Il 2019 come il 1934: Moravia ci aveva già detto tutto

19.jpgSalvini tweettante e urlante; marce nazi-fasciste per le strade d’Italia; azioni anti-partigiane che hanno segnato indelebilmente il 25 aprile; accanimento contro “Bella Ciao” in quanto canzone che (all’improvviso) divide.

Inevitabilmente tutto questo mi porta a rileggere, stasera, le pagine di un libro che ho incrociato per caso questa estate e che mi pare – in questo specifico periodo – il più attuale tra tutti quelli scritti da Alberto Moravia (nonostante Moravia sia indiscutibilmente sempre attuale, sempre presente nei nostri giorni come interprete. Interprete anche dei giorni che verranno).

Se – fino a qualche anno fa – la nostra società poteva essere ben rappresentata dal suo “Il Conformista”, adesso tutto pare racchiuso nelle pagine di “1934”.

Il libro narra le vicende di uno scrittore germanista, Lucio, che trascorre la sua estate a Capri chiedendosi sia possibile “vivere nella disperazione e non desiderare la morte”. Mentre medita sulla sua disperazione – non trovandone una causa specifica – e sulla possibilità di liberarsene tramite il suicidio, incontra il fascino di due gemelle e intraprende una corrispondenza fatta di citazioni di libri con una delle due. Programmano insieme anche il suicidio – tanto atteso e corteggiato – per poi annullare tutto. Per poi scoprire che è tutto un grande inganno.

Per poi scoprire che la morte – il suicidio – altro non è che il gesto più alto della disperazione e che coinciderà con la Notte dei Lunghi Coltelli.

Perché, tra tintarelle e inseguimenti amorosi, tra sguardi e dialoghi pieni di imbarazzo e di tensione sessuale, c’è qualcosa che si fa avanti. E si fa avanti a piccoli passi, quasi impercettibilmente, diventando però una costante inevitabile nelle vite di tutti. Anche di chi prende il sole in riva al mare o fa un giro in barca. E questa costante è il nazi-fascismo.

Un regime che sembra essere uno sfondo. Qualcosa che esiste, si, ma che si sopporta, perché in fondo non influenza poi molto la quotidianità. Basta adeguarsi giusto un attimo, per non dare nell’occhio, per essere “normali”.
Ma pan piano questa costante diventerà una presenza dirompente, con la forza di distruggere tutto. Di annientare tutto.
Di portare la disperazione ai livelli più estremi e non immaginati (o, almeno, solamente ipotizzati).

Se prima si giocava con l’idea del suicidio, senza la forza (in fondo) di annientare la propria esistenza, ecco che ci pensa il nazi-fascismo ad annientare le esistenze di troppo.

Ingombranti.

Nella sua stanza di albergo, Lucio cerca senza non pochi sforzi di dare forma a un personaggio di un suo nuovo romanzo. Un personaggio che – come lui – accarezza l’idea del suicidio per disperazione.

“Mi sono accorto che per mettere in piedi un personaggio sul quale scaricare l’ossessione del suicidio, non bastava la motivazione generica che era disperato; dovevo anche trovare un motivo per cui lo era. Dopo molte riflessioni, ho finito per identificare questo motivo nell’avversione irriducibile per il regime fascista che, in questo giugno 1934, stava entrando nel settimo anno di permanenza al potere. Era questo, certamente, un motivo plausibile di disperazione per un personaggio di romanzo”.
Per un personaggio di romanzo, appunto.
Perché, aggiunge Moravia tramite le parole di Lucio: “sapevo benissimo che pur nutrendo la stessa avversione, non mi sarei certamente ucciso a causa del regime politico allora dominante in Italia”.
No, lui non lo farà. Non lui, almeno.

Come detto prima, tra tintarelle, corteggiamenti fatti di sguardi e di riflessioni sulla vita, sulla morte e sulla disperazione, c’è lo sfondo il fascismo.
Ci sono i discorsi del Duce da ascoltare alla radio – per dovere, non per volontà.
Ci sono i saluti romani che – quasi d’obbligo – devono esser fatti, per non destare sospetti.
Per non essere marchiati come antifascisti.
Per non distinguersi e per rimanere uguali. Uguali alla massa.

“Per caso sarebbe antifascista?”
Chiede un pescatore una sera in cui Lucio diserta l’ascolto di un discorso del Duce. I due si ritrovano così a confrontarsi sulla morte e sulla disperazione.
“Se lei fosse veramente disperato – sostiene il pescatore – non verrebbe a dirmelo.” E lui ne è certo perché, mentre Lucio è un germanista, il pescatore si definisce un “vitalista” (uno che di vita se ne intende un po’, dice).

“Per caso sarebbe antifascista?”
Chiede quindi il pescatore.
“Ho esitato, poi ho spiegato (dice Lucio) – Se è vero, come credo che sia vero, che il fascismo è un regime di massa, allora sono antifascista.
– Guarda, guarda, cosa rimprovera alle masse?

– Nulla, proprio nulla. La colpa è tutta mia. Le masse sono la normalità, io sono anormale. Sono fatto in modo che mi riesce difficile convivere con le masse. Allora, visto che è impossibile conviverci, è meglio separarsi.
– Ecco che si parla adesso con buon senso: perché disperare quando si può divorziare?
– Il divorzio, nel mio caso, vuol dire suicidio.”

Come già accennato, non sarà lo scrittore a compiere l’atto estremo del suicidio.

Ma tale strada verrà scelta da chi “non aveva voluto sopravvivere all’uomo che le faceva orrore perché aveva le mani sporche di sangue”.
Un uomo nazista. Un fedele al regime.
E che pagò per la sua fedeltà.

Mentre Lucio, antifascista intellettuale, uomo che si mantiene alla larga dall’attivismo politico, resta solo nella sua disperazione.

Una disperazione che lo porta ad rimanere immobile, ad assistere come uno spettatore inerme a quei suicidi e a quegli omicidi.

Lucio ha una posizione, ma non ha la forza di reagire, di opporsi.
Perché il fascismo è massa. E lui è da solo.
Isolato.
E disperato nel suo isolamento intellettuale.
La colpa è tutta mia – dice – Le masse sono la normalità, io sono anormale”.

Non gli resta quindi che accettare i suicidi, mentre guarda il mare nella sua stanza d’albergo, a Capri, mentre il fascismo “tweetta” indisturbato sui canali radio e mentre le masse lo etichettano come diverso, come nemico. Perché antifascista.

E non è questa, in fondo, la forza del fascismo? Isolare e rendere inermi.

Far sentire l’antifascista fuori posto, colpevole di un peccato talmente grave che la società non potrà più reintegrarlo, accettarlo.

Lucio rimane solo.
E non è questa, in fondo, la forza del fascismo?
Rendere soli i diversi. I diversi dalle masse.
I più deboli.
E i disperati. Disperati dall’orrore del fascismo.
E far credere di essere anormali. 

 

 

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Posted on May 3, 2019, in Il blog di Grazia La Paglia. Bookmark the permalink. Leave a comment.

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