La solitudine del mare – Fili di cotone

a602e915c0f0bf990bb5af84a329cf84Un’anziana, ogni sera, prende la sua seggiola di vimini e siede lì, al vecchio molo. Poggia sulle gambe un gomitolo di cotone e, con i suoi ferri verde smeraldo, inizia a lavorare. Tic – tac, tic – tac. Quell’intreccio di fili, ordinato e morbido, cresce ogni sera di più, allargandosi sulle sue cosce stanche e molli, comprendo pian piano tutto il suo grembo.

La osservo mentre rientro a casa dopo una giornata trascorsa sulla battigia, distesa immobile al sole. Ho i capelli impastati di sabbia e salsedine, di sole e di sudore. Il mio prendisole azzurro scivola morbido sul mio corpo ancora bagnato e si attacca alle mie curve [Belle le tue curve! :P). Mi sento eterna in questo corpo giovane e che attira occhi bramosi di uomini sconosciuti.

Con indifferenza e il viso arrossato trascino le mie infradito cariche di sabbia sull’acciottolato tondo e liscio delle antiche stradine di Cefalù. È lì che ogni anno trascorro l’estate. È quello il mio covo di amori fallaci e che mi donano quel senso di eternità. Ma basta guardare verso il vecchio molo per ricordami che eterni non siamo.

La osservo – cercando di non fare notare il mio sguardo curioso – mentre le passo accanto pronta per imboccare la stradina in salita che mi porta al mio appartamento. La osservo con rispetto, ma anche con paura. Sentimenti contrastanti si accavallano nell’osservare quel corpo anziano ma ancora aggraziato, quella pazienza e quella concentrazione alla luce di un lampione, con i suoi ferri in mano tic – tac, tic – tac. Rispetto per la sua età, per la sua costanza, per il suo lavoro. Paura perché mi ricorda che il nostro involucro non è per sempre: la pelle sfiorisce, le gambe diventano molli, il grembo gonfierà, cederà.

Rientro a casa. Una doccia veloce, una cena fugace e poi di nuovo sul lungomare, come ogni sera, a guardare le onde morire sul bagnasciuga. Si alzano alte, violente, aggressive, ma poi muoiono. Sarò lì come ogni sera, con il mio drink in mano e i miei piedi immersi nella sabbia adesso fredda. Ma stasera farò una deviazione al mio percorso.

Il suo nome è Stefania e, con i suoi ferri color verde smeraldo, dice di preparare una maglietta per la sua nipotina. Vive dall’altra parte del mare – mi racconta – ma non svela dove. Di tanto in tanto si ferma e accarezza la porzione di maglietta già completata. “Osserva – mi dice – è adatta per una bimba di tre anni, no?”. Sua nipote compirà tre anni poco prima dell’inizio di settembre – non mi dice la data. Non l’ha mai vista. “Costa troppo tornare qui, in Sicilia”. “Quanto troppo?” chiedo mentre succhio con la cannuccia nera quel che resta dei cubetti informi di ghiaccio infilzati tra gli zuccheri di un anonimo cocktail estivo. “Troppo” ribadisce con fermezza e abbassando gli occhi. Torna a lavorare. Tic – tac, tic – tac. I suoi ferri corrono veloci tra i fili che si accavallano più veloci delle onde, più veloci del tempo. Tic – tac, tic – tac.
“Ma quest’anno verranno” mi rassicura. E con la mano destra riporta dietro l’orecchio il ciuffo scappato dal grande fermaglio che porta sulla nuca. Un cumulo di capelli grigi, lisci e non più setosi, è raccolto dietro un finto brillante circondato da piccole piume nere. Un particolare elegante che cozza con i vestiti acerbi e con quella gonna larga che copre un ventre gonfio. Un ventre che non ha mai dimenticato il figlio – l’unico – partorito e adesso altrove. “Mi hanno promesso di tornare in Sicilia lo scorso agosto”.

Stefania attende da un anno. Da dodici mesi. Attende che una promessa si avveri. È amara, l’attesa del ritorno, quando sei anziana e abbandonata alle urla delle onde. È amara l’attesa del ritorno quando, in realtà, hai messo al mondo solo un figlio che il mare ha inghiottito all’età di sedici anni, in un giorno di fine agosto.

È amara l’attesa del ritorno quando, al molo, conti le onde che ti separano da un figlio che non c’è più. Ma ti ostini a contarle. “Uno, due, mille e uno, mille e due…”.

Ma la mente di Stefania si è fermata quel giorno, guardando il mare agitato che ha trascinato una vita nell’abisso. Suo figlio è lì, lo sa. E prima o poi tornerà su. “Costa troppo – dice – ma quest’anno tornerà e ho tante maglie pronte. Una per lui, una per sua moglie (sai, si è sposato con una donna davvero bella) e una per la mia nipotina”.

Da quella sera, da quell’incontro, da quel contatto di anime e storie è passato quasi un anno. Poi ho rifatto le valigie, ho ripreso un aereo e sono tornata sulle sponde di un Naviglio che tenta – invano – di ricordarmi il mare. Ma è acqua senza onde.
In una sera di giugno, due mesi prima del mio ritorno a Cefalù, ricevo una chiamata. Mi dicono che Stefania è morta. L’hanno trovata con il capo chino, il mento poggiato sul petto, seduta al molo sulla sua solita sedia. Sulle sue gambe, la maglia per la nipotina – l’ennesima maglia – appena completata. Stava solo aggiungendo un piccolo particolare, un dettaglio elegante: un finto brillante sul petto, circondato da piccole piume nere. Nella sua casa, in cui viveva da sola da più di trent’anni, hanno trovato tante maglie accatastate, piegate, ordinate l’una sull’altra sul letto del figlio inghiottito dal mare.

Editing Cateno Tempio. Illustrazione di Yaoyao Ma Van As (

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Posted on August 8, 2018, in Il blog di Grazia La Paglia. Bookmark the permalink. Leave a comment.

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