Category Archives: Il blog di Grazia La Paglia

Le storie degli ultimi e il potere del mondo animale nel romanzo “Non toglietemi subito il sole”, da oggi in distribuzione gratuita

Un viaggio onirico di cinque anime intorno al sole. Cinque vite di ultimi, dimenticati, che incontrano animali che li guideranno verso le strade a cui sono destinati.

È questo, in sintesi, “Non toglietemi subito il sole”.

Il libro narra le vicende di cinque anime di esseri dimenticati e tocca diverse problematiche: dalle dipendenze ai disturbi alimentari, dallo sfruttamento alla depressione.

Le cinque anime che – nel romanzo – vanno alla ricerca del sole, incontreranno sulla loro strada angeli, gabbiani, leoni e cani. Ciascuno sarà portatore di una via di uscita immaginaria o forse vera, a metà tra le visioni oniriche in cui si richiudono i personaggi e la cruda realtà con cui sono costretti a scontrarsi.

Non toglietemi subito il sole è la frase-chiave di queste cinque narrazioni.

La ricerca della sua luce e del suo calore è il motivo per cui queste anime cercano di riscattarsi da una vita da ultimi. Una vita da dimenticati a cui sono stati condannati da una società in cui gli unici esseri comprensivi sembrano essere solo gli animali – seppur anche loro vittime dell’indifferenza e delle barbarie umane”.

“Non toglietemi subito il sole” è quindi la storia di cinque vite che cercano di “restare in superficie”: che sia quella del mare o quella della terra, poco cambia. Sono cinque vite che cercano di non sprofondare e di resistere.

Il romanzo è disponibile gratuitamente su Wattpadd, sito e applicazione https://www.wattpad.com/story/308335110-non-toglietemi-subito-il-sole .
Le versioni cartacee ed ebook sono disponibili su Amazon – clicca qui

Punk is dead: forse si. Ma ci pensano i rapper a ridargli vita

Mentre in Italia si dibatte sul video clip di Elodie (troppo nuda o troppo vestita?) e sullo smalto usato da Fedez (scandalo o avanguardia)… Insomma, mentre in Italia il dibattito della scena musica poggia le basi su alti, altissimi argomenti, dall’altra parte dell’Oceano si parla sul futuro del pop-punk.
E sembra essere di colore rosa.

E no, non perchè ci sia una donna dietro.

O meglio, c’è pure: Avril Lavigne sembra essere tornata, con il suo ultimo cd, a quelle sonorità che l’hanno contraddistinta quando – agli esordi – sfondava gli schermi con il suo look pop-punk, appunto.

C’è pure Lavigne in questa missione di rinascinta rosa targata Machine Gun Kelly – con chitarra elettrica rosa in mano, appunto. Una missione che mette insieme vecchi e nuovi volti, per ridare linfa vitale a quel genere tanto rimpianto dai trentenni di oggi. E non solo.

Guardo la locandina del suo prossimo tour ed è inevitabile notare come l’ex hip-hopper abbia saputo mettere insieme due generazioni diverse, anzi, tre.
La sua – quella dei trentenni che sognavano di diventare Avril e Billie Joe Armstrong, per dirne alcuni;
quella delle star che hanno segnato il pop-punk del 2000;
e quella dei ventenni di oggi, firmando con collaborazioni, per esempio, con Willow (figlia d’arte di Will Smith).

Lasciata alle spalle la musica che lo ha portato alla ribalta (ma forse non definitivamente), Machine Gun Kelly mira dritto al cuore del pop-punk nonostante le polemiche – e fortunatamente nonostante le polemiche – che le accusano di tradimento all’hip-hop.
E è arrivata anche la benedizione di Mick Jagger che “elogia Yungblud e Machine Gun Kelly per aver portato un po’ di vita ed energia alla nuova scena rock mondiale” (Radiofreccia).
Senza dimenticare chi accompagna MGK in questa impresa, tra la nostalgia e l’innovazione: Travis Barker – si proprio lui.

Quel tipo di vibrazioni post punk mi fanno pensare che c’è ancora un po’ di vita nel rock’n’roll” dice il leader dei Rolling Stones.

Un altro punto importante da notare: MGK ha voltato le spalle al genere musicale che l’ha portato alla ribalta per sposare il punk rock e non sembra essere il solo.

Dopo di lui, anche Sueco ha saputo fare questo salto, seppur in maniera diversa. Il rap, da cui proviene, trova spazio nelle sue nuove composizioni, con un equilibrio perfetto.
Basta ascoltare, per esempio, Toxic therapy. Le “urla” tipiche dal sapore anni 2000 si mischiano con strofe prettamente rapper, mentre sul suo corpo i due look trovano spazio per convivere.
Loser sembra essere una canzone dimenticata nei cassetti di rockstar del periodo d’oro del pop-punk, mentre Sober/Hungover è un altro esempio di commistione di generi che rendono il pezzo ballabile, pogabile, semplicemente amabile.

Il Teatro degli Orrori non esiste più. Ma restano quei versi che “rodono l’anima”

Era il 14 giugno del 2020 quando un post facebook di Pier Paolo Capovilla, sparato all’improvviso nella moltitudine di foto dal sapore estivo e post con le mille spiegazioni su cosa si poteva o meno fare in un periodo dalle restrizioni covid ancora attive, annunciava lo scioglimento de Il teatro degli orrori.

Così, verrebbe da dire, all’improvviso e a Sangue freddo – per citare il brano più noto e che li ha catapultati anche sotto gli occhi e le orecchie di chi ancora non li aveva conosciuti. O forse non tanto A Sangue freddo:
 
Ciao a tutte e tutti. Il Teatro degli Orrori non esiste più.  Lo sapevate già, ma io ho preferito tacere, nella speranza che le circostanze mutassero in qualche modo. Ma la vita a volte non va come si desidera o ci si augura. Tutto ciò mi spiace e mi addolora ancora.”

Avrei voluto parlarne con qualcuno, quel giorno, ma l’unica persona con cui dividevamo le cuffie per ascoltare insieme – in viaggio – i loro album non c’era più, già da un po’ di tempo.

Pensai a lei, a quell’amica con cui non andai mai a vedere i loro concerti ma che li adorava forse ancor più di me. Pensai a lei che mi chiedeva – secondo me – quale significato avesse il finale de Il turbamento della gelosia.
Pensai al fatto che non avrei più sentito cantare La canzone di Tom, Padre nostro, Direzioni diverse, Carrarmato Rock, Io cerco te, È colpa mia o Cuore d’oceano.

Ci ho ripensato qualche giorno fa quando lui, Pier Paolo Capovilla, che io considero un Maestro per la sua capacità di essere una rara voce fuori dal coro di questi periodi, che cita Pasolini e Majakovskij (solo per ricordarne alcuni), che è uno dei pochi ad avere una vera e fedele visione “di sinistra” della nostra società, che è uno dei pochi che sa leggere l’attualità in maniera del tutto differente rispetto al pensiero comune – offrendo chiavi di lettura che spiazzano e tirano schiaffi – ha annunciato il primo singolo del nuovo gruppo: Pier Paolo Capovilla e i Cattivi maestri.

Morte ai poveri, yeah!

Così canta il primo verso del singolo (che da anche il titolo al brano). Nella cover del cd un cuore con, all’interno, una falce e martello.

Schiaffi in faccia, subito. Contro quello che è definito ormai anacronismo dei simboli politici, che in realtà racchiudono idee di mondo.
Contro la nostra coscienza che si silenzia quando si invitano poveri disperati a “restare a casa loro”.

Numeri… Numeri… Numeri, soltanto numeri…

Una questione statistica… Una questione per farti capire il problema

Così ci arrivi pure tu, che hai fatto l’università…

E questi morti di fame devono restare a casa sua!

“Nelle loro canzoni – scrive Il Manifesto – ci sono le lotte tra ricchi e poveri, la perpetua caccia ai rom”.

Il sospiro che riproduco è come di sollievo: c’è ancora lui, la sua voce e la sua visione del mondo, a farci compagnia in questo universo appiattito da polemiche sterili e distrazioni di massa.
Per me, alla fine, è sempre stato una delle poche bussole che ho usato per orientarmi nel mondo – musicale e politico – sin da quel 2012 in cui, per la prima volta, ascoltai A sangue freddo.

E poi Due.

E poi tutto il resto.

Mentre tiro questo respiro di sollievo, ripenso a quei concerti a Palermo in cui mi ostinavo a stare sotto il palco, per poi tornare a casa piena di lividi perché pressata dalla folla che pogava.

Ripenso ai concerti de I teatro degli orrori che non vedremo più, anche se Capovilla è tornato.

Ripenso alle canzoni di una parte importante della nostra vita – quella tardo-universitaria – in cui quei versi erano ormai un mantra. Canzoni che non ascolteremo mai più live.

Ripenso a come ci hanno fatto crescere e a come ci hanno segnati.

Ripenso che fu l’ultimo concerto che ho visto, a Palermo, prima di lasciarla per trasferirmi a Milano.

Era da poco uscito il nuovo album, Lavorare stanca. Ma il concerto si aprì sempre con Due.

E poi c’era La canzone di Tom, “Tom che se ne è andato via, per sempre. Ma come ci illudi, Tom, di essere ancora vivi mentre guardiamo sempre dall’altra parte. Avrei voluto dirti tante cose, la più importante forse non la ricordo più. Avrei voluto averti amato ma è così tardi. Parlami ancora, Tom, parlami ancora. Dimmi qualcosa”.

E poi c’era Carrarmato rock, con il suo inevitabile pogo e i ritmi che spingevano i nostri cuori a pulsare ancora, ancora di più.

E poi c’era Il turbamento della gelosia, che parlava anche del turbamento della solitudine, che si concludeva con “lo dirai a mamma che ho ancora un cuore dentro?”.

E poi c’era È colpa mia:
È colpa mia se siamo diventati indifferenti
Più poveri, più tristi e meno intelligenti

È colpa mia
Non ci avevo mai pensato
È colpa mia
Non presto mai troppa attenzione
È colpa mia
Perché non prendo posizione
È colpa mia
Mi crolla il mondo addosso
Se ci penso non me ne frega niente

Figlio mio, ci pensi?
Un giorno tutto questo sarà tuo

E poi c’era Padre Nostro: Padre nostro, non perdonarli mai: sapevano e sanno benissimo quello che fanno. Dicono che sia legale!

E poi c’era Direzioni diverse: “Ti prego, ascoltami. Ascoltami bene, almeno una volta. Solo poche parole. Sarebbe stato bello invecchiare insieme. La vita ci spinge verso direzioni diverse. Non te la prendere. Non te la prendere almeno una volta. Il lavoro mi rincorre. Adesso devo scappare”.

Quante volte abbiamo detto queste ultime parole?

E quante volte ce ne siamo pentiti?

Il teatro degli orrori non esiste più, ma resta la musica che ci hanno lasciato. Restano i loro versi che di “radono l’anima”.

E in agguato, come sempre, la paura di morire.


La scrittura che rende inoffensivo il dolore: da Bufalino a Terranova (in Trema la notte)

Si scrive per dimenticare, per rendere inoffensivo il dolore, biodegradarlo, come si fa coi veleni della chimica. Può essere una vernice, la scrittura, che ci anodizzi i sentimenti e li protegga dalle salsedini della vita“.

Così scriveva Gesualdo Bufalino. E così – e con questi perchè – scrive la voce narrante di “Trema la notte” di Nadia Terranova (Einaudi editore).

Dalle macerie di una Messina distrutta dal terremoto più forte mai registrato in Europa, la voce narrante che tesse e intreccia le proprie vicissitudini con quelle di un bambino di Reggio Calabria, prende vita una nuova esistenza che niente ha a che fare con il passato.

Sotto i calcinacci e le mura nobili rase al suolo dalla potenza della terra, rimangono sepolti uomini, donne, bambini ma anche tracce delle vite precedenti. Ci si può ricostruire, reinventare.
Con dolore, con sofferenza, con tanta fatica. Ma si può costruire una nuova vita.

Prima che il terremoto distruggesse la società che conosceva, la voce narrante di “Trema la notte” – una giovane e ricca ventenne – sognava proprio questo: rinascere, avere i propri spazi per realizzare i propri desideri.

E proprio nella scrittura – intorno alla scrittura – lei cercava la via di uscita da un mondo che voleva capovolgere.

Poi le scosse, i tetti che vengono giù, le infinite macerie, le baracche: sempre con la scrittura lei riemergerà – o forse sopravvivrà.

E la scrittura non serve, a lei, per dimenticare – come invece scriveva Bufalino.
Ma, come per lo scrittore de “Le menzogne della notte”, la scrittura sarà da strumento per anestetizzare il suo dolore.
La scrittura come diario, come terapia.

Una scrittura che salva da macerie e apocalissi, che apre nuove porte, che dona nuova vita.
Che protegge “dalle salsedini della vita”.

I volti di casa incisi ai confini di Milano. Quei volti che per la Sicilia hanno lottato

Cercavo casa. Cercavo un luogo da poter chiamare così nonostante i chilometri di distanza che mi separavano dal Vallone – quel luogo dell’entroterra siciliano in cui sono nata e crescita – e da Palermo – che per dieci lunghi bellissimi anni è stata tana e campo di battaglia.

Cercavo un nuovo rifugio mentre ero immersa in un mondo non mio e che – a poco a poco – mio stava diventando.

Girovagavo in auto, alla ricerca di una strada in cui avrei incontrato l’ennesimo agente immobiliare.  Finito l’appuntamento, come sempre, mi persi. Non sono mai stata brava nemmeno a seguire le indicazioni del navigatore perché – alla fine – mi piace perdermi per poi scovare e scoprire.
Notai un laghetto.

Il sole di maggio lo faceva splendere come piccolo diamante tra il verde che iniziava a farsi sempre più spazio in ogni angolo di vita possibile. È lì che parcheggiai l’auto, è li che pensai di fare quattro passi.

Ed eccolo lì: Peppino Impastato. Mi guarda. Ci guardiamo. E all’improvviso ricordo i cortei a Terrasini che partivano da Radio Aut. Ricordo la redazione della radio che porta il nome del film a lui dedicato in cui mi allenavo – ancora studentessa universitaria – a creare notiziari. Crearli da zero, con piccoli registratori in mano e sogni in tasca da voler scartare al più presto.

Mi guarda. Ci guardiamo, in un giorno di maggio – quel mese che lo portò via, per sempre.

Il suo volto è inciso su una parete. Faccio pochi passi mentre mi perdo nella memoria di quegli anni bellissimi fatti di lotte, battaglie e da quella voglia di seguire le orme di Peppino. Faccio pochi passi e mi ritrovo davanti all’ingresso di una scuola. Guardo l’ingresso. Scopro che si chiama Padre Pino Puglisi.
Anche lì, all’interno, un altro murales che sembra guardarmi e ricordarmi chi sono, da dove vengo, dove e quale sia la mia vera casa. Il murales con il suo volto, un volto che difficilmente un siciliano non riconosce.

Torno alla mia auto. Mi chiedo se tutto questo sia frutto di casualità. Assurde coincidenze del destino? Non lo so. Non credo molto a queste robe. Ma credo a quei volti, a quelle lotte, a quelle storie, a quei sacrifici. Credo a quell’essere contro: contro il sistema di corruzione, violenza e malaffare, qualsiasi sia il nome che lo identifichi. Credo in quei volti che hanno combattuto per la mia Terra.

Mentre percorro quella cittadina, Buccinasco, e quella accanto in cui ho iniziato a vivere – Corsico (alle porte di Milano) mi imbatto in molti altri volti, sia quel giorno che nei mesi successivi.
Un altro siciliano, per esempio, Franco Battiato. E poi Gino Strada. E poi un’altra vittima delle mafie, Giancarlo Siani. E poi Frida Kahlo, Samantha Cristoforetti e Margherita Hack. Dante Aligheri, Sandro Pertini, Rita Levi Montalcini, George Floyd e Alda Merini.

Cerco informazioni su internet, incuriosita da questi murales che mi riportano nella mia casa natia mentre cerco di costruirmi un’altra casa, in un altro luogo.

È su Facebook che trovo informazioni in più. “A Buccinasco stiamo portando avanti questo progetto come Retake Buccinasco, We run the streets e Comune di Buccinasco – mi dicono i realizzatori delle opere, chiacchierando in chat – ll progetto si chiama Quartieri a colori. Queste attività saranno replicate anche a Corsico con altri dieci soggetti. A maggio arriveranno i volti di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo (da una commissione privata su muri comunali)”.

Trent’anni fa, il 23 maggio 1992, la strage di Capaci. Trent’anni dopo, i loro volti saranno qui, alle porte di Milano, a ricordare a tutti – non solo ai migranti come me – quel che è stato. A ricordare a tutti quel giorno fatto di esplosioni, alle porte di Palermo. A ricordare a tutti quelle vite spezzate. A ricorda a me, che migrante sono, cosa mi porto addosso, chi sono stata e chi sono.

La forza delle minoranze e quell’inno – Minority – che ci ricorda il potere della nostra unicità, del nostro essere “fuori tempo”

Anno 2000. Una marcia orgogliosa in strade vuote. Un carro carnevalesco anticipato da majorette dal look punk. I Green Day, sopra il carro, intonano quello che sarebbe poi diventato un inno per chi dissente, per chi è contrario, per chi rivendica la sua unicità: Minority.

Quel brano sarebbe presto diventato uno dei cavalli di battaglia della band, immancabile in ogni concerto, immortalato durante i live – come tanti altri, del resto.

Ma in questo brano riecheggia qualcosa di molto diverso rispetto agli altri: Minority ci ricorda che – in realtà – non sono le maggioranze a custodire la forza e il potere (a dispetto di quel che si può pensare).  

Non solo essere, ma voler essere
Innanzi tutto, il testo inizia con una dichiarazione di intenti: Io “voglio” essere la minoranza.
Non si è, semplicemente, minoranza. Lo si vuole – anche – essere. Si vuole scegliere da che parte stare, dove permanere.

E poi ancora
Stepped out of the line
Like a sheep runs from the herd.
Marching out of time
To my own beat, now
The only way I know.

In questi versi, i Green Day ci raccontano di chi marcia seguendo il proprio ritmo perché è l’unico – l’unico – che si conosce. E di chi è fiero di rivendicarlo – mentre marcia al proprio tempo.

La maggioranza statica
Fregarsene dei tempi battuti dalle maggioranze.
Fregarsene delle autorità imposte come anche della morale – sempre delle maggioranze.

Ed è qui che mi soffermo a riflette mentre, in un’aula di università, seguendo l’ennesima lezione dell’ennesima materia di sociologia, il professore di turno ci dice “che sono le masse a cambiare la società. La maggioranza, invece, non muta nulla”.

La maggioranza è statica, si crogiola dentro assiomi già prestabiliti. Non guarda e non punta al cambiamento: ha il suo equilibrio da custodire. La maggioranza non si evolve.

Il mondo muta
Eppure là fuori, nella stessa strada dove io, tu, i Green Day e le loro majorette punk rivendicano il loro essere “minoranza”, c’è un mondo che muta, si evolve e comprende se e quando esiste – nelle proprie prassi quotidiane – qualcosa di marcio. Di sbagliato.

Se qualcosa è sbagliato, è la minoranza ad accorgersene. “È la minoranza – continua il docente – ad avere apportato le vere grandi rivoluzioni, evoluzioni e cambiamenti e ad averci dato tanti di quei diritti di cui oggi godiamo”

Come esempio, lui ci citò Martin Luter King e il potere delle minoranze “ghettizzate” di rivendicare i propri diritti. Oppure ancora, la minoranza fatta di “donne” che rivendicarono (tra le tante cose) il diritto al voto (arrivato in Italia con grandissimo ritardo).  

Furono quelle minoranze a evidenziare, all’interno di una società all’apparenza evoluta ed equilibrata, che si, c’era qualcosa di sbagliato in quel mondo così perfetto.

La massa critica
In sociologia si parla di “massa critica”: è quella quantità “critica” e necessaria di supporto popolare perché possa esserci un cambiamento di usi, costumi e norme ormai assodate in un gruppo omogeneo – ma che realmente omogeneo non potrà essere mai.

Recenti ricerche dicono che la massa critica deve raggiungere almeno il venticinque percento della popolazione affinché un “cambiamento sociale su vasta scala e una prospettiva o un comportamento – prima messo all’indice o guardato con diffidenza” venga considerato “socialmente accettabile”.

Ci siamo dimenticati del nostro potere: di essere unici
Minority ci parla quindi di un potere che abbiamo ma che spesso viene ignorato e “bullizzato” dalla maggioranza.

Quante volte ci siamo sentiti diversi, dimenticando di essere semplicemente unici?

Quante volte ci siamo uniformati a ritmi collettivi, quando avremmo voluto ballare su tempi e melodie tutte nostre?

Quante volte ci siamo sentiti fuori posto, non adatti, sbagliati? E quante volte abbiamo cercato di annullarci e nasconderci, per timore di giudizi, di emarginazione? O, ancora peggio, per la paura di ritrovarci soli? E sì, la solitudine mette tanta, tanta paura.

Ci siamo dimenticati, però, del potere che le nostre scelte autonome, i nostri pensieri, le nostre visioni del mondo hanno.

Ci siamo dimenticati della possibilità che avremmo avuto di cambiare le cose, quando e se ci sembravano marce e sbagliate.

Certo, essere “minoranza” non è facile. Anzi: conviverci è un peso e la solitudine di scelte “out of time” è dolorosa.

La “minoranza” come fiori di mandorli poco prima della primavera

Dovremmo custodire il nostro essere unico ogni giorno. Dargli spazio, acqua e luce. Coltivarlo con dedizione, nonostante gli inverni gelidi che si susseguono. Ma – come fiori di mandorli che sbocciano poco prima della primavera – la nostra minoranza sboccerà, e – come fiori di mandorli poco prima che la neve si sciolga– la nostra unicità sarà magnifica.

Fimmina chi legge scandaglia nei versi e nel diario – Intervista completa

La stupenda Fimmina chi legge – Margherita Ingoglia è una giornalista di cultura siciliana. Ma definirla “giornalista di cultura” è riduttivo. Perché lei va oltre il raccontare l’autore o il suo libro: scava, cerca i perché dietro una parola, ricostruisce parallelismi.
Il suo lavoro – ripreso anche da tv regionali – è una continua ricerca di emozioni e parole che si intrecciano su carta e che raccontano di un qualcosa che, senza parole e carta, non avrebbe quella forma.
Analisi, trasporto ma soprattutto attenzione: questo è il lavoro da giornalista di Margherita. ù

È stato un onore, per me, avere avuto il suo invito alla sua trasmissione in cui è emerso qualcosa di cui, fino a quel momento, non mi ero resa conto. E questo qualcosa è emerso perchè lei, appunto, va oltre il racconto e scandaglia le parole. È emerso che per quanto si possa provare nostalgia per un posto, non sempre si ha la forza di tornarci – proprio in quel luogo che ci manca.

Parlando con lei, durante questa intervista, mi sono resa conto per la prima volta di quanto sia crudelmente vera quella citazione di Pavese “Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici”.

Perchè se è vero che noi cambiamo, e torniamo nei nostri luoghi del passato con altri occhi, con un altro sguardo, è anche vero che anche quel luogo cambia, matura e muta. Possiamo cercare di guardarlo come lo avremmo guardato anni prima. Di viverlo come lo avremmo vissuti anni prima. Ma anche lui muta, cambia pelle. E quello che una volta, in quelle strade, sentivamo, adesso non lo avvertiamo più.

Ma questo vuol dire anche un’altra cosa: possiamo anche aver perso quel luogo per come lo amavamo e lo ricordavamo, ma possiamo anche riscoprirne un altro. Sempre quello, si, ma che ha un sapore diverso.
E queste riflessioni sono nate spontaneamente con questa intervista. Perché Margherita non è solo una giornalista di cultura. È una donna dalla grande preparazione e sensibilità.

La sinfonia dell’abbandono, della perdita e della fame: la racconta il prof. Vincenzo Pinello

Vincenzo Pinello, professore dell’Università di Palermo con cui ho avuto l’onore di poter collaborare nei miei primi anni di esperienza lavorativa, racconta i miei due “piccoli figli neri”: il diario “Non sarà mai una dea” e la raccolta di poesie “Amore è fame”.
Racconta i due piccoli libretti parlando della sinfonia dell’abbandono che si fa poesia nel testo narrativo e che si fa prosa nel testo poetico. Racconta di una linea di demarcazione – tra i due testi – frammentata.

Ma soprattutto, racconta dei riti di separazione (Ho perso il mio passato, non esiste più) e di quelli di iniziazione (Colazione senza latte): “perché laddove tutto è duro, è forte, lo smarrimento – la perdita – trova le sue fessure, trova il modo di insinuarsi”.

E il prof. Vincenzo Pinello, questa infiltrazione dello smarrimento nella mia anima, l’ha letta, l’ha sentita.

È stato un onore, per me, avere queste sue parole preziose raccolte nella puntata “La strada della poesia”. Parole che oggi ho riascoltato, non senza nostalgia e senza ricordare come quelle infiltrazioni le ho richiuse, con tanta fatica. Ma le ho richiuse.
Testo completo della stupenda e struggente recensione del prof. Pinello sotto il video integrale dell’intervista.

Insieme alla trasposizione delle modalità del parlato nella scrittura, il rapporto tra testo narrativo e testo poetico è tra i temi più discussi nelle letterature di settore.

Le posizioni più estreme mirano alla frammentazione della linea di confine tra i due grandi ambiti e in questo campo interessanti risultano quelle linee di ricerca che dedite a rinvenire nella pagina ampia del testo narrativo indizi, se non tracce vistose di forme metriche per così dire “non libere”.

A questo proposito, volendo rimanere tra i siciliani, non possiamo non citare l’intera produzione di Vincenzo Consolo e quella del Bufalino maggiormente incline al lirismo.

A questa frammentazione del confine tra i due versanti stilistico-espressivi e quindi a fronte della linea spezzata tra narrativa e prosa, sembra aderire pienamente Grazia La Paglia, giovane e sorprendente voce narrativa e poetica distintasi in questi due ultimi anni.

La piccola ma già icastica costellazione letteraria di La Paglia è costituita da un breve e intensissimo romanzo, “Non sarà mai una dea – di Palermo e della Sicilia – Diario di una migrazione come tante” e dalla raccolta poetica “Amore è fame”.

Iniziamo questo percorso bifronte tra poesia e prosa indicando quello che ci pare il tema comune alle due opere: il sentimento della perdita.

Nel testo narrativo la protagonista io-narrante, giovane intellettuale siciliana emigrata nella metropoli del Nord si fa interprete della rievocazione sentimentale dei luoghi del centro storico della città oggetto dell’abbandono. Un viaggio antelucano attraverso piazze, locali notturni, riposti angoli di scalinate unte di birra ed echi di chiacchere e musica.

In una relazione, puramente letteraria, con tipi umani costruiti essenzialmente sul topos della gioventù universitaria alla perenne ricerca di una bohème seduttiva e bella, perché sempre cercata, afferente all’aria del desiderio più che della prassi.

Leggiamo come Grazia La Paglia in apertura disegna la perdita dei luoghi, un vero e proprio rito della separazione.

Ho perso il mio passato, non esiste più. Ho barattato amici e sogni per cercare un nuovo inizio altrove. Ho lasciato alle mie spalle l’Isola del Requiem di sogni abbandonati. La stessa Isola che accoglie e offre una seconda vita a chi lascia alle sue spalle, verso la linea dell’equatore, guerre, violenze, fame. La fame vera”.

L’immagine dell’equatore ricorre nelle scritture di Grazia La Paglia.

“Ho perso il mio passato, non esiste più”.

La fame vera è sostanziata dalla struggente messa in luce di una rete analogica che pone in relazione vitale i luoghi dell’urbe, dove solo ai giovani è dato diritto di cittadinanza, e le piccole quotidiane vicende umane di questi ultimi tra tramestio, esami saltati e missioni collettive rigorosamente prive di obiettivi strategici, inni allo spontaneismo diremmo quasi anarchico, sempre intriso di amore e adesione alle culture altre, all’arte, alla vita sensibile.

E qui ancora una volta viene in mente Baudelaire, ormai presenza quasi persistente in questi nostri appuntamenti della Strada della poesia

A luogo cittadino cioè analogico per eccellenza intessuto dal grande poeta francese.

Ma se riandiamo, adesso, alle frasi, al testo, al frammento di testo di La Paglia che io vi ho proposto in apertura (Ho perso il mio passato, non esiste più. Ho barattato amici e sogni per cercare un nuovo inizio altrove) possiamo adesso metterlo in luce.

Queste frasi aprono il libro della narrazione e in realtà non importa: non importa se è così oppure se è già poesia. Poesia con le sue pause, i suoi suoni. Certo, non ci basta dire che si va a capo. Lo abbiamo detto tante volte in questi appuntamenti: andare a capo è una questione di vita e di morte. Su questo leggete “Andare a capo” del grande poeta Milo De Angelis nel suo saggio sulla poesia “Poesia è destino”.

E il primo testo della raccolta poetica di La Paglia di cui adesso ci occupiamo ha lo stesso titolo del libro: Amore è fame (nella sezione L’Inizio).
Qui il tema dell’abbandono è declinato nell’elencazione degli oggetti dell’area semantica della colazione (bicchieri, tazze, posate, latte) e ancora in forma rituale – in questo caso iniziatica – con la potente metafora del digiuno.

Digiuno di materie e digiuno di amore con un impasto di parole di aree semantiche in conflitto. Un conflitto, un impasto riuscitissimo.

È solo un assaggio, questo, della scrittura di Grazia, della sua poesia nella prosa e della prosa in poesia. Una sinfonia dell’abbandono e della fame. Fame di terra e di carne. Perché laddove tutto è duro, è forte, lo smarrimento – la perdita – trova le sue fessure, trova il modo di insinuarsi.

Perché è lì che volevamo stare” scrive. “Stare fino a tardi, alle volte anche aspettando l’alba. Perché? Non lo so ma era quasi naturale. Parlavamo di qualsiasi cosa, dei massimi sistemi, della tesi che stavamo per consegnare e dell’ennesimo amico appena emigrato”: ancora la sinfonia dell’abbandono e della perdita.

Avevamo quindici anni e cantavamo Zeta Reticoli. Oggi, quella canzone, ci chiede se bruciamo ancora.

(E forse, oggi, la risposta non è quella che immaginavamo avremmo dato vent’anni dopo)

Avevamo quindici anni, massimo venti. Ascoltavamo musica ska. Avevamo già pogato (chi era più grande) sulle note di Supereroi contro la municipale o King of Ska.

Chi era ancora troppo piccolo, sognava di ballare su quelle note e lo faceva già, magari chiuso nella propria cameretta, con cuffie e lettore cd portatile in mano. Qualcuno aveva già il lettore mp3. Io combattevo con le batterie del lettore che si scaricavano troppo, troppo in fretta.

Avevamo quindici anni, massimo venti, e ascoltavamo quegli eroi ska italiani armati di trombe e chitarre.

Eravamo giovanissimi quando in tv passavano le immagini del G8 di Genova, quando si diffuse la notizia (sempre molto velata) della scuola Diaz.

Due anni dopo quella torrida estate, eccoli tornare – i Meganoidi – a cantare qualcosa di diverso. Si, c’erano sempre trombe e chitarre e ritmi con richiami netti allo ska. Ma qualcosa era cambiato.
Qualcosa si era spezzato o – semplicemente – anche loro, come noi, stavano crescendo e iniziando a guardare il mondo per quel che era.

Avevamo tra i quindici e i vent’anni quando approdò nei nostri lettori Zeta Reticoli. Quando ascoltammo l’ultima traccia di Inside the loop – stupendo sensation con quel suo basso a fare da apertura, dandoci già delle visioni diverse dalle solite melodie allegre e spensierate.
Un basso, in apertura, scandiva il ritmo in maniera crescete. Era cupo. Una tromba, dopo pochi secondi, iniziava a tessere la melodia. La sua musica si alza in cielo, mentre il basso continua a strisciare sulla terra.

Poi partiva il canto di un testo a cui sono state date varie interpretazioni, negli anni. Molto divergenti alle volte, alcune più politiche. C’è anche chi ci legge il racconto di un amore tra due individui destinati a non ritrovarsi, viversi. Perché Zeta reticoli è un sistema binario: due stelle che viaggiano l’uno accanto all’altra ma che non si incontreranno mai.

Nessuno ha ragione, o forse l’abbiamo tutti quando ci fermiamo ad ascoltarla, a quasi vent’anni di distanza, chiedendoci che ne è stato di quei quindicenni/ventenni che andavano ad animare le piazze, ad occupare le scuole, a dire che la guerra fa schifo come anche i Grandi della terra. Abbiamo ragione tutti quando ci vediamo in Zeta reticoli una domanda chiara e inequivocabile: che ne è stato della nostra ribellione?

Che ne è stato di quella generazione arrabbiata? E che si rivedeva in frasi come

“Dimmi se ci sei anche tu in un lago di sangue detto libertà”?

Oppure ancora
Brucia ancora, che prima o poi ritornerà
Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto
Non temere zeta reticoli on my mind
Aspetterò il momento per un migliore slancio”.

Brucia, la nostra rabbia? La sentiamo ancora bruciare?

Con questa domanda, Zeta reticoli non è più una canzone di ieri, della nostra giovane età tra scuole superiori e università.

No. Zeta reticoli – per noi che di quel periodo abbiamo fatto parte – è una canzone di oggi.

Dopo quasi vent’anni ci interroga.

Lo conserviamo ancora, lo smalto di quel periodo? O abbiamo mutato pelle?

Abbiamo aspettato il momento per un migliore slancio: ma questo momento è arrivato? E se è arrivato, siamo saltati? Lo abbiamo afferrato? Lo abbiamo fatto nostro?

Imbottigliati nel traffico all’interno di un’utilitaria, dopo aver timbrato l’ennesimo cartellino a lavoro, la sentiamo ancora quella rabbia che ci rendeva vivi? Ci ribelliamo ancora?

Oppure siamo oggi – e non ieri, quando eravamo ventenni – “Catturati nel sonno della nostra età”?

La canzone continua, dopo il ritornello, con una sorta di monologo interiore:

Neri, quei giorni che passano senza di te
quasi convinto che in fondo sia meglio così
Allentare la presa per merito di
Chi mi consola ed esorta alla rinuncia

Ma la pelle rigetta quel sorriso che
Trapiantato da bocche riverenti non
lo sai, non funziona su di me

Abbiamo allentato la presa? Ci siamo fatti convincere da chi ci consolava e ci esortava a rinunciare a immaginare – credere – combattere per un futuro migliore, diverso?

Oggi, imbottigliata nel traffico all’interno di un’utilitaria, mi dico che si. In molti abbiamo allentato la presa. E quella rabbia non la sentiamo più. È questo il sonno della nostra età, che ci ha catturati.

I sorrisi che rigettavamo ce li siamo fatti passare, tutti.

Gli ultimi versi della canzone, adesso, non li canto più come un’affermazione, ma con un punto di domanda.  

Ostinato a ripetere tra i denti:
Brucia ancora, che prima o poi ritornerò

Siamo ostinati nel ripetere tra i denti che brucia – brucia ancora – e che prima o poi ritorneremo?

Ritorneremo con la nostra rabbia, con i nostri no, con i nostri rigetti, con il nostro animo da antagonisti nei confronti di un mondo che sa solo imbottigliarci nel traffico, all’interno di una utilitaria, mentre lì fuori – per esempio – si annega nel Mediterraneo?

Ritorneremo?



La negazione come affermazione dell’amore: Non de The Zen Circus è la fusione tra l’io e il tu

“Non: Avverbio di negazione; parola frequentissima nel discorso, serve a negare o escludere il concetto espresso dal vocabolo cui si premette”.

Questa è la definizione che si può leggere su Treccani.
Una definizione che Non de The Zen Circus capovolgono, completamente.

La canzone dell’ultimo album “L’ultima casa accogliente”, pubblicato poco più di un anno fa, se la gioca – per bellezza e intensità – con almeno altre due tracce. Difficile scegliere tra Non, Appesi alla luna e L’ultima casa accogliente.

E mentre stabilire una classifica tra le tre risulta difficile, non lo è riconoscere in Non un tratto che nessun altro testo (o meglio, poesia) ha avuto: usare la negazione per affermare l’amore.

Non un amore qualsiasi, fatto di passione, con tratti adolescenziali magari, o con farfalle allo stomaco. Insomma, un amore dai connotati sdolcinati.

No. The Zen Circus hanno il rock nelle vene, il nero che li avvolge.
Per loro l’amore è altro.
In Non l’amore è rassegnarsi e far cedere, finalmente, corazze e mura.

Non afferma l’amore nella sua forma più vera. Non è lasciarsi andare.

Procediamo con ordine, per entrare nei versi e lasciarsi trasportare dalla descrizione della creazione di un qualcosa che va oltre il singolo.  

Non era il mare all’orizzonte
Non era il vento a muovere le onde
Non è la rabbia che mi consola
Non è la voglia di vomitarne ancora
Contro qualcuno che non esiste
Contro me stesso o chi non c’entra niente
Una voce in testa mi dice
“È solo una scusa per non essere felice”

L’ultimo verso ci riporta alla realtà dopo la negazione della rabbia, della voglia di vomitarla addosso a se stessi o a chi ci affianca. Ci riporta alla realtà dicendoci che, come spesso avviene, cerchiamo una scappatoia. Una scappatoia dall’amore per paura di essere felici. Alzi la mano chi non l’ha mai fatto. Ebbene, anche la tua è rimasta abbassata.

Pochi versi dopo:

Non è il bambino che è scomparso
È con me, lo sento accanto

Un bambino da proteggere, ancora. Forse da abbracciare, consolare. E allora ecco, il lasciare che venga cullato dal vento e dalle onde:

Lascia che le navi escano dai porti
Lascia che ti vengano a trovare i morti
Lascia che i colpevoli vengano assolti
Lascia stare per sempre il giudizio degli altri
Non è l’amore a farci a pezzi
Non è il dolore a scrivere versi
Non è la voglia di farmi male
Non è la voglia di farmi male

Lasciati abbracciare forte
Lasciami le ombre, il dolore, la notte
Lascia che ti dorma accanto quando viene buio
Mentre parli nel sonno e io urlo da solo
Non ero io dentro al tuo corpo
Non eri tu a tenermi dentro
Non ero io, non eri tu
Non ero io, non eri tu

Non ero io, non eri tu
Non ero io, non eri tu
Non ero io, non eri tu
Non ero io, non eri tu

Il sangue che mi esce dal corpo
È mio soltanto se lo riconosco
Sei una ferita aperta dentro cui viaggiare
Tu non mi abbandonare

Lasciare le nave uscire dai porti. Lasciarsi abbracciare forte. Dimenticare il giudizio della gente. Assolvere chi e cosa ci ha feriti.

E, subito dopo, cedere all’altro ciò che ci fa male, in uno scambio ad armi pari di paure e dolore.
Lasciami le ombre, il dolore, la notte dice la canzone.
E Lascia che ti dorma accanto quando viene il buio: non è altro che lasciarsi proteggere.
E infine, rieccola, la negazione che sublima l’amore.

Non è l’amore a farci a pezzi
Non è il dolore a scrivere versi

Non ero io dentro al tuo corpo
Non eri tu a tenermi dentro
Non ero io, non eri tu.

La ripetizione martellante e dolce di quest’ultimo verso, Non ero io, non eri tu, carico di ben due negazioni, porta alla creazione di qualcosa di nuovo.

Non esiste più l’io. Non esiste più il tu. Non esistono più due esseri distinti, ma siamo davanti ad una fusione perfetta. L’uno con l’altro. Non c’è più chi sta dentro e chi tiene dentro.
Esiste equiparazione, equilibrio, unione perfetta dopo essersi lasciati andare.

Dopo aver lasciato andare oltre i porti, finalmente, le nostre navi cariche di paure.