Il Teatro degli Orrori non esiste più. Ma restano quei versi che “rodono l’anima”

Era il 14 giugno del 2020 quando un post facebook di Pier Paolo Capovilla, sparato all’improvviso nella moltitudine di foto dal sapore estivo e post con le mille spiegazioni su cosa si poteva o meno fare in un periodo dalle restrizioni covid ancora attive, annunciava lo scioglimento de Il teatro degli orrori.

Così, verrebbe da dire, all’improvviso e a Sangue freddo – per citare il brano più noto e che li ha catapultati anche sotto gli occhi e le orecchie di chi ancora non li aveva conosciuti. O forse non tanto A Sangue freddo:
 
Ciao a tutte e tutti. Il Teatro degli Orrori non esiste più.  Lo sapevate già, ma io ho preferito tacere, nella speranza che le circostanze mutassero in qualche modo. Ma la vita a volte non va come si desidera o ci si augura. Tutto ciò mi spiace e mi addolora ancora.”

Avrei voluto parlarne con qualcuno, quel giorno, ma l’unica persona con cui dividevamo le cuffie per ascoltare insieme – in viaggio – i loro album non c’era più, già da un po’ di tempo.

Pensai a lei, a quell’amica con cui non andai mai a vedere i loro concerti ma che li adorava forse ancor più di me. Pensai a lei che mi chiedeva – secondo me – quale significato avesse il finale de Il turbamento della gelosia.
Pensai al fatto che non avrei più sentito cantare La canzone di Tom, Padre nostro, Direzioni diverse, Carrarmato Rock, Io cerco te, È colpa mia o Cuore d’oceano.

Ci ho ripensato qualche giorno fa quando lui, Pier Paolo Capovilla, che io considero un Maestro per la sua capacità di essere una rara voce fuori dal coro di questi periodi, che cita Pasolini e Majakovskij (solo per ricordarne alcuni), che è uno dei pochi ad avere una vera e fedele visione “di sinistra” della nostra società, che è uno dei pochi che sa leggere l’attualità in maniera del tutto differente rispetto al pensiero comune – offrendo chiavi di lettura che spiazzano e tirano schiaffi – ha annunciato il primo singolo del nuovo gruppo: Pier Paolo Capovilla e i Cattivi maestri.

Morte ai poveri, yeah!

Così canta il primo verso del singolo (che da anche il titolo al brano). Nella cover del cd un cuore con, all’interno, una falce e martello.

Schiaffi in faccia, subito. Contro quello che è definito ormai anacronismo dei simboli politici, che in realtà racchiudono idee di mondo.
Contro la nostra coscienza che si silenzia quando si invitano poveri disperati a “restare a casa loro”.

Numeri… Numeri… Numeri, soltanto numeri…

Una questione statistica… Una questione per farti capire il problema

Così ci arrivi pure tu, che hai fatto l’università…

E questi morti di fame devono restare a casa sua!

“Nelle loro canzoni – scrive Il Manifesto – ci sono le lotte tra ricchi e poveri, la perpetua caccia ai rom”.

Il sospiro che riproduco è come di sollievo: c’è ancora lui, la sua voce e la sua visione del mondo, a farci compagnia in questo universo appiattito da polemiche sterili e distrazioni di massa.
Per me, alla fine, è sempre stato una delle poche bussole che ho usato per orientarmi nel mondo – musicale e politico – sin da quel 2012 in cui, per la prima volta, ascoltai A sangue freddo.

E poi Due.

E poi tutto il resto.

Mentre tiro questo respiro di sollievo, ripenso a quei concerti a Palermo in cui mi ostinavo a stare sotto il palco, per poi tornare a casa piena di lividi perché pressata dalla folla che pogava.

Ripenso ai concerti de I teatro degli orrori che non vedremo più, anche se Capovilla è tornato.

Ripenso alle canzoni di una parte importante della nostra vita – quella tardo-universitaria – in cui quei versi erano ormai un mantra. Canzoni che non ascolteremo mai più live.

Ripenso a come ci hanno fatto crescere e a come ci hanno segnati.

Ripenso che fu l’ultimo concerto che ho visto, a Palermo, prima di lasciarla per trasferirmi a Milano.

Era da poco uscito il nuovo album, Lavorare stanca. Ma il concerto si aprì sempre con Due.

E poi c’era La canzone di Tom, “Tom che se ne è andato via, per sempre. Ma come ci illudi, Tom, di essere ancora vivi mentre guardiamo sempre dall’altra parte. Avrei voluto dirti tante cose, la più importante forse non la ricordo più. Avrei voluto averti amato ma è così tardi. Parlami ancora, Tom, parlami ancora. Dimmi qualcosa”.

E poi c’era Carrarmato rock, con il suo inevitabile pogo e i ritmi che spingevano i nostri cuori a pulsare ancora, ancora di più.

E poi c’era Il turbamento della gelosia, che parlava anche del turbamento della solitudine, che si concludeva con “lo dirai a mamma che ho ancora un cuore dentro?”.

E poi c’era È colpa mia:
È colpa mia se siamo diventati indifferenti
Più poveri, più tristi e meno intelligenti

È colpa mia
Non ci avevo mai pensato
È colpa mia
Non presto mai troppa attenzione
È colpa mia
Perché non prendo posizione
È colpa mia
Mi crolla il mondo addosso
Se ci penso non me ne frega niente

Figlio mio, ci pensi?
Un giorno tutto questo sarà tuo

E poi c’era Padre Nostro: Padre nostro, non perdonarli mai: sapevano e sanno benissimo quello che fanno. Dicono che sia legale!

E poi c’era Direzioni diverse: “Ti prego, ascoltami. Ascoltami bene, almeno una volta. Solo poche parole. Sarebbe stato bello invecchiare insieme. La vita ci spinge verso direzioni diverse. Non te la prendere. Non te la prendere almeno una volta. Il lavoro mi rincorre. Adesso devo scappare”.

Quante volte abbiamo detto queste ultime parole?

E quante volte ce ne siamo pentiti?

Il teatro degli orrori non esiste più, ma resta la musica che ci hanno lasciato. Restano i loro versi che di “radono l’anima”.

E in agguato, come sempre, la paura di morire.


Posted on April 23, 2022, in Il blog di Grazia La Paglia. Bookmark the permalink. Leave a comment.

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