Se solo potessimo smetterla di sperare

Mi nutro di cacao e libri, mi riscaldo con coperte e lividi. Potrei riassumere così due anni di vita a Milano. Che non sono tanti, ma non sono nemmeno pochi.

Due anni senza Palermo, ricordata nei messaggi vocali che inizio a scambiare con gli amici nell’attesa del ritorno.

Quel ritorno in Sicilia – per Natale – che si carica di attese, di speranze.

Attesa di rivivere quei momenti felici con un bicchiere in mano, tra spintoni di ubriachi e canti improvvisati per strada.

Speranza che tutto quello che ricordiamo non sia cambiato.

Ma è cambiato. Basta guardarmi allo specchio per capirlo: i muscoli più tesi, le prime piccole rughe intorno agli occhi, qualche capello bianco che inizia a farsi spazio tra i riflessi dorati della mia scarsa chioma.

E le speranze che non esistono più. Solo concretezza. Solo programmazione delle giornate.

Cosa faccio oggi, cosa mangio domani.

Dove vado domani, chi incontrerò dopodomani.

È una corsa contro il tempo, la vita fuori casa, i giorni fuori dalla Sicilia. Tra il vento smosso dalla furia della metropolitana e l’illusione di essere più veloci di tutto: del tempo, della vita, delle cose che cambiano e che non saranno mai più le stesse.

Attesa e speranza: attesa di rivivere quei momenti che ci hanno fatto innamorare di Palermo; sperare che sia possibili riviverli.

Se solo potessimo smetterla di sperare, se solo potessimo urlare il dolore che ci soffoca, buttarlo fuori e ammettere, ammettere finalmente che tutto è finito.

Tutto.

E che altro è cominciato.

Urlare che abbiamo perso il nostro passato, che non esiste più.

Oggi c’è altro, oggi siamo altrove. È sempre vita, vissuta e da continuare a vivere, ma che mai sarà con il sapore di salsedine che ricordiamo.

Abbiamo perso te. E niente ci ridarà la tua risata.

Abbiamo tutti perso sogni, ambizioni. Abbiamo tutti rimediato, per come potevamo. Abbiamo scoperto nuove strade, intrapreso nuovi cammini.

Alcuni di noi sono soddisfatti. Altri no.

Altri ci stanno ancora lavorando.

Ma dovremmo smettere di attendere e di sperare. Perché al nostro atterraggio a Palermo niente sarà più come prima.

Principalmente perché abbiamo perso te. Te che mi aspettavi alla stazione, o al Biondo o al Politeama per poi riempirci lo stomaco di dolci e arancine.

E poi perché abbiamo perso.

Abbiamo perso tutto.

Se solo potessimo ammetterlo, ammettere che ormai ci nutriamo di altro.

Se solo potessimo smettere per sempre di sperare. E di attendere. Di sperare attendendo o di attendere sperando.

Se solo potessimo fermare tutto.

Tutto.

Se solo potessimo farlo.

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Posted on November 30, 2018, in Il blog di Grazia La Paglia. Bookmark the permalink. Leave a comment.

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