chi va in bici. Chi, semplicemente, ascolta musica con le cuffiette e guarda il mare (principalmente minori giunti con i barconi e senza genitori. Chissà a cosa pensano mentre osservano le onde). Raramente, a Palermo, trovi giovani seduti a leggere un libro. Tutt’altra storia a Milano, dove leggono anche in piedi, prima di andare a lavorare o a scuola, su metro e tram. Tutt’altra storia. 

E poi c ‘è chi osserva tutto questo seduto su una barca ormeggiata al porticciolo, mentre consuma una fugace cena e sorseggia buon vino. Osserva quella fetta di umanità che si divide gli spazi tra locali e panchine, prato e scogli artificiali invasi da rifiuti.

Da lontano, poi, mentre corri, senti giungere la voce di una possente nave da crociera che si stacca dal porto e si allontana da Palermo.

E in quei momenti mi rendevo conto di quanto io e tutti noi siamo un granello di sabbia in un universo piccolo ma così diverso.

Non sarà mai una dea – 9

Are you still alive?

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Ogni luogo ti offre un regalo. Sta a te prenderlo e saperlo riconoscere. Vivevo a Milano ormai da due mesi e mezzo e la solitudine e la monotonia accompagnavano le mie giornate. Quando, improvvisamente, fui catapultata negli anni della mia adolescenza. Dovevo aspettarmelo quell’essere sbattuta nei miei 16 – 17 – 18 anni, perché da più di un mese un biglietto acquistato online, per un concerto, me lo ricordava. Ma non ci avevo fatto caso. Come non avevo ancora notato il regalo che una città, a me estranea ma non ostile, a me distante seppure ormai entrata a pieno regime nella mia vita, mi stava offrendo.

Capii quel regalo la sera dopo il concerto, mentre la mia sorella più piccola, da poche ore giunta dalla Sicilia, mi faceva disperare: continuava a messaggiare, scrivere, chattare e la luce dello schermo del suo telefono non mi faceva dormire. Ricominciammo a litigare come ai vecchi tempi della convivenza a Palermo, quando le chiedevo di smetterla e di spegnere. “Paola, spegni!” “Ora” “Adesso!” “Aspè” “Minchia Pà”.

Nell’attesa, capii. E tornai indietro nel tempo.

Avevo 17 anni e in un pomeriggio di primavera arrivò a casa mia un decoder. Incuriosite, io e mia sorella Paola iniziammo a esplorare tutti i canali stranieri che riuscivamo a vedere. Ad un certo punto ne trovammo uno polacco in cui trasmettevano solo video musicali, h24. Carino, pensai. Passavo gruppi assurdi e mai visti prima, e ad un certo punto la mia attenzione fu attirata da una particolare melodia e dal video di tre musicisti che camminavano tra strade semi deserte e paesaggi scarni. Lo sguardo del cantante era reso profondo da uno spesso tratto di matita nera, soprattutto nella parte inferiore degli occhi. Il video, la canzone e il look dei tre mi colpirono molto. Ma non sapevo chi fossero. Notai però che la sequenza di video si ripeteva con regolarità ogni otto ore. Inutile quindi dire che io ogni otto ore, quando era possibile, mi sintonizzavo su quel canale polacco. A volte rischiando anche di perdere il bus delle sette per andare a scuola. Passò qualche settimana e finalmente scoprii il loro nome. Tramite internet, anche lui da poco arrivato a casa mia, iniziai a cercare informazioni, video e brani su eMule.

Fin quando in una sera di maggio, in una fiera “dell’agricoltura” di un piccolo borgo siciliano, dove stavano in bella mostra attrezzi e mezzi agricoli mentre una band locale chiudeva la manifestazione con un concerto su un palchetto, trovai in una bancarella un loro cd taroccato. American idiot. Da lì cambiò tutto.

Ascoltare quel cd fu per me una rivoluzione, una scoperta. Alla soglia dei 18 anni iniziai a chiedere in regalo una chitarra, iniziai a truccarmi come facevano loro. Dalla mia scarpiera sparirono le normali scarpe per fare spazio a Cult e anfibi. E, nonostante le pesante critiche (di cui beatamente me ne fregavo) uscivo da casa carica di borchie. Borchie ovunque. Iniziai a comprare i loro cd (originali stavolta) e anche i miei gusti musicali cambiarono. Drasticamente. La mia vita cambiò con loro, i Green Day, e non so cosa ascolterei oggi se non li avessi conosciuti.

Non so che visione delle cose quotidiane avrei avuto durante quella fase importante della mia vita senza canzoni come Minority, Good Redance, Saint Jimmi, Jesus of Suburnia. Periferie, si. Forse è una forzatura dire che in quel periodo mi appassiovano le analisi di Pasolini sulle periferie. Comunque sia, mi chiedo come sarei cresciuta senza guardare al mondo attraverso i loro testi.

Oggi sono cambiati. Dai vecchi fans sono anche criticati. Ma poco importa. Riescono a confermarsi un gruppo capace di attirare generazioni diverse. Riescono a comunicare con nuovi giovani, di certo differenti rispetto a un adolescente di dieci anni fa o del loro periodo di nascita.

Are You still alive? Ha chiesto quella sera Billie al pubblico del Forum di Milano. Si. Eravamo tutti li, vecchi appassionati e nuovi ascoltatori, a sentire cosa potesse ancora una volta unirci e guidarci. “Mia madre mi regalò la mia prima chitarra quando avevo dieci anni” ha detto Billie nella sua lingua madre. Per poi dire, in italiano, “Grazie mamma”. E anche io devo dire grazie. Grazie alla mia mamma, che mi accontentò e per il mio diciottesimo mi regalò la mia prima chitarra acustica e che sopportava, insieme a mia sorella Cinzia (un grazie per la pazienza va anche a lei) American Idiot a tutto volume, ogni giorno. Grazie agli amici di quel periodo, che mi regalarono quella elettrica. Grazie a mia sorella Paola per avermi accompagnata in questo percorso e per essere stata con me stasera. Altri grazie li tengo per me. Preferisco così. E un grazie a questi tre pazzi che si, saranno sempre verdi.

E infine, un grazie a Milano.