Mi spiazza questa lentezza, e questo sentirmi un’estranea anche tra le cose mie

È l’ultima domenica di un arido luglio siciliano. Mi lascio avvolgere dal caldo su una sedia, un intreccio di vimini e tocchetti di legno. Osservo le edere che circondano le imponenti finestre che si affacciano in questo cortile interno di un ex feudo.

Un edificio feudale convertito ad agriturismo, dove il tempo sembra essersi fermato ad anni fa. Il tempo non scorre tra queste colline morbide e dalla terra secca, alle volte coperta da spighe di grano, alle volte da chiome argentee di ulivi.

Sono già passate quattro ore dal nostro arrivo, e il pranzo non è ancora terminato.

Quasi mi spiazza questa lentezza di una domenica arida siciliana, a cui non sono più abituata.

Da quattro anni non vivo più in Sicilia, e in questi ultimi anni ho visto più cascine che feudi.

Da quando sono andata via, ho sempre contato i minuti che impiego per pranzare, per incastrare il pasto tra una riunione e l’altra. Oggi, tra le video conferenze che mi tengono in contatto con i colleghi anche durante lo smart working.

Conviviamo ancora con il Covid.
In Lombardia sembra essere sentito ancora con quella paura che qui, almeno apparentemente, pare essere andata un attimo in letargo.

ioMi spiazza questa spensieratezza, dopo sette mesi lontana dalla mia terra e cinque trascorsi in casa, azzerando i contatti fisici con il mondo.

Mi spiazza questa lentezza come mi spiazza sentirmi estranea tra la mia gente.

Sentirmi in un posto non mio, nonostante qui ci sia nata e cresciuta.

Il tempo scorre, sono passate quattro ore dalla prima portata e attendiamo ancora il dolce.

Il tempo scorre, sono passati quattro anni dalla mia partenza per la Lombardia, dal giorno del mio addio alla Sicilia e questo caldo mi sembra anomalo, anche se forse sto ricominciando ad abituarmi.

Ieri notte non ho chiuso occhio.

Mi sono spostata, con il mio cuscino sotto il braccio, in tutte le stanze della mia casa di infanzia alla ricerca di un angolo un po’ più fresco.

L’aria condizionata mi distrugge, non posso tenerla accesa durante la notte. E trascorro le ore a ri-esplorare, a poche ore dal mio atterraggio a Punta Raisi, tutti gli angoli della casa in cui sono cresciuta.

Mi ritrovo davanti una piccola libreria carica di Dylan Dog e di riviste di musica. Ricordavo di avere quelle due collezioni, e mi stupisco – adesso, dopo sette mesi senza poter tornare a casa, causa emergenza Covid – che siano così corpose.

Ma davvero ho comprato tutti questi fumetti? Ma che bello, mi dico, mentre il sonno mi implora di cercare un posto fresco per passare la notte.

Alla fine mi rassegno e torno lì, nella mia stanza di sempre.

Il comò ha la superficie piena di oggetti del mio passato, che custodivo e tenevo lì – come esposti – perché per me importanti.

Li sposto un po’, per fare spazio al mio cellulare e agli auricolari.

Li osservo per un po’. Sono piccoli regali ricevuti anni fa da amici – alcuni ancora presenti, altri persi – mentre un piccolo porta gioie conserva ancora bracciali, orecchini e collanine che oggi non indosso più.

Avevo lasciato tutto qui, partendo di corsa con solo due valigie, selezionando cosa fosse realmente essenziale e cosa potesse rimanere qui ad attendermi.

Tutti questi oggetti (regali, souvenir di piccole vacanze da studentessa universitaria, gioiellini) mi hanno atteso, non sono cambiati. Alcuni hanno solo dei colori leggermente sbiaditi dal tempo.

Mi hanno atteso e adesso io li guardo come se tra loro e me ci fosse una distanza non di quattro, ma di molti più anni.

Provo a indossare una collana, e mi rivedo la ragazzina spensierata che ogni weekend tornava nell’entroterra siciliano da Palermo.

Mi rivedo la ragazzina spensierata che non sapeva che un giorno avrebbe guardato quella collana, indossata tutti i giorni, come un oggetto così estraneo.

Tolgo la collana, una cordicella nera con un ciondolo a spirale, e la rimetto al suo posto, in uno dei cassetti del porta gioie.

Mi spiazza questa lentezza, e questo sentirmi un’estranea anche tra le cose mie.

Sette mesi senza vedere la mia casa, i miei oggetti che una volta erano della mia quotidianità, i miei luoghi…sette mesi sono stati troppi. O, semplicemente, non ero abituata a questa pausa tra un viaggio di ritorno e l’altro.

Mi spiazza questa incertezza del domani. Chissà se ci sarà un’altra emergenza sanitaria, chissà se riuscirò a tornare a Milano, chissà se poi – dopo essere tornata a Milano – dovrò attendere così tanto per rivedere i miei luoghi.

Chissà se mi sentirò ancora estranea anche al suono di questa sirena che, dalla piazza del mio paese, scandisce i ritmi della giornata (le otto del mattino, le tredici e le venti).

Chissà.

Posted on July 29, 2020, in Il blog di Grazia La Paglia. Bookmark the permalink. Leave a comment.

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