Category Archives: Il blog di Grazia La Paglia

Due anni di “Non sarà mai una dea”

Due anni fa, in un monolocale sui Navigli, tra la baldoria di tram e di notti alcoliche a cui assistevo solo come spettatrice, nasceva “Non sarà mai una dea”.

Vivevo a Milano da appena due anni e portavo dentro di me l’eredità di una città ingombrante – lì nel cuore.

Magnifica e dannata, splendida e difficile: Palermo.

Quel luogo che mi aveva accolta. Cresciuta. Formata.
Quel luogo dove ho trascorso notti stupende.
Ma anche giorni cupi.

Dove le mie battaglie con demoni interiori si erano – per un attimo, e finalmente – spente. Un ritiro, un’amnistia, nell’attesa che il secondo round si facesse vivo.

Un secondo round che è iniziato a Milano. Una Milano che adesso vedo in maniera diversa.

Perché quella battaglia finale l’ho vinta – io. Grazie a Milano, si, e grazie alle persone che qui ho incontrato. Solo oggi posso dire che quei demoni non sono nemmeno più stipati in stiva, in questa mia nave che altro non è che vita.

Sono affogati. Definitivamente.

E la mia vita, all’improvviso, si è riempita di tinte bianche e azzurre.
La mia vita, adesso, è azzurra come il cielo e come il mare.

Rileggendo “Non sarà mai una dea” rivedo una persona che non c’è più. Ma una persona necessaria per creare quella che sono oggi.
Leggo di una ragazza carica di nostalgia.
E di tristezza, si.
Lo ammetto.


Ma leggo anche della voglia di scoprire. Perché quella canzone de I Ministri, che ascoltavo ad ogni atterraggio a Linate, lo diceva chiaramente. E io volevo crederci, a quei versi:

“Quando tornerò a Milano
spero di trovarla disperata
come chi davvero non ha scelta
come chi non si rassegna
e anche quando tutto il mondo sbaglia
preferisce una vita amara
ma degna”.


E io volevo scoprirla, questa vita amara ma degna. Ma degna.

L’ho scoperta, la vita di chi non si rassegna. In queste pagine Milano si intravede, mentre a poco a poco prende il posto di una Palermo ormai per me lontana, ma per sempre viva.

Dai concerti con le sedie

(che, manco a farlo apposta, è un verso del brano “Fuori” de “I Ministri”).

E SI POGA SEDUTI

C’è un pezzo di carta che in questi quindici mesi non abbiamo potuto comprare. E se lo avevamo già acquistato, è rimasto riposto lì, dentro un cassetto, in attesa di momenti migliori per poterlo usare.

Quel pezzo di carta è il lasciapassare per il concerto di un nostro gruppo preferito. Un concerto che alle volte è stato annullato, altre volte rinviato. A quando? “Forse il prossimo anno” ci comunicava, con una email inviata a tutti i clienti, il portale di vendita dei biglietti.

In questi quindici mesi sono stati anche pubblicati nuovi cd. E quante volte ci siamo chiesti se ci sarebbe stato, poi, un concerto con quelle nuove tracce. Un tour, quindi, dedicato a quelle nuove canzoni che abbiamo ascoltato in solitaria, senza poter ballare, saltare, urlare di gioia su quelle note, versi o strofe che più ci prendevano l’anima. Forse abbiamo ballato, saltato e anche urlato di gioia, si: ma in solitaria.

Adesso però qualcosa sembra cambiare.

Perché si può tornare ad acquistare quei pezzi di carta, o a tirarli fuori dai cassetti. E questi semplici gesti sembrano qualcosa di così inaspettato.

Ne ho acquistati anche io, due, la scorsa settimana. E nel momento in cui selezionavo la data e la città dello spettacolo scelto mi sentivo incredula. Ma anche felice. 
Un concerto sarà a luglio all’Idroscalo, un altro – a settembre – a Carroponte.
Due luoghi rigorosamente grandi e, soprattutto, all’aperto.  

Infatti, mentre guardo questi pezzi di carta, cerco di immaginare come saranno questi nuovi concerti dell’era Covid-19. Perché non staremo più in piedi, sotto il palco, a spingerci, ad abbracciarci, a creare un’unica grande onda fatta di braccia che seguono i ritmi e le melodie. No.

Saremo seduti. Si parla di posti numerati, file numerate. E anche di uno stesso concerto ripetuto due volte, la stessa sera: due turni per poter accontentare più gente possibile.

Qualcosa sembra cambiare. Perché rivivere l’emozione dei concerti sarà ancora possibile.
Non potremo abbracciarci, certo, però tutti – sotto lo stesso cielo – potremo intonare insieme quelle canzoni che durante i lockdown abbiamo ascoltato, in solitaria, nelle nostre case.

Non potremo abbracciarci, certo, ma potremo – ancora una volta – cantare insieme.

Presentazione di “Amore è fame” per La strada degli scrittori

Nuova puntata della rubrica ideata dal professor Vincenzo Pinello.
Si parlerà della mia prima raccolta poetica e del mio primo romanzo.

Per ascoltare clicca qui.

Presentazione di “Amore è fame” per L’ora – edizione straordinaria

Amore è fame: di cosa parla?
Come nasce?
Ne ho parlato in un’intervista per L’Ora, edizione straordinaria con Roberto Leone.

Per ascoltarla clicca qui 

Tornare nei nostri sud è liberarci dai fantasmi

La nostra vita è il risultato dell’incontro di diverse vite, ma anche dello scontro con tanti fantasmi. Vite sospese, tra il qui e l’altrove, che ci seguono, ricompaiono quando meno ce lo aspettiamo.

Vite o incubi che pensiamo di avere dimenticato ma che tornano a bussarci. Alle volte anche a perseguitarci.

Sono entità che resistono e abbattono i limiti spazio-temporali dell’umano, fatto di carne, ossa e carbonio. E hanno la capacità di perseguitarci, di entrare nei nostri sogni, di affacciarsi nelle nostre vite.

Alle volte, i fantasmi sono ciò che ci lasciamo alle spalle quando andiamo via, lontani dalle strade e dalle case che hanno custodito la nostra infanzia.

Come le strade e le case del sud, in cui torniamo – alle volte, dopo tempo – per rimettere a posto i cocci della nostra vita.

Così è capitato a me, lo scorso anno, nell’estate della prima emergenza Covid-19: sono tornata per rimettere a posto tutto quello che avevo lasciato in sospeso quando sono andata via, di corsa, nel nord Italia. Ed è stato, il mio, un ritorno terapeutico.

Perché tornare indietro, dove si è stati felici e bambini, è anche fare i conti con chi non siamo più. Ma anche con chi avremmo potuto essere senza quelle cicatrici che lì, in quei luoghi, in quei nostri “sud”, ci sono state imposte sulla pelle.  

Ritornare nei nostri sud è, però, anche avere la possibilità di rimettere a posto tutti i cocci. Risistemare le stanze della nostra memoria, rimettendo al loro posto i libri, i nostri diari, gli oggetti e i soprammobili scaraventati sui pavimenti dalle turbolenze che ci hanno segnati.

In ogni viaggio nei nostri sud, tutti abbiamo la possibilità di liberarci. Probabilmente non ci riscatteremo mai. Ma liberarci è possibile. È tutta una questione di scelta, di pazienza. Pazienza nel comporre di nuovo gli oggetti rotti, di cui abbiamo in mano solo cocci.

Possiamo soccombere ancora, schiavi di quei fantasmi che ci portiamo dentro. O possiamo abbandonarli lì, al di là dello Stretto.

Il 9 maggio in ricordo di tutte le lotte. Perché ovunque si lotta. Sempre.

Avevo appena 12 anni quando, su un telo bianco da cinema all’aperto appeso nella villa comunale del mio paese, conobbi la storia di Peppino Impastato.

Avevo dodici anni, sapevo ancora poco del mondo, della vita e della morte. E quella sera, in quella villa comunale di un paesino dell’entroterra siciliano, conobbi una storia che non avrei mai più dimenticato. Come, del resto, le tante altre storie che avrei conosciuto appena qualche anno dopo, crescendo: quella di Paolo Falcone o di Giovanni Borsellino, per citarne qualcuna.

Avevo appena 12 anni e andai a dormire, in quella torrida notte d’agosto, con un senso d’angoscia. Chi era stato Peppino? Dove aveva vissuto?

Avevo 20 anni. Era il 9 maggio. E per la prima volta mi trovavo a Cinisi: otto anni dopo aver visto quel film. Adesso percorrevo anche io metaforicamente quei “cento passi”. E ricordo quel giorno come un giorno felice e triste, pieno di manifesti e striscioni colorati, e carico di rabbia – nonostante i tanti anni trascorsi dal 9 maggio del 1978.

Oggi ringrazio quel giorno, quelle stanze della casa Memoria Impastato aperte ai giovani. Ringrazio quella mia decisione di voler essere lì, quel 9 maggio.  

Perché oggi, 13 anni dopo, mentre vivo a chilometri di distanza in una città che ha altri morti e altri sacrifici da commemorare (ovunque si lotta, ovunque), posso ricordare ancora con nitidezza quel corteo. Perché l’ho vissuto.
Puoi ritrovarti in qualsiasi luogo del mondo, lontano pochi o tanti chilometri: non saranno mai troppi, mai abbastanza per non farti pensare, il 9 maggio come il 23 maggio come il 19 luglio, a cosa hai lasciato giù.

Ricordo ancora quel 9 maggio di cinque anni fa che trascorsi, per la prima volta, lontano dalla Sicilia.
Era un giorno come gli altri: si esce da casa, si va a lavoro, si timbra il cartellino, si prende un caffè con i colleghi, si torna alla propria scrivania aspettando che siano le 17 per tornare a casa. Ma la mia mente, quel giorno, era nelle strade di Cinisi.
E così è ogni anno, in ogni 9 maggio che trascorro lontano da casa.
Come ogni 23 maggio, come ogni 19 luglio. E la lista, purtroppo, potrebbe continuare ancora.

Mentre ripenso a quella data che sta per avvinarsi, scorro distrattamente la home di Facebook. Leggo che l’aula consiliare di Corsico (comune alle porte di Milano) sarà presto dedicata a Pietro Sanua. Non conosco ancora i nomi di chi ha lottato qui – e per quelle lotte è morto.

Quindi cerco su Google: ucciso nel 1995 in un agguato mafioso “il cui movente e mandanti restano ancora ignoti”. Ma basta leggere ancora di più per comprendere quanto scomodo potesse essere un fruttivendolo e sindacalista proveniente dalla Basilicata, stabilitosi in provincia di Milano e che aveva denunciato il racket dietro al mercato dei fiori e della spartizione dei chioschi all’esterno dei cimiteri.

Ovunque si lotta, ovunque. E tutti abbiamo un nostro 9 maggio da commemorare, ogni giorno.

Il lessico famigliare di una vita di paese, di un Natale siciliano

LA VILLA. LE GIOSTRE. LE PANCHINE ROSSE. LA POSTA. IL CALVARIO. L’AGIP. IL PUB. L’ACCA. IL CAMPO. LA SCAVOLINI. LO SPIAZZALE.

Cosa vi dicono queste parole? Niente di che. A meno che non siate di Vallelunga. A meno che non siate cresciuti a Vallelunga.

Potete essere andati via dal paese da adulti come da ragazzini, ma se siete cresciuti lì sapete cosa significano. Perché quelle sopra elencate sono le parole chiave di ricordi di serate d’estate e d’inverno, senza distinzione alcuna. Di quelle serate fredde passate tutti rannicchiati sulle panchine della posta. O con le auto parcheggiate allo spiazzale. Ognuno sulla propria auto a conversare con il vicino semplicemente abbassando il finestrino.

Queste sono le parole chiave di ricordi di lunghe passeggiate all’agip. Andata e ritorno verso la caserma, senza un motivo. Si ricominciava a percorrere quel tratto, dall’inizio alla fine, parlando. Ci si stringeva nei giubbotti se c’era freddo, si camminava spensierati se era un’afosa serata estiva. E se era La Madonna si arrivava fino alle giostre, sempre lì, nello spiazzale. E se c’erano le partite, tutti al campo.

SE ERA UN SABATO SERA (PER ME DURANTE IL PERIODO DEL LICEO), TUTTI AL PUB AD ASCOLTARE LA BAND DI TURNO. E SE TUTTO ANDAVA BENE SI FINIVA A BALLARE SOPRA I TAVOLI.

Alla villa si andava durante le prime Notti Bianche o per le proiezioni di film nelle serate estive. I noti “Cinema sotto le stelle”. Da piccolini, invece, per la festa dell’albero.

A calvario magari per tagliare a fette una torta di compleanno e per un brindisi tra amici. I piccoletti si rifugiavano lì per assaggiare le prime sigarette. O per scambiarsi i primi bacio. Un po’ come succedeva alle panchine rosse.

Non parliamo, invece, di cosa poteva accadere nello spiazzale a pochi passi dal cimitero dove, per terra, c’è ancora dipinta di bianco (o almeno dovrebbe esserci) una grande H (il segno che indica il luogo di atterraggio per gli elicotteri di soccorso). Beh, si sa: lì ci andava chi era pronto per andare oltre il primo bacio.

E poi c’eravamo noi, un gruppo di amiche su una matiz bianca, che non sapendo cosa fare decideva di raggiungere l’Acca per iniziare a suonare il clacson e subito scappare. Quante coppie avremmo fatto spaventare? E ogni volta era un misto di lacrime e risate. Perché, per essere felici in un paesino di una provincia siciliana, bastava questo.

Una panchina, un luogo in cui passeggiare, le giostre e gli autoscontri. E c’era chi sperava anche nell’arrivo del tappeto volante. Allora si, quella Madonna sarebbe stata una festa bellissima. Tutti in fila, anche per mezz’ora, per attendere il proprio turno. Ci bastava una gradinata piccola di un negozio di mobili, per sederci lì e lì passare la serata. Gruppi di tre persone, ma anche di dieci. Luoghi di ritrovo improvvisati e comunicati con sms. “Si è liberata la scavolini. Vieni”. Cosa vi dicono queste parole? Per me sono nomi di ricordi. E adesso aspetto il Natale per poter tornare lì, dove sono cresciuta, e ripercorrerli tutti.

Ripercorrere tutti i ricordi, sì. Ma il gruppo di amiche non esiste più. Al pub non fanno più le serate con le le band di un tempo. E chissà che fine hanno fatto quelle band. Nello spiazzale troverò parcheggiate auto di neopatentati che non conosco. Al calvario non avrò nessuno da andare a salutare. All’agip c’è sempre meno gente che passeggia. E la posta, da quando non ha più quelle folte chiome di alberi, mi sembra un posto così diverso. Il negozio di mobili è stato sostituito da un locale. Quindi i gradini non possono più fungere da panchine improvvisate.

E le giostre…beh, le giostre arrivano solo a settembre. E io arriverò quattro mesi dopo.

Sarà Natale e la mia casa, mia madre davanti i fornelli, il mio letto d’infanzia, i miei gatti in terrazza, gli album di fotografie di quell’adolescenza tra scavolini e posta, saranno ancora lì, al loro posto, ad aspettarmi. E tornerò la bambina cresciuta in un paese dell’entroterra siciliano che aspetterà la mezzanotte del 24 dicembre per poggiare il bambinello nella sua mangiatoia.

Cos’è, se non questo, il Natale?

Cinque motivi per leggere “L’occhio del lupo” di Daniel Pennac

Un racconto breve, brevissimo.

L’ho letto in poche ore, sotto il sole cocente siciliano. Mai luogo fu più azzeccato: il racconto si apre con ampie distese di ghiaccio, con lupi che affondano le zampe nella neve, che migrano sempre più a nord perché cacciati dagli umani.
E più si spostano, più scappano, più affrontano il freddo.

E sotto quel cielo rovente e azzurro, provavo a immaginare quel freddo da me così lontano.

Subito dopo, la narrazione si sposta in una distesa di sabbia: è arida, calda, assetata. Mi sono ritrovata in Africa mentre affondavo i piedi nella sabbia siciliana – che altro non è che una porzione di quel deserto, spostatasi un po’ più a nord.

—–

occhioMa andiamo oltre le sensazioni personali e oltre la percezione di temperature così diverse, andiamo oltre quell’immedesimarsi dentro gli artigli per poi passare sopra la schiena di dromedari.

Passiamo oltre e andiamo al perché tutti dovremmo leggere “L’occhio del lupo” di Daniel Pennac.

1) Perché è un ritratto veritiero e senza mezze misure di cosa siamo, di cos’è l’uomo, del grado di cattiveria (se di gradi possiamo parlare) che può raggiungere (che possiamo raggiungere). E poi ancora, di sbatte in faccia dove arriva la sua – la nostra – bramosia da cacciatore per diletto e non per bisogno, da uomo d’affari che vuole sempre di più.

2) Perché dobbiamo ricordare tutti – rendercene conto – come abbiamo schiavizzato il mondo animale, rendendo l’esistenza di qualsiasi specie un inferno in terra.
Non sappiamo con certezza scientifica se il paradiso esiste. Ma sappiamo con certezza che l’inferno c’è e lo abbiamo creato noi.

Lupi che fuggono, cuccioli sottratti alle madri, leoni in gabbia, coccodrilli senza più fiumi, gorilla senza più alberi.

Le case degli animali si dissolvono – le distruggiamo noi – e con arroganza mettiamo il nostro bottino dentro lucide gabbie e facciamo anche pagare il biglietto di ingresso per questo impietoso spettacolo.

3) Perché ci ricorda che possiamo sempre redimerci.
Perché nell’occhio di quel ragazzo che cerca un dialogo con l’occhio di un lupo, ormai disilluso e ostile verso l’uomo, c’è racchiusa un’altra parte di noi.

Quella parte buona, quella parte che forse correva spensierata tra i giardini dell’Eden.

“L’occhio del lupo” ci ricorda che anche in noi c’è una parte genuina e amorevole. Un po’ come ce lo ricorda Il Visconte Dimezzato di Italo Calvino. Sta a noi, soltanto a noi, scegliere quale parte lasciare andare e quale silenziare.

Oppure, semplicemente cercare un equilibrio tra le due parti.

L’occhio del lupo, disilluso e triste, alla fine riesce a captare nell’occhio di quel ragazzo questa parte di noi che abbiamo dimenticato, o cerchiamo di dimenticare.

Tutti possiamo tornare a guardare dentro gli occhi dei lupi – come negli occhi di qualsiasi altro animale – senza più abbassare lo sguardo per la vergogna delle nostre azioni.

E possiamo, possiamo tutti.

Ma solamente se saremo disposti – finalmente – a redimerci, a tornare ciò che eravamo veramente quando correvamo con i lupi, danzavamo con la pioggia e, con le facce sporche di fango, ridevamo.

4) Perché ci fa viaggiare, senza spostarci. Dalle distese di ghiaccio a quelle di sabbia, per poi raggiungere le città industriali dove esistono recinti e guardiani. E libertà vigilate

5) Perché è una favola moderna, che ha un lieto fine nonostante quei recinti e quei guardiani. 

Ritorno in Sicilia – quei treni che non sai se ti porteranno dove vorresti, nell’orario che vorresti

Treni soppressi.
Treni in ritardo.
Treni che non sai in che binario arriveranno.
Treni che non sai se ti porteranno dove vorresti, nell’orario che vorresti.

torreAppuntamenti mancati.
Appuntamenti saltati.
Ti hanno sempre detto che certi treni passano una sola volta nella vita e che sta a te concentrarti e mettere in campo tutte le tue energie per non farteli scappare.

Ma poi capita che, pur con il biglietto in tasca, tu non riesca a prenderli.

E sei stato anche puntuale, puntualissimo.

Magari ti sei svegliato anche all’alba, hai interrotto i tuoi sogni, ti sei fatto dare un passaggio alla stazione – e non quella del tuo paese sperduto nell’entroterra siciliano, perché ormai lì non fermano più i treni. Ti sei fatto dare un passaggio nella stazione più vicina, a soli tre quarti d’ora di strada.

Ma sai, i treni non sempre si fanno prendere.

Succede in Sicilia.

Succede che, anno dopo anno, ogni volta che torni “dal nord”, o dall’estero, o anche dal centro Italia, provi a tornare a casa – nella tua casa dall’infanzia – ma niente. Quei treni sembrano sempre più rari, preziosi, merce ormai unica: prenderli sembra un colpo di fortuna.

Certo, non sempre è così.

Non tutti i giorni.

Ma succede, succede soprattutto a chi è già isolato nello sperduto entroterra siciliano.E ripeto, magari tu sei sempre puntuale e con il biglietto in mano, e magari scegli di fare un viaggio per scoprire le bellezze della tua terra.
Perché no? Magari lasciando l’auto a casa.
Inquini di meno, ti stressi di meno, puoi sederti accanto al finestrino e guardare le bellezze della tua costa.

Ma non sempre potrai goderti quel paesaggio.

Perché magari il treno non passa, o è in ritardo, o ti manderanno un bus sostitutivo “ma non sappiamo bene a che ora arriverà, adesso si organizzano”.

Tante volte, anche – e principalmente – su questo blog ho “decantato” il romanticismo dei viaggi in treno, di quei percorsi immersi nel verde selvaggio dell’entroterra per poi passare all’azzurro del Mediterraneo. Passare dal verde all’azzurro così, all’improvviso, giusto il tempo di andare oltre quella curva che scorgi davanti al tuo convoglio.

Tante volte mi sono lasciata trasportare dai ricordi di un’adolescenza trascorsa sui treni per raggiungere il liceo, per andare nella città più vicina al mio paese – sperduto dell’entroterra siciliano – per seguire corsi di musica e di giornalismo.

Inseguivo sogni – diventare musicista o diventare giornalista – ed è bello ricordare come fosse il treno ad accompagnarmi nell’inseguire quei desideri.

Ma poi smetti di sognare ad occhi aperti – o di ricordare quei viaggi in compagnia degli amici di infanzia – e fai i conti con la realtà.

Perché capita che un giorno, sotto il sole cocente siciliano, resti in una stazione ad attendere non sai quanto, non sai bene per quanto.

E vorresti chiedere informazioni, aiuto, consigli, ma le stazioni deserte, dagli uffici abbandonati, trasmettono solo voci meccaniche, fredde, distanti.

Cerchi su internet, vai su google, apri l’app.

E guardi quell’orologio impolverato. Ti chiedi se ce la farai a prendere l’aereo. O una coincidenza.
Perché qui, in Sicilia, ormai è tutto una coincidenza.

Mai mi pentirò

Mai pentirsi di un amore donato:
si tradirebbero i ritmi antichi
del cuore.

Mai pentirsi di una carezza spontanea:
si rinnegherebbe l’utilità
del tatto e del contatto.

Mai pentirsi di un bacio poggiato
su una guancia ignara:
si cancellerebbe l’innocenza
della sorpresa e della meraviglia.

O forse anche dello stupore.

Mai mi pentirò
di quell’affetto che ho
lasciato crescere
e lasciato andare via.

Mai mi pentirò
di avere dedicato a te
il mio tempo d’estate.