Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.

20150823_192225Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Con in cielo solo qualche debole stella. O al massimo qualche spicchio di luna, piccolo. Quando non sai dove inizia di preciso il batti-asciuga e cammini, cammini. Senti di avvicinarti sempre di più a quelle piccole e delicate onde estive che accarezzano la terra. E la cerchi con i piedi quella linea di scontro tra acqua e sabbia. Odio e amore, eterno.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte in cui ci perdemmo tra le folle ondeggianti della Vucciria. Tra gente con il bicchiere di Sangue o con una Forst in mano, mentre intonavano il coro “Bevo, bevo, bevo. Ubriaco e sono felice, anche se poi vomito”.
Iniziammo a ridere e a giocare con i biliardini montati per strada, nella piazzetta sempre bagnata, tra sedie Algida rosse appiccicose per il troppo alcool zuccherato che ne aveva illuminato – per un attimo – la liscia superficie.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte di un compleanno in cui ci ritrovammo tra tovaglie spiegate sulla sabbia umida, tra candele alla citronella e bevande che non erano più fresche. Mi guardavi mentre parlavo di Pasolini con uno sconosciuto e mi prendevi in giro. “Bastaaaa” dicevi ridendo. “Ma quanto parli?”
Eppure era la felicità di essere lì – lì anche con te – mischiata all’ebbrezza dell’alcool (per quel poco che sorseggiavo) e mischiata alla salsedine notturna del mare di Mondello che mi rendeva esuberante. E sì, parlavo di Petrolio, delle Ceneri di Gramsci. E tu mi prendevi in giro.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte che aspettasti la mezzanotte per farmi gli auguri di compleanno. Lì, seduta con il tuo vestito nero su una poltroncina bianca in una spiaggetta della Cala.
Scartammo insieme il tuo regalo: un biglietto per il concerto di un gruppo a me sconosciuto. Ti guardai con aria interrogativa. E mi dicesti: “Suonano a Milano”.
Ci abbracciammo.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Quello che vedo dal finestrino di un aereo – l’ennesimo – che prendo per tornare al Nord. Dove non c’è la salsedine, non c’è il fruscio delle onde. Dove non c’è il biliardino per strada, dove non ci sono le balate inzuppate d’acqua. Dove non c’è la mia bicicletta, che tu guardavi ridendo e dicendo che era troppo grande per me. E sì, lo era. Ma giravo per il centro storico così, con un caschetto e percorrendo le corsie preferenziali, con l’ansia di ritrovarmi la 101 alle spalle.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Come quella notte in cui ci ritrovammo sul bastione di Cefalù. Non lo vedevamo, il mare. Il faro era alle nostre spalle ma non si vedeva nulla. Era una sera di agosto e il cielo era carico di nuvole pesanti. Da un momento all’altro sarebbe venuto giù il diluvio. Il vento spingeva i nostri capelli, le nostre gonne. Ma ci ostinammo e lì, sul bastione, con alle nostre spalle il mare nero, scattammo una foto.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Che anche se non lo vedi, sai che è lì. E nulla potrà cambiare tutto questo. Mai.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare, non solo di notte, per poterti parlare in qualsiasi spiaggia andrò.

 

 

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Posted on December 28, 2018, in Il blog di Grazia La Paglia. Bookmark the permalink. Leave a comment.

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