Category Archives: Il blog di Grazia La Paglia

Leggi adesso “Non sarà mai una dea” – gratis

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Non toglietemi subito il sole

 

scrivo 2NASCITA
Non ricordo quando è stata l’ultima volta che i raggi del sole hanno sfiorato i miei occhi.
Non ricordo, perché l’ultima volta deve essere stato – con molta probabilità – il giorno della mia nascita.

Immagino mia madre sdraiata sotto il sole cocente: luminoso, caldo, giallo e con sfumature di arancione. E arido, come l’Africa.
I miei tratti, la forma del mio viso, i miei colori, la struttura del mio corpo non lasciano spazi a fraintendimenti: è dall’Africa che la mia famiglia ha origine.

Da quante generazioni siamo in Europa, a vagare da uno stato all’altro, da una città all’altra? Non lo so.

L’unica cosa che so – per certo – è che per anni ho vissuto coperta da tende, dentro una gabbia, esposta come un oggetto. Un oggetto di divertimento, per la precisione, ma anche di paura. Pare che la gente abbia paura di me: le mie forme immobilizzano per il terrore. Tutti credono che io sia violenta, selvaggia anche, e che per la fame e la sete possa commettere i crimini peggiori.
C’è anche chi paga per poter assistere alle mie prestazioni. E per quello spettacolo tanto atteso – e poi nemmeno molto pagato – mi devo preparare con cura, con attenzione.
Alle volte non mi va.

Ci sono giorni in cui vorrei rimanere a dormire nella mia gabbia – che comunque è la mia stanza, il mio rifugio. Ci sono giorni che non mi va di essere oggetto di derisione, di attenzione, di espormi così – coperta solo dalla mia pelle, nulla di più. E allora vengo drogata, frustata, sedata. Così è da sempre. Da quando mi hanno portata via da mia madre.

Il sole: non ricordavo più cosa fosse.
Non penso di essermi mai distesa alla luce del sole, su un asfalto come questo che brucia, scotta.
Ma la mia pelle è africana, può resistere.

So che mi stanno cercando, so che appena mi ritroveranno mi picchieranno: frusta e cocktail di droghe per sedarmi e riportarmi in prigione.
E tornerò ancora lì, dentro una gabbia, spostata da città in città, nomade perenne. E l’Africa, casa mia, resta solo un luogo che vedo con la forza della mia immaginazione. Resta solo una visione.

Mia madre, invece, è solamente un ricordo sbiadito.
Dopo avermi partorito rimasi con lei per qualche settimana. Mi allattava, mi accarezzava, mi cullava.
Io, ignara del futuro che mi attendeva e di quei giorni che sarebbero stati identici a quelli già vissuti da mia madre, riposavo poggiando la mia testa sul suo petto.
E lei si illudeva di potermi proteggere. Proteggere per sempre.
E probabilmente era anche felice. Per la prima volta, dopo anni, anche lei era fuori da una gabbia – come me oggi, distesa su questo asfalto.
Le fu permesso di riposare, dopo il parto e con me, in un casolare di campagna. La mattina poteva stare fuori, all’aria aperta, con me distesa sul petto.

Quindi si: l’ultima volta che i raggi del sole hanno sfiorato i miei occhi deve essere stato quando sono nata.

VENDITA
Poi, un giorno, ecco la consueta compravendita: me in cambio di banconote.
Mia madre venne sedata. Io ero ignara di tutto. Pensavo che quegli uomini che si avvicinavano a me volessero giocare. Mi presero in braccio e mi misero in una gabbia.
E pensavo stessimo giocano. Lo pensavo veramente.
La gabbia venne chiusa e un telo impedì ai miei occhi di essere avvolti dalla luce. Ero al buio, nel silenzio totale.

Dopo un po’, sentii il rombo del motore. Stavamo partendo. Avevo sete, volevo poggiare la mia testa sul petto di mia madre. Ma ero sola, in quella piccola gabbia di ferro e coperta da un telo scuro.

Avevo sonno, avevo fame, avevo sete e avrei avuto sonno, fame e sete ancora per molto, molto tempo. Perché quel motore non si spense per giorni.

Di tanto in tanto mi appisolavo e poi, dopo aver superato una buca dell’asfalto o in seguito a una brusca curva, mi svegliavo di soprassalto. In quei primi istanti di ritorno al mondo, non ricordavo dove mi trovavo e di istinto cercavo il petto di mia madre. Nei primi istanti di risveglio era la paura a farmi compagnia, fin quando non tornavo in me.
Fin quando i ricordi di quelle ultime ore non tornavano a farsi vivi, vividi. E io allora tornavo a sedermi in un angolo della mia gabbia. Gambe incrociate, braccia al petto, e il ricordo di mia madre a poco a poco sempre più dai contorni sfocati.

VIAGGIO
Avevo fame, avevo sete. Chissà quanti chilometri mi separarono, in quella giornata, da lei.
Il viaggio continuava senza sosta – non so dire per quanti giorni. Di tanto in tanto ci fermavamo e mi veniva passato del cibo con un piatto.
Avevo fame, avevo sete ma avevo soprattutto bisogno di una carezza.
Viaggiammo per giorni prima di arrivare a casa. Una casa che è un tendone ambulante. Che è un luogo di torture.

I clienti aspettano e i miei padroni mi fanno bella, prima di mostrarmi a loro. Tutti pagheranno per vedere il mio spettacolo: devo essere bellissima. Ci penseranno le fruste e le droghe a farmi fare quello che gli altri vogliono.
Ormai capisco anche quando stanno per sedarmi. Riesco a capire, percepisco dalle loro mosso le intenzioni.

Come stamattina: sapevo che mi avrebbero sedata. Ho visto lui avvinarsi alla mia gabbia, con la consueta siringa in mano. Ma stavolta qualcosa non ha funzionato.
Non ho sentito il mio corpo addormentarsi, perdere coscienza.
Sono rimasta seduta nell’angolo della gabbia, attendevo, ma il mio corpo e la mia mente rimasero coscienti.

Così, quando lui aprì la porta della mia gabbia, qualcosa scattò in me. Mi avvicinai a lui, docilmente, come sempre dopo essere stata sedata. Ma ecco… lui non se lo sarebbe mai aspettato. Mi è stato sufficiente spingerlo per farlo scivolare a terra. E poi via, di corsa, fuori da quel grande tendone.

Ho corso, senza sapere dove andare. Intorno a me solo una grande distesa di terra, alberi ed erba. In lontananza, invece, un agglomerato di case.
Ho corso molto. Mi sono nascosta dietro dei cespugli. Solo silenzio intorno a me.

Lo avevo seminato? Non lo ritenevo possibile ma continuai a camminare, assaporando odori mai avvertiti e osservando forme e colori a me sconosciuti.

Era quello, quindi, il mondo dove vivevano i miei clienti, quelli che venivano a trovarmi la sera. Era quello il mondo.

Chissà se anche l’Africa è così.
Non lo so.

Ho camminato fino a giungere alle porte di una città, tra villette in cui la gente inizia a chiudersi non appena mi vede passare. Non so perché faccio così paura. Forse perché non sono sedata.

Chissà come sembro loro quando sono sotto le mie droghe.

FINE
Adesso inizio a sentire sirene. Secondo me lui sta per raggiungermi, sta per trovarmi. Penso sia inutile continuare a correre, a scappare: nessuno è mai scappato da lui. È impossibile scappare da lui.

E allora alzo la testa e vedo il sole. Non solo lo vedo: lo sento, anche.
I miei occhi non sono abituati alla sua luce così forte: quasi mi fa male.

Lui è sempre più vicino, lo so, e io non vedo il sole da così tanti anni.

E così mi distendo. Mi distendo sull’asfalto. Pancia all’aria, zampe penzolanti.

Non sento il calore del sole da anni. Lasciatemi qui, ancora per qualche minuto. Poi tornerò in gabbia e riprenderò a fare quello che volete, come sempre. Ma, vi prego, non toglietemi subito il sole.
Dopotutto, sono la regina della foresta, della giungla.
Sono una leonessa, e voglio solo un po’ di sole.

Testamento di un disertore

“Testamento di un disertore” è un racconto a cui tengo molto, ispirato in parte a una storia vera. È un racconto che ho conservato sul mio pc per circa due mesi, in attesa non so di cosa.
 
Ma adesso eccolo.

Di seguito la prima parte. Cliccando qui, invece, la versione completa in pdf. 

Se ti va, appena finirai di leggerlo fammi sapere cosa ne pensi!

I

mo2Carissimi tutti,
voi tutti che adesso mi leggete e che – tra poche righe – mi giudicherete.

Chi vi scrive è un uomo – un ragazzo – passato a miglior vita. Che poi, non ho mai capito come un morto possa passare a miglior vita. Ma al momento non ho tempo per dedicarmi a questi grattacapi perché ho una storia da raccontare e un testamento – finalmente – da consegnare.

Come dicevo prima, chi vi scrive è un uomo – un ragazzo, ci tengo a precisare – passato a miglior vita perché disertore.

Ecco, vi sento già: eh ma ti pare normale abbandonare il campo di battaglia? Abbandonare i tuoi compagni soldati, lasciare che cadano da soli? Che uomo sei – o ragazzo? Che amore hai dimostrato per la tua patria, per il tuo paese, per la causa per cui in tanti si sono battuti e sono caduti tra le trincee?

Non lo nego: questi vostri pensieri toccano le corde della mia anima – soprattutto perché beh, ormai qui di carne c’è ben poco.

Non lo nego, quindi, ma voi adesso vi sedete e mi state ad ascoltare. Giusto il tempo di leggere un testamento – morale, introspettivo, nulla di materiale. Non ho accumulato grandi tesori durante la mia breve vita. Non ne ho avuto il tempo.

Beh si, sarò anche passato a miglior vita ma continuo a spiarvi, mascalzoni venali che non siete altro e che non volete stare a sentirmi.

Eppure, per quanto povero sia, il mio testamento potrà esservi utile. Custodisce la cosa più cara che io abbia mai avuto e che vale più di mille tesori accumulati dai pirati durante la loro carriera. Un tesoro che batte i loro cv e che nemmeno il più esperto responsabile delle risorse umane saprebbe stimarne il valore (che poi, ci riflettete? Ri-sor-se u-ma-ne, vabbè).

Anche io ero una risorsa umana.

Preso senza un perché da un paesino dell’entroterra siciliano, imbavagliato con una divisa e un paio di anfibi rattoppati – penso appartenuti a qualche altro giovane passato a miglior vita qualche mese prima di me – e spedito con uno spintone nel sedere in Grecia, comodamente seduto sotto la pioggia in una imbarcazione di fortuna, scippata a qualche povero gruppetto di pescatori e riparata alla buona dopo anni di logorio. Ma…vuoi mettere la visione delle stelle in cielo? E se c’erano le nuvole, quelle nere, grosse, pesanti che non facevano vedere manco uno spicchio di luna, beh, dovevamo tenerci quello spettacolo.

In prima fila, biglietto gratis, offre Mussolini.

Il 2019 come il 1934: Moravia ci aveva già detto tutto

19.jpgSalvini tweettante e urlante; marce nazi-fasciste per le strade d’Italia; azioni anti-partigiane che hanno segnato indelebilmente il 25 aprile; accanimento contro “Bella Ciao” in quanto canzone che (all’improvviso) divide.

Inevitabilmente tutto questo mi porta a rileggere, stasera, le pagine di un libro che ho incrociato per caso questa estate e che mi pare – in questo specifico periodo – il più attuale tra tutti quelli scritti da Alberto Moravia (nonostante Moravia sia indiscutibilmente sempre attuale, sempre presente nei nostri giorni come interprete. Interprete anche dei giorni che verranno).

Se – fino a qualche anno fa – la nostra società poteva essere ben rappresentata dal suo “Il Conformista”, adesso tutto pare racchiuso nelle pagine di “1934”.

Il libro narra le vicende di uno scrittore germanista, Lucio, che trascorre la sua estate a Capri chiedendosi sia possibile “vivere nella disperazione e non desiderare la morte”. Mentre medita sulla sua disperazione – non trovandone una causa specifica – e sulla possibilità di liberarsene tramite il suicidio, incontra il fascino di due gemelle e intraprende una corrispondenza fatta di citazioni di libri con una delle due. Programmano insieme anche il suicidio – tanto atteso e corteggiato – per poi annullare tutto. Per poi scoprire che è tutto un grande inganno.

Per poi scoprire che la morte – il suicidio – altro non è che il gesto più alto della disperazione e che coinciderà con la Notte dei Lunghi Coltelli.

Perché, tra tintarelle e inseguimenti amorosi, tra sguardi e dialoghi pieni di imbarazzo e di tensione sessuale, c’è qualcosa che si fa avanti. E si fa avanti a piccoli passi, quasi impercettibilmente, diventando però una costante inevitabile nelle vite di tutti. Anche di chi prende il sole in riva al mare o fa un giro in barca. E questa costante è il nazi-fascismo.

Un regime che sembra essere uno sfondo. Qualcosa che esiste, si, ma che si sopporta, perché in fondo non influenza poi molto la quotidianità. Basta adeguarsi giusto un attimo, per non dare nell’occhio, per essere “normali”.
Ma pan piano questa costante diventerà una presenza dirompente, con la forza di distruggere tutto. Di annientare tutto.
Di portare la disperazione ai livelli più estremi e non immaginati (o, almeno, solamente ipotizzati).

Se prima si giocava con l’idea del suicidio, senza la forza (in fondo) di annientare la propria esistenza, ecco che ci pensa il nazi-fascismo ad annientare le esistenze di troppo.

Ingombranti.

Nella sua stanza di albergo, Lucio cerca senza non pochi sforzi di dare forma a un personaggio di un suo nuovo romanzo. Un personaggio che – come lui – accarezza l’idea del suicidio per disperazione.

“Mi sono accorto che per mettere in piedi un personaggio sul quale scaricare l’ossessione del suicidio, non bastava la motivazione generica che era disperato; dovevo anche trovare un motivo per cui lo era. Dopo molte riflessioni, ho finito per identificare questo motivo nell’avversione irriducibile per il regime fascista che, in questo giugno 1934, stava entrando nel settimo anno di permanenza al potere. Era questo, certamente, un motivo plausibile di disperazione per un personaggio di romanzo”.
Per un personaggio di romanzo, appunto.
Perché, aggiunge Moravia tramite le parole di Lucio: “sapevo benissimo che pur nutrendo la stessa avversione, non mi sarei certamente ucciso a causa del regime politico allora dominante in Italia”.
No, lui non lo farà. Non lui, almeno.

Come detto prima, tra tintarelle, corteggiamenti fatti di sguardi e di riflessioni sulla vita, sulla morte e sulla disperazione, c’è lo sfondo il fascismo.
Ci sono i discorsi del Duce da ascoltare alla radio – per dovere, non per volontà.
Ci sono i saluti romani che – quasi d’obbligo – devono esser fatti, per non destare sospetti.
Per non essere marchiati come antifascisti.
Per non distinguersi e per rimanere uguali. Uguali alla massa.

“Per caso sarebbe antifascista?”
Chiede un pescatore una sera in cui Lucio diserta l’ascolto di un discorso del Duce. I due si ritrovano così a confrontarsi sulla morte e sulla disperazione.
“Se lei fosse veramente disperato – sostiene il pescatore – non verrebbe a dirmelo.” E lui ne è certo perché, mentre Lucio è un germanista, il pescatore si definisce un “vitalista” (uno che di vita se ne intende un po’, dice).

“Per caso sarebbe antifascista?”
Chiede quindi il pescatore.
“Ho esitato, poi ho spiegato (dice Lucio) – Se è vero, come credo che sia vero, che il fascismo è un regime di massa, allora sono antifascista.
– Guarda, guarda, cosa rimprovera alle masse?

– Nulla, proprio nulla. La colpa è tutta mia. Le masse sono la normalità, io sono anormale. Sono fatto in modo che mi riesce difficile convivere con le masse. Allora, visto che è impossibile conviverci, è meglio separarsi.
– Ecco che si parla adesso con buon senso: perché disperare quando si può divorziare?
– Il divorzio, nel mio caso, vuol dire suicidio.”

Come già accennato, non sarà lo scrittore a compiere l’atto estremo del suicidio.

Ma tale strada verrà scelta da chi “non aveva voluto sopravvivere all’uomo che le faceva orrore perché aveva le mani sporche di sangue”.
Un uomo nazista. Un fedele al regime.
E che pagò per la sua fedeltà.

Mentre Lucio, antifascista intellettuale, uomo che si mantiene alla larga dall’attivismo politico, resta solo nella sua disperazione.

Una disperazione che lo porta ad rimanere immobile, ad assistere come uno spettatore inerme a quei suicidi e a quegli omicidi.

Lucio ha una posizione, ma non ha la forza di reagire, di opporsi.
Perché il fascismo è massa. E lui è da solo.
Isolato.
E disperato nel suo isolamento intellettuale.
La colpa è tutta mia – dice – Le masse sono la normalità, io sono anormale”.

Non gli resta quindi che accettare i suicidi, mentre guarda il mare nella sua stanza d’albergo, a Capri, mentre il fascismo “tweetta” indisturbato sui canali radio e mentre le masse lo etichettano come diverso, come nemico. Perché antifascista.

E non è questa, in fondo, la forza del fascismo? Isolare e rendere inermi.

Far sentire l’antifascista fuori posto, colpevole di un peccato talmente grave che la società non potrà più reintegrarlo, accettarlo.

Lucio rimane solo.
E non è questa, in fondo, la forza del fascismo?
Rendere soli i diversi. I diversi dalle masse.
I più deboli.
E i disperati. Disperati dall’orrore del fascismo.
E far credere di essere anormali. 

 

 

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.

20150823_192225Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Con in cielo solo qualche debole stella. O al massimo qualche spicchio di luna, piccolo. Quando non sai dove inizia di preciso il batti-asciuga e cammini, cammini. Senti di avvicinarti sempre di più a quelle piccole e delicate onde estive che accarezzano la terra. E la cerchi con i piedi quella linea di scontro tra acqua e sabbia. Odio e amore, eterno.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte in cui ci perdemmo tra le folle ondeggianti della Vucciria. Tra gente con il bicchiere di Sangue o con una Forst in mano, mentre intonavano il coro “Bevo, bevo, bevo. Ubriaco e sono felice, anche se poi vomito”.
Iniziammo a ridere e a giocare con i biliardini montati per strada, nella piazzetta sempre bagnata, tra sedie Algida rosse appiccicose per il troppo alcool zuccherato che ne aveva illuminato – per un attimo – la liscia superficie.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte di un compleanno in cui ci ritrovammo tra tovaglie spiegate sulla sabbia umida, tra candele alla citronella e bevande che non erano più fresche. Mi guardavi mentre parlavo di Pasolini con uno sconosciuto e mi prendevi in giro. “Bastaaaa” dicevi ridendo. “Ma quanto parli?”
Eppure era la felicità di essere lì – lì anche con te – mischiata all’ebbrezza dell’alcool (per quel poco che sorseggiavo) e mischiata alla salsedine notturna del mare di Mondello che mi rendeva esuberante. E sì, parlavo di Petrolio, delle Ceneri di Gramsci. E tu mi prendevi in giro.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte che aspettasti la mezzanotte per farmi gli auguri di compleanno. Lì, seduta con il tuo vestito nero su una poltroncina bianca in una spiaggetta della Cala.
Scartammo insieme il tuo regalo: un biglietto per il concerto di un gruppo a me sconosciuto. Ti guardai con aria interrogativa. E mi dicesti: “Suonano a Milano”.
Ci abbracciammo.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Quello che vedo dal finestrino di un aereo – l’ennesimo – che prendo per tornare al Nord. Dove non c’è la salsedine, non c’è il fruscio delle onde. Dove non c’è il biliardino per strada, dove non ci sono le balate inzuppate d’acqua. Dove non c’è la mia bicicletta, che tu guardavi ridendo e dicendo che era troppo grande per me. E sì, lo era. Ma giravo per il centro storico così, con un caschetto e percorrendo le corsie preferenziali, con l’ansia di ritrovarmi la 101 alle spalle.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Come quella notte in cui ci ritrovammo sul bastione di Cefalù. Non lo vedevamo, il mare. Il faro era alle nostre spalle ma non si vedeva nulla. Era una sera di agosto e il cielo era carico di nuvole pesanti. Da un momento all’altro sarebbe venuto giù il diluvio. Il vento spingeva i nostri capelli, le nostre gonne. Ma ci ostinammo e lì, sul bastione, con alle nostre spalle il mare nero, scattammo una foto.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Che anche se non lo vedi, sai che è lì. E nulla potrà cambiare tutto questo. Mai.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare, non solo di notte, per poterti parlare in qualsiasi spiaggia andrò.

 

 

Sul Naviglio Grande ho rincorso l’odore di pagine antiche

Ci sono artisti così bizzarri che ci disegnano in luoghi che non comprendiamo. E’ arte – ci dicono – e quel puntino in mezzo alla tela sei tu. Prova a sentire”. Alle volte ci riusciamo. Altre volte non ci resta che rassegnarci alla nostra cecità. La posizione scelta per noi dagli artisti è alle volte il frutto di un calcolo preciso. Altre, invece, di pura casualità: una goccia di tempera cade lì e noi siamo solo pedine. Non ci è dato sapere altro.
Però, in alcune circostante, la memoria ci aiuta a comprendere perché siamo proprio quel puntino lì. Perché siamo sperduti in una strada aggrovigliata in una grande tela. Una strada che non sapevamo di avere già percorso e che invece conosciamo. C’eravamo già smarriti lì, una volta. E magari su quella strada abbiamo anche scattato una foto. Come quella che ho trovato ieri sera, per caso, nel mio vecchio pc.

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È una foto del Naviglio Grande scattata da uno dei suoi ponti. Un istante catturato da me cinque anni fa quando, con il cuore innamorato di Palermo, ero comunque cosciente che prima o poi avrei dovuto fare le valigie. In un giorno di maggio mi ritrovai lì per consegnare l’ennesimo curriculum e mi persi. Appena fuori dalla stazione di Porta Genova mi sentii sperduta, non trovavo la mia strada. “Vado a destra? A sinistra? Ok, provo a destra. Chissà cosa c’è oltre quell’angolo, lì in fondo”.
Dove oggi c’è un locale con lanterne dalla luce calda poggiate su tovaglie color panna, con piccole luci sospese in aria con dei fili delicati e aggrappati ai rami di piccoli alberi, non c’era altro che un brullo marciapiede. E poi auto. Auto parcheggiate ovunque, a destra e a sinistra del canale e mura forse un po’ trascurate.

Eppure quel posto mi colpì. Rimasi ferma a osservare i colori delle facciate delle case, quel cielo ribaltato nelle acque del canale e quel ponte che adesso percorro ogni giorno.
Solo ieri sera ho ricordato tutto. Ho ricordato che, scattando quella foto, cinque anni fa, avevo pensato “Come sarebbe bello vivere qui”. Lo avevo dimenticato.

Un anno e mezzo fa, quattro anni dopo quella fotografia, trovai casa lì per caso in una sera di dicembre. Sapevo solo che quell’offerta trovata su internet proponeva un monolocale vicino il mio nuovo ufficio. E per me, appena trasferita a Milano, il nome di quella via era un nome come tanti. Non avevo capito che si trattava della strada che costeggia il canale.
Andai all’appuntamento e firmai subito i documenti per affittare casa. Era una serata carica di nebbia e, appena tornata in strada, consultai Google Maps per cercare una fermata metro: la più vicina era Porta Genova. E da quella mappa notai una linea azzurra: era il canale. Possibile?
Attraversai la strada, lasciando alle mie spalle il condominio in cui ero appena stata e superai la fitta nebbia di dicembre: lì c’era il Naviglio. Solo in quel momento iniziai a capire dove fossi. Poco dopo mi ritrovai sullo stesso ponte in cui mi ero fermata quattro anni prima per scattare una foto. Quella foto trovata per caso ieri sera.

Ritrovai un Naviglio molto diverso e da una parte all’altra del canale pendevano fili carichi di luci di Natale. Si specchiavano nell’acqua del canale, spiccavano tra la folta nebbia e indicavano la strada. La strada che cercavo.

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Adesso su quel ponte, su quello stesso ponte dove quattro anni prima mi ero persa, alle volte vedo anche l’alba. Opaca, tiepida, dai colori tenui che hanno il sapore di un giallo antico. Lo stesso giallo delle pagine dei libri antichi che ogni sabato mattina invadono le bancarelle del mercatino dell’usato del Naviglio Grande. Adesso la mia casa è colma di quei libri. Alle volte, durante la notte, capita che mi svegli ed è l’odore di pagine antiche e gialle ad accogliermi.

Per me, ormai, è quello l’odore di Milano. L’odore di pagine stampate anni fa e che mi hanno atteso. O che forse ho rincorso, senza saperlo, sul Naviglio Grande. Le ho rincorse in quella strada disegnata da luci di Natale.

 

Se solo potessimo smetterla di sperare

Mi nutro di cacao e libri, mi riscaldo con coperte e lividi. Potrei riassumere così due anni di vita a Milano. Che non sono tanti, ma non sono nemmeno pochi.

Due anni senza Palermo, ricordata nei messaggi vocali che inizio a scambiare con gli amici nell’attesa del ritorno.

Quel ritorno in Sicilia – per Natale – che si carica di attese, di speranze.

Attesa di rivivere quei momenti felici con un bicchiere in mano, tra spintoni di ubriachi e canti improvvisati per strada.

Speranza che tutto quello che ricordiamo non sia cambiato.

Ma è cambiato. Basta guardarmi allo specchio per capirlo: i muscoli più tesi, le prime piccole rughe intorno agli occhi, qualche capello bianco che inizia a farsi spazio tra i riflessi dorati della mia scarsa chioma.

E le speranze che non esistono più. Solo concretezza. Solo programmazione delle giornate.

Cosa faccio oggi, cosa mangio domani.

Dove vado domani, chi incontrerò dopodomani.

È una corsa contro il tempo, la vita fuori casa, i giorni fuori dalla Sicilia. Tra il vento smosso dalla furia della metropolitana e l’illusione di essere più veloci di tutto: del tempo, della vita, delle cose che cambiano e che non saranno mai più le stesse.

Attesa e speranza: attesa di rivivere quei momenti che ci hanno fatto innamorare di Palermo; sperare che sia possibili riviverli.

Se solo potessimo smetterla di sperare, se solo potessimo urlare il dolore che ci soffoca, buttarlo fuori e ammettere, ammettere finalmente che tutto è finito.

Tutto.

E che altro è cominciato.

Urlare che abbiamo perso il nostro passato, che non esiste più.

Oggi c’è altro, oggi siamo altrove. È sempre vita, vissuta e da continuare a vivere, ma che mai sarà con il sapore di salsedine che ricordiamo.

Abbiamo perso te. E niente ci ridarà la tua risata.

Abbiamo tutti perso sogni, ambizioni. Abbiamo tutti rimediato, per come potevamo. Abbiamo scoperto nuove strade, intrapreso nuovi cammini.

Alcuni di noi sono soddisfatti. Altri no.

Altri ci stanno ancora lavorando.

Ma dovremmo smettere di attendere e di sperare. Perché al nostro atterraggio a Palermo niente sarà più come prima.

Principalmente perché abbiamo perso te. Te che mi aspettavi alla stazione, o al Biondo o al Politeama per poi riempirci lo stomaco di dolci e arancine.

E poi perché abbiamo perso.

Abbiamo perso tutto.

Se solo potessimo ammetterlo, ammettere che ormai ci nutriamo di altro.

Se solo potessimo smettere per sempre di sperare. E di attendere. Di sperare attendendo o di attendere sperando.

Se solo potessimo fermare tutto.

Tutto.

Se solo potessimo farlo.

La solitudine del mare – Fili di cotone

a602e915c0f0bf990bb5af84a329cf84Un’anziana, ogni sera, prende la sua seggiola di vimini e siede lì, al vecchio molo. Poggia sulle gambe un gomitolo di cotone e, con i suoi ferri verde smeraldo, inizia a lavorare. Tic – tac, tic – tac. Quell’intreccio di fili, ordinato e morbido, cresce ogni sera di più, allargandosi sulle sue cosce stanche e molli, comprendo pian piano tutto il suo grembo.

La osservo mentre rientro a casa dopo una giornata trascorsa sulla battigia, distesa immobile al sole. Ho i capelli impastati di sabbia e salsedine, di sole e di sudore. Il mio prendisole azzurro scivola morbido sul mio corpo ancora bagnato e si attacca alle mie curve [Belle le tue curve! :P). Mi sento eterna in questo corpo giovane e che attira occhi bramosi di uomini sconosciuti.

Con indifferenza e il viso arrossato trascino le mie infradito cariche di sabbia sull’acciottolato tondo e liscio delle antiche stradine di Cefalù. È lì che ogni anno trascorro l’estate. È quello il mio covo di amori fallaci e che mi donano quel senso di eternità. Ma basta guardare verso il vecchio molo per ricordami che eterni non siamo.

La osservo – cercando di non fare notare il mio sguardo curioso – mentre le passo accanto pronta per imboccare la stradina in salita che mi porta al mio appartamento. La osservo con rispetto, ma anche con paura. Sentimenti contrastanti si accavallano nell’osservare quel corpo anziano ma ancora aggraziato, quella pazienza e quella concentrazione alla luce di un lampione, con i suoi ferri in mano tic – tac, tic – tac. Rispetto per la sua età, per la sua costanza, per il suo lavoro. Paura perché mi ricorda che il nostro involucro non è per sempre: la pelle sfiorisce, le gambe diventano molli, il grembo gonfierà, cederà.

Rientro a casa. Una doccia veloce, una cena fugace e poi di nuovo sul lungomare, come ogni sera, a guardare le onde morire sul bagnasciuga. Si alzano alte, violente, aggressive, ma poi muoiono. Sarò lì come ogni sera, con il mio drink in mano e i miei piedi immersi nella sabbia adesso fredda. Ma stasera farò una deviazione al mio percorso.

Il suo nome è Stefania e, con i suoi ferri color verde smeraldo, dice di preparare una maglietta per la sua nipotina. Vive dall’altra parte del mare – mi racconta – ma non svela dove. Di tanto in tanto si ferma e accarezza la porzione di maglietta già completata. “Osserva – mi dice – è adatta per una bimba di tre anni, no?”. Sua nipote compirà tre anni poco prima dell’inizio di settembre – non mi dice la data. Non l’ha mai vista. “Costa troppo tornare qui, in Sicilia”. “Quanto troppo?” chiedo mentre succhio con la cannuccia nera quel che resta dei cubetti informi di ghiaccio infilzati tra gli zuccheri di un anonimo cocktail estivo. “Troppo” ribadisce con fermezza e abbassando gli occhi. Torna a lavorare. Tic – tac, tic – tac. I suoi ferri corrono veloci tra i fili che si accavallano più veloci delle onde, più veloci del tempo. Tic – tac, tic – tac.
“Ma quest’anno verranno” mi rassicura. E con la mano destra riporta dietro l’orecchio il ciuffo scappato dal grande fermaglio che porta sulla nuca. Un cumulo di capelli grigi, lisci e non più setosi, è raccolto dietro un finto brillante circondato da piccole piume nere. Un particolare elegante che cozza con i vestiti acerbi e con quella gonna larga che copre un ventre gonfio. Un ventre che non ha mai dimenticato il figlio – l’unico – partorito e adesso altrove. “Mi hanno promesso di tornare in Sicilia lo scorso agosto”.

Stefania attende da un anno. Da dodici mesi. Attende che una promessa si avveri. È amara, l’attesa del ritorno, quando sei anziana e abbandonata alle urla delle onde. È amara l’attesa del ritorno quando, in realtà, hai messo al mondo solo un figlio che il mare ha inghiottito all’età di sedici anni, in un giorno di fine agosto.

È amara l’attesa del ritorno quando, al molo, conti le onde che ti separano da un figlio che non c’è più. Ma ti ostini a contarle. “Uno, due, mille e uno, mille e due…”.

Ma la mente di Stefania si è fermata quel giorno, guardando il mare agitato che ha trascinato una vita nell’abisso. Suo figlio è lì, lo sa. E prima o poi tornerà su. “Costa troppo – dice – ma quest’anno tornerà e ho tante maglie pronte. Una per lui, una per sua moglie (sai, si è sposato con una donna davvero bella) e una per la mia nipotina”.

Da quella sera, da quell’incontro, da quel contatto di anime e storie è passato quasi un anno. Poi ho rifatto le valigie, ho ripreso un aereo e sono tornata sulle sponde di un Naviglio che tenta – invano – di ricordarmi il mare. Ma è acqua senza onde.
In una sera di giugno, due mesi prima del mio ritorno a Cefalù, ricevo una chiamata. Mi dicono che Stefania è morta. L’hanno trovata con il capo chino, il mento poggiato sul petto, seduta al molo sulla sua solita sedia. Sulle sue gambe, la maglia per la nipotina – l’ennesima maglia – appena completata. Stava solo aggiungendo un piccolo particolare, un dettaglio elegante: un finto brillante sul petto, circondato da piccole piume nere. Nella sua casa, in cui viveva da sola da più di trent’anni, hanno trovato tante maglie accatastate, piegate, ordinate l’una sull’altra sul letto del figlio inghiottito dal mare.

Editing Cateno Tempio. Illustrazione di Yaoyao Ma Van As (

La solitudine del mare – Una stanza piena di poesie

Me-time-701x1024Mi chiamo Meri – si scrive emme, e, erre e i – e sono una poetessa. Ho scritto la mia prima poesia a vent’anni e non mi sono mai più fermata. Era per mio padre. Peccato non l’abbia mai potuta leggere: l’ho scritta di pomeriggio, il giorno successivo al suo funerale.

Ho 69 anni. Penso di portarmeli bene (o almeno così dice la gente). Ne compirò 70 a marzo, nell’ultimo giorno di marzo.

Sai che ho scritto una poesia per ogni mio compleanno? Le scrivo anche per le mie amiche (eh si, alcune sono morte). Se vuoi, posso scriverne una anche per te. Perché non mi racconti qualcosa della tua vita? Così magari vengono fuori versi ancora più belli.

Il tuo cognome è La Paglia? Che cognome strano che hai! Sicuramente nella tua famiglia ci saranno stati tanti contadini. Da generazione in generazione avete conservato il ricordo del vostro umile mestiere nel cognome, per ricordare chi siete.
Dici che sia molto probabile? Beh, certo, i tuoi nonni e bisnonni non potevano essere mica pescatori! Dove sei nata tu non c’è il mare.

Io invece sono nata e cresciuta qui, in questo paese, e non sono mai andata via dalla riva del mare. Mio padre non era un uomo ricco ma aveva una bella fama in paese: era un gran lavoratore. Anche per lui ho scritto una poesia, la mia prima poesia ma non ricordo più come fosse. Sai, sono molto stanca: sarà a causa dei miei anni. Però l’ho scritta su una pergamena e l’ho appesa in salotto. Se passi da casa mia, te la faccio leggere volentieri.

Appendo tutte le mie poesie in salotto. Ce ne sono così tante, ormai, che per appenderle chiedo aiuto a un mio vicino. Si chiama Salvatore, ha 75 anni ma è ancora agile come un ragazzino. Prende la sua scala di legno e sale su, fino al soffitto, per appendere i miei quadri di poesie in quelle porzioni di parete ancora vuote. Lo spazio vuoto sta per finire e penso che appenderò le mie prossime poesie in camera da letto. Quella per mio padre è giù, vicino alla poltrona. Peccato non l’abbia mai potuta leggere.

Sei sicura di non volere una poesia per te? Vivo da sola, ho tutto il tempo del mondo per scrivertela, non mi disturbi affatto. Un tempo grande quanto il mio mare! Per scrivere una poesia prendo carta e penna e mi siedo sulla riva. Ti faccio vedere: in quell’angolo lì, in fondo, dove mio padre ormeggiava la sua barca. Scusa, non te l’ho detto: mio padre era un pescatore vedovo.

Avrei potuto prendere marito: ero una donna molto bella e avevo tanti corteggiatori. Ma non volevo lasciare mio padre da solo: mia madre morì partorendo me, figlia unica. Quando nacqui io, mio padre era ancora giovane – un bel vedovo, onestamente – ma non volle mai più risposarsi. Eppure avrebbe potuto, come me. Aveva tutto il tempo del mondo per farlo. Un tempo grande come il mare! Anche io avrei potuto.

Mio padre non era ricco – un umile pescatore di paese – e mia madre era di origini nobiliari. Lei sì, era molto ricca e per questo motivo mio nonno non voleva darla in sposa a mio padre. Assolutamente no. Sai che non l’ho mai conosciuto? Pensa che io sia stata la causa della morte di mia madre, io: una stracciona e figlia di un povero pescatore. Ma lui non sa che io sono soprattutto una poetessa.

Insomma, dai, mi sarei sentita una traditrice a sposare un uomo che mi avrebbe fatto fare dei figli. Avrei dovuto passare tutto il resto della mia vita con loro, mentre mio padre ha vissuto solo per me. Avrei dovuto abbandonarlo, lasciarlo per sempre da solo in quella casa gialla e verde.

Ho scritto la mia prima poesia a vent’anni, il giorno dopo la sua morte. Peccato non abbia mai potuto leggerla!
Si lo so, ero molto giovane quando lui è andato via. A vent’anni avrei potuto avere tutti gli uomini che volevo. Avrei potuto scegliere il partito migliore. Ma sarei stata comunque una traditrice, ecco. Approfittare della sua morte per buttarmi tra le braccia di un uomo che non avrebbe potuto chiedere la mia mano a papà…No!

Davvero non vuoi una poesia tutta tua? Ho un amico tipografo, posso farla riscrivere su una bella pergamena con tanti fiori. E se vuoi usiamo anche una bella cornice di legno dorato. Io la scriverò anche se tu non vorrai. Perché ho tutto il tempo del mondo. Un tempo grande come il mare! E dopo averla scritta l’appenderò.

In questo modo non mi scorderò mai di te. In questo modo posso ricordare tutte le persone che ho incontrato. Ti conosco solo da un paio d’ore, certo, ma sei una ragazzina simpatica e ti appenderò tra mia cugina e il pescivendolo. Così, anche se sarai andata via e non passerai mai più a trovarmi, quando guarderò sopra la porta della cucina mi ricorderò di te.

Andate sempre tutti via, senza utilizzare le barche (come fate ad andare così lontano senza una barca?) ma io vi tengo con me con una poesia. La sera, prima di andare a letto, prima di spegnere la luce del salotto, vi guardo tutti. No, non sono arrabbiata, anche se so che non passerai mai più a trovarmi. Vi tengo con me, dentro una cornice, con una poesia. Forse è meglio di una foto perché non vi ricorderò per come siete. Vi ricorderò per come vi ho visto, per come vi ho creduti, per come vi ho voluti bene mentre scrivevo in riva al mare.

(Ispirato a una storia vera. Grazie a Catenio Tempio per l’editing).

Avere trent’anni e fregarsene.

ioAbbiamo perso i sogni e le speranze dell’adolescenza che ci accompagna fino alle soglie dei 29 anni.
– Adesso cerchiamo un monolocale, compriamo una padella antiaderente per eliminare oli e fritture, non più salutari;
– cerchiamo di contare quanti giorni ci separano dalla menopausa;
– ci chiediamo se mai avremo figli;
– e mentre pensiamo a improbabili nascite, facciamo i conti con le prime lapidi di nostri amici e conoscenti che vediamo posizionare nella terra in cui siamo nati;
– ci corteggiano uomini che vogliono solo accasarsi, senza amore e svogliati. Incapaci di emozionarsi e emozionarci, che hanno scordato cosa vuol dire regalare una rosa ma sanno bene come vogliono chiudere una serata;
– vediamo nostre coetanee, alcune con e altre senza figli, iniziare a fare tinture per coprire i primi capelli bianchi. E iniziamo a esplorare la nostra chioma, terrorizzate.

Oppure.
Oppure semplicemente ce ne fottiamo di quel tre seguito da uno zero.
– Abbiamo perso i sogni e ce ne costruiamo di nuovi;
– cerchiamo un monolocale e non lo arrediamo, non passiamo weekend all’Ikea e preferiamo sentirci precarie tra quelle mura;
– compriamo una padella antiaderente, ok, ma per preparare creps e pancake;
– sappiamo che la menopausa arriverà, ci chiediamo se avremo figli ma stringiamo le spalle. Poi si vedrà;
– guardiamo le lapide di amici che ci hanno lasciati ma cerchiamo di immaginarceli ancora qui, tra stradine del centro storico di una città in riva al mare, alla sera, a bere cicchetti scadenti per squattrinati;
– ignoriamo gli uomini che non sanno più amare e che vogliono solo una donna che cucini e rammenti calzini, da presentare ai parenti alle cene di Natale per eliminare il supplizio della domanda “E quando ti sposi?”;
– combattiamo i segni del tempo, non rassegnandoci al tempo. E sentendoci finalmente più fighe. Altro che quando avevamo vent’anni!

Ce ne fottiamo, si, e vogliamo:
– ancora l’emozione;
– ancora qualcosa di nuovo;
– continuare a crescere, e non crederci già cresciute; 
– il brivido sulla schiena e le farfalle allo stomaco quando incrociamo il tipo che ci piace.

E non ci fermeremo fin quando non ritroveremo tutto questo.