Category Archives: Il blog di Grazia La Paglia

Leggi adesso “Non sarà mai una dea” – gratis

non-sarà-mai-una-dea-grazia-la-pagliaDa oggi il mio libretto-diario “Non sarà mai una dea” è scaricabile gratuitamente. 
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Siciliani fuori sede: come viviamo? Cosa pensiamo? Una chiaccherata con chi torna per le feste ed già pronto a ripartire

A dispetto del caro voli, eccoci qui: siciliani fuori sede che non rinunciano a trascorrere il Natale con i propri cari.

Ma chi siamo? Dove e come viviamo fuori? Cosa pensiamo quando siamo via? Cosa ci manca? E cosa non rimpiangiamo della nostra Isola?

Ne parleremo venerdì 27 dicembre, a partire dalle ore 18, da Prospero – Enoteca Letteraria.

Interverranno il giornalista Roberto Leone, l’editor Isabella Trapani e Grazia La Paglia, autrice di “Non sarà mai una dea – Di Palermo e della Sicilia – Diario di una migrazione come tante”.
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L’incontro sarà quindi un momento di condivisione di esperienze e di dibattito con il pubblico, soprattutto con studenti e lavoratori fuori sede che potranno prendere la parola durante il dialogo tra i tre relatori.

La discussione prenderà spunto, innanzi tutto, dai dati statistici più recenti: secondo l’ultimo rapporto “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, la Sicilia è la prima regione italiana per numero di migranti. Si tratta di oltre 750 mila siciliani (100 mila persone in più rispetto agli attuali abitanti di Palermo). E di questi 750 mila, il 38% ha meno di 35 anni.

 

Non si parlerà solo di numeri, ma anche di ricordi e di emozioni. Il dibattito infatti farà anche riferimento ad alcune pagine del libro di La Paglia, che è appunto il diario di cosa sente e cosa prova un siciliano quando vive al di là dello Stretto e che racchiude quei pensieri e quelle memorie che un po’ tutti portano con sé.

 

Il libro “Non sarà mai una dea” ripercorre luoghi di Palermo (come piazza Magione, la Vucciria, la Torre San Nicolò, il Foro Italico, via dei Biciclettai) in un continuo confronto tra Nord e Sud, tra passato e presente, tra nostalgia di casa e la necessità di cercare un futuro altrove.

Il libro è auto prodotto e, oltre che in forma cartacea – è anche disponibile gratuitamente in versione ebook e online (qui tutti i dettagli https://lapagliagrazia.wordpress.com/).

 

 

Io sono zia – I

IERI
18 agosto 2016. Appena scatterà la mezzanotte farò 29 anni.

Cammino per le stradine del centro storico di Palermo. Il brusio della gente sparsa davanti gli ingressi dei locali e la musica dei pub accompagnano il rumore dei miei tacchi sui lisci sampietrini. Sono avvolta dalla luce gialla dei lampioni romantici e nostalgici, da un’estate che inizia a diventare più fresca, dall’umidità che – dal mare della Cala – si fa strada tra i vicoli intorno a Piazza Marina.

Manca poco alla mezzanotte e io sto rientrando a casa.

Potrei attendere lo scoccare di quell’orario tanto atteso e festeggiare fuori, in strada, con gli amici con cui ho passato la serata.

Ma non mi va.

La mia mente è altrove.

È dall’altra parte dell’Italia.

È in Lombardia.

È a casa di mia sorella Cinzia, a Milano. Chiudo gli occhi e sento che l’unico desiderio che ho – in quel momento, mentre si avvicina la mezzanotte – è sedermi accanto a lei e guardare la sua pancia grande, grandissima.

È incinta. È al nono mese. E il periodo di attesa sta per completarsi.

“Ecco, vorrei essere lì, adesso” penso mentre la chiave apre la porta di casa, mentre tolgo i tacchi, mentre sfilo via la gonna e mi lascio andare sul letto.

Guardo lo schermo del cellulare. Chissà cosa sta facendo lei, Elisa, in quel preciso istante.

Dorme? Scalcia? Sente fame? Chissà.

Mi appisolo giusto un attimo: squilla il cellulare e mi riporta in Lombardia.

La mezzanotte è appena scoccata e mia madre, a Milano per attendere il parto di mia sorella, mi telefona per farmi gli auguri.

È il primo compleanno che vivo lontano da lei.

Ad oggi sono sempre stata con lei, ogni 19 agosto. Tranne il 19 agosto del 2016, si intende.

Mia madre mi racconta che stanno per andare a dormire. Che Elisa è da un po’ che riposa, è da un po’ che non scalcia. Che la pancia di mia sorella sembra stia per esplodere. Che si capisce che la bimba inizia a prepararsi per entrare nel nostro mondo: a poco a poco cambia la sua posizione, cambia la curva della pancia di mia sorella.

Poi parlo con Cinzia: mi fa gli auguri, mi dice che appena nascerà Elisa saremo tutti insieme, lì a Milano, per festeggiare anche il mio compleanno.

Ma io taglio corto. “Metti il vivavoce – dico – Devo parlare con mia nipote”.

Mia sorella sorride – lo sento – e avvicina il telefono al suo pancione.

Elisa – dico con tono risoluto – Sono io, la zia Grazia. Sbrigati a nascere così festeggiamo il compleanno insieme”.

Mia madre e mia sorella ridono.

Pensano che io sia troppo sognatrice.

Però alle volte i sogni diventano realtà.

Mi addormento ma vengo nuovamente svegliata, dopo due ore, da un sms. Mia madre scrive che mia sorella è in ospedale, perché si sono rotte le acque.

Io rispondo semplicemente dicendo: “Elisa mi ha ascoltata”.

Sorrido di quella bizzarra coincidenza, e ne sono felice.

Mia sorella passa il 19 agosto in sala parto. Elisa nascerà quattro ore e mezza dopo la mezzanotte.

Per quattro ore e mezza non ci è stato possibile fare il compleanno lo stesso giorno.

Ma lo so, lo so: mia nipote ci ha provato.

Mia nipote mi ha ascoltato.

Ok, è tutto una coincidenza. Ok, è tutto un gioco di date, numeri, secondi e minuti.

Però non è bello immaginare che questa bimba dai capelli d’oro e dagli occhi del mare mi abbia voluta accontentare?

Si, mi piace immaginare che sia stato così. Mi piace vedere mia madre preparare due torte, a distanza di poche ore l’una dall’altra, per festeggiare due compleanni consecutivi.

Mi piace sentire Elisa intonare Happy Birthday il 19 agosto e vederla piena di felicità, il giorno successivo, perché capisce che questa volta cantiamo noi per lei.

Quella sera sono diventata zia.

E diventare zia è qualcosa che segna, cambia. E fa anche crescere.

Ma quella sera, quel 19 agosto, mi piace immaginarlo come il giorno che ha segnato indelebilmente il nostro rapporto.

Rafforzandolo, rendendolo forte così, sul nascere.

E qualcosa, quella sera, ha unito Palermo e Milano.

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OGGI
Sono passati tre anni da quella notte. Mia nipote è diventata una bambina vispa e affettuosa. Io sono “zia” e – quando passo a trovarla a casa – non si stacca da me.

Quando mia sorella apre la porta, lei mi corre incontro, vuole essere presa in braccio. Mi stringe, mi abbraccia e mi riempie le mie guance di baci.

Una domenica mattina di fine maggio ci sediamo insieme sul divano rosso del soggiorno. Guardiamo la tv ma sembra non esserci qualcosa di interessante. Inizio a cambiare canale fin quando ecco lì, sul grande schermo, la Cala, le barche ormeggiate, la banchina dove correvo nel vano tentativo di rimettermi in forma.

Il mare, il prato verde del Foro Italico, le Mura delle Cattive.
Mi fermo a guardare quel documentario di Rai Tre e mia nipote, in silenzio, osserva quelle forme che – intuisce – mi hanno rapito.

“Cos’è?” mi chiede, guardando il mare della Cala. “È il mare?”

“Si amore, è il mare di Palermo”.

“Palermo” ripete a bassa voce, cercando di inserire quella nuova parola nel suo vocabolario.

“Sai, lì c’era una volta la casetta della zia”.

“Dormivi lì?”

“Si si, lì c’era il mio lettino, come il tuo”.

“E il mio non è lì?”

“No tesoro, il tuo è a Milano”.

“Anche io voglio un lettino a Palermo”.

Sorrido, mentre lei torna a guardare le immagini che scorrono sullo schermo. Adesso il documentarista si è spostato su una barca e si è allontanato dalla costa.

“Il mare zia, il mare!!”

 

Testamento di un disertore

“Testamento di un disertore” è un racconto a cui tengo molto, ispirato in parte a una storia vera. È un racconto che ho conservato sul mio pc per circa due mesi, in attesa non so di cosa.
 
Ma adesso eccolo.

Qui di seguito la prima parte.
La versione completa la trovi su WatPad (puoi leggere sia da sito che da app) -> https://www.wattpad.com/767016805-testamento-di-un-disertore

Se ti va, appena finirai di leggerlo fammi sapere cosa ne pensi!

I

Carissimi tutti,

tutti voi che adesso mi leggete e che – tra poche righe – mi giudicherete.

soldier-60762_1920Chi vi scrive è un uomo – un ragazzo – passato a miglior vita. Che poi, non ho mai capito come un morto possa passare a miglior vita. Ma al momento non ho tempo per dedicarmi a questi grattacapi perché ho una storia da raccontare e un testamento – finalmente – da consegnare.

Come dicevo prima, chi vi scrive è un uomo – un ragazzo, ci tengo a precisare – passato a miglior vita perché disertore.

Ecco, vi sento già: eh ma ti pare normale abbandonare il campo di battaglia? Abbandonare i tuoi compagni soldati, lasciare che cadano da soli? Che uomo sei – o ragazzo? Che amore hai dimostrato per la tua patria, per il tuo paese, per la causa per cui in tanti si sono battuti e sono caduti tra le trincee?

Non lo nego: questi vostri pensieri toccano le corde della mia anima – soprattutto perché beh, ormai qui di carne c’è ben poco.

Non lo nego, quindi, ma voi adesso vi sedete e mi state ad ascoltare. Il tempo di leggere un testamento – morale, introspettivo, nulla di materiale. Non ho accumulato grandi tesori durante la mia breve vita. Non ne ho avuto il tempo.

Quindi no, non è che adesso passate avanti, al prossimo racconto, solamente perché io non ho nulla di materiale da lasciarvi e magari da rivendere su ebay o queste diavolerie online di marketplace che trovate ovunque eh?

Beh si, sarò anche passato a miglior vita ma continuo a spiarvi, mascalzoni venali che non siete altro che non volete stare a sentirmi.

Eppure, per quanto povero sia, il mio testamento potrà esservi utile. E in realtà custodisce la cosa più cara che io abbia mai avuto e che vale più di mille tesori accumulati dai pirati durante la loro carriera. Un tesoro che batte i loro cv e che nemmeno il più esperto responsabile delle risorse umane potrebbe stimarne il valore (che poi, ci riflettete? Ri-sor-se u-ma-ne).

Anche io ero una risorsa umana.

Preso senza un perché da un paesino dell’entroterra siciliano, imbavagliato con una divisa e un paio di anfibi rattoppati – penso appartenuti a qualche altro giovane passato a miglior vita qualche mese prima di me – e spedito con uno spintone nel sedere in Grecia, comodamente seduto sotto la pioggia in una imbarcazione di fortuna, scippata a qualche povero gruppetto di pescatori ma, riparata alla buona dopo anni di logorio ma…vuoi mettere la visione delle stelle in cielo? E se c’erano le nuvole, quelle nere, grosse, pesanti che non facevano vedere manco uno spicchio di luna, beh, dovevamo tenerci quello spettacolo.

In prima fila, biglietto gratis, offre Mussolini.

Il 2019 come il 1934: Moravia ci aveva già detto tutto

19.jpgSalvini tweettante e urlante; marce nazi-fasciste per le strade d’Italia; azioni anti-partigiane che hanno segnato indelebilmente il 25 aprile; accanimento contro “Bella Ciao” in quanto canzone che (all’improvviso) divide.

Inevitabilmente tutto questo mi porta a rileggere, stasera, le pagine di un libro che ho incrociato per caso questa estate e che mi pare – in questo specifico periodo – il più attuale tra tutti quelli scritti da Alberto Moravia (nonostante Moravia sia indiscutibilmente sempre attuale, sempre presente nei nostri giorni come interprete. Interprete anche dei giorni che verranno).

Se – fino a qualche anno fa – la nostra società poteva essere ben rappresentata dal suo “Il Conformista”, adesso tutto pare racchiuso nelle pagine di “1934”.

Il libro narra le vicende di uno scrittore germanista, Lucio, che trascorre la sua estate a Capri chiedendosi sia possibile “vivere nella disperazione e non desiderare la morte”. Mentre medita sulla sua disperazione – non trovandone una causa specifica – e sulla possibilità di liberarsene tramite il suicidio, incontra il fascino di due gemelle e intraprende una corrispondenza fatta di citazioni di libri con una delle due. Programmano insieme anche il suicidio – tanto atteso e corteggiato – per poi annullare tutto. Per poi scoprire che è tutto un grande inganno.

Per poi scoprire che la morte – il suicidio – altro non è che il gesto più alto della disperazione e che coinciderà con la Notte dei Lunghi Coltelli.

Perché, tra tintarelle e inseguimenti amorosi, tra sguardi e dialoghi pieni di imbarazzo e di tensione sessuale, c’è qualcosa che si fa avanti. E si fa avanti a piccoli passi, quasi impercettibilmente, diventando però una costante inevitabile nelle vite di tutti. Anche di chi prende il sole in riva al mare o fa un giro in barca. E questa costante è il nazi-fascismo.

Un regime che sembra essere uno sfondo. Qualcosa che esiste, si, ma che si sopporta, perché in fondo non influenza poi molto la quotidianità. Basta adeguarsi giusto un attimo, per non dare nell’occhio, per essere “normali”.
Ma pan piano questa costante diventerà una presenza dirompente, con la forza di distruggere tutto. Di annientare tutto.
Di portare la disperazione ai livelli più estremi e non immaginati (o, almeno, solamente ipotizzati).

Se prima si giocava con l’idea del suicidio, senza la forza (in fondo) di annientare la propria esistenza, ecco che ci pensa il nazi-fascismo ad annientare le esistenze di troppo.

Ingombranti.

Nella sua stanza di albergo, Lucio cerca senza non pochi sforzi di dare forma a un personaggio di un suo nuovo romanzo. Un personaggio che – come lui – accarezza l’idea del suicidio per disperazione.

“Mi sono accorto che per mettere in piedi un personaggio sul quale scaricare l’ossessione del suicidio, non bastava la motivazione generica che era disperato; dovevo anche trovare un motivo per cui lo era. Dopo molte riflessioni, ho finito per identificare questo motivo nell’avversione irriducibile per il regime fascista che, in questo giugno 1934, stava entrando nel settimo anno di permanenza al potere. Era questo, certamente, un motivo plausibile di disperazione per un personaggio di romanzo”.
Per un personaggio di romanzo, appunto.
Perché, aggiunge Moravia tramite le parole di Lucio: “sapevo benissimo che pur nutrendo la stessa avversione, non mi sarei certamente ucciso a causa del regime politico allora dominante in Italia”.
No, lui non lo farà. Non lui, almeno.

Come detto prima, tra tintarelle, corteggiamenti fatti di sguardi e di riflessioni sulla vita, sulla morte e sulla disperazione, c’è lo sfondo il fascismo.
Ci sono i discorsi del Duce da ascoltare alla radio – per dovere, non per volontà.
Ci sono i saluti romani che – quasi d’obbligo – devono esser fatti, per non destare sospetti.
Per non essere marchiati come antifascisti.
Per non distinguersi e per rimanere uguali. Uguali alla massa.

“Per caso sarebbe antifascista?”
Chiede un pescatore una sera in cui Lucio diserta l’ascolto di un discorso del Duce. I due si ritrovano così a confrontarsi sulla morte e sulla disperazione.
“Se lei fosse veramente disperato – sostiene il pescatore – non verrebbe a dirmelo.” E lui ne è certo perché, mentre Lucio è un germanista, il pescatore si definisce un “vitalista” (uno che di vita se ne intende un po’, dice).

“Per caso sarebbe antifascista?”
Chiede quindi il pescatore.
“Ho esitato, poi ho spiegato (dice Lucio) – Se è vero, come credo che sia vero, che il fascismo è un regime di massa, allora sono antifascista.
– Guarda, guarda, cosa rimprovera alle masse?

– Nulla, proprio nulla. La colpa è tutta mia. Le masse sono la normalità, io sono anormale. Sono fatto in modo che mi riesce difficile convivere con le masse. Allora, visto che è impossibile conviverci, è meglio separarsi.
– Ecco che si parla adesso con buon senso: perché disperare quando si può divorziare?
– Il divorzio, nel mio caso, vuol dire suicidio.”

Come già accennato, non sarà lo scrittore a compiere l’atto estremo del suicidio.

Ma tale strada verrà scelta da chi “non aveva voluto sopravvivere all’uomo che le faceva orrore perché aveva le mani sporche di sangue”.
Un uomo nazista. Un fedele al regime.
E che pagò per la sua fedeltà.

Mentre Lucio, antifascista intellettuale, uomo che si mantiene alla larga dall’attivismo politico, resta solo nella sua disperazione.

Una disperazione che lo porta ad rimanere immobile, ad assistere come uno spettatore inerme a quei suicidi e a quegli omicidi.

Lucio ha una posizione, ma non ha la forza di reagire, di opporsi.
Perché il fascismo è massa. E lui è da solo.
Isolato.
E disperato nel suo isolamento intellettuale.
La colpa è tutta mia – dice – Le masse sono la normalità, io sono anormale”.

Non gli resta quindi che accettare i suicidi, mentre guarda il mare nella sua stanza d’albergo, a Capri, mentre il fascismo “tweetta” indisturbato sui canali radio e mentre le masse lo etichettano come diverso, come nemico. Perché antifascista.

E non è questa, in fondo, la forza del fascismo? Isolare e rendere inermi.

Far sentire l’antifascista fuori posto, colpevole di un peccato talmente grave che la società non potrà più reintegrarlo, accettarlo.

Lucio rimane solo.
E non è questa, in fondo, la forza del fascismo?
Rendere soli i diversi. I diversi dalle masse.
I più deboli.
E i disperati. Disperati dall’orrore del fascismo.
E far credere di essere anormali. 

 

 

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.

20150823_192225Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Con in cielo solo qualche debole stella. O al massimo qualche spicchio di luna, piccolo. Quando non sai dove inizia di preciso il batti-asciuga e cammini, cammini. Senti di avvicinarti sempre di più a quelle piccole e delicate onde estive che accarezzano la terra. E la cerchi con i piedi quella linea di scontro tra acqua e sabbia. Odio e amore, eterno.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte in cui ci perdemmo tra le folle ondeggianti della Vucciria. Tra gente con il bicchiere di Sangue o con una Forst in mano, mentre intonavano il coro “Bevo, bevo, bevo. Ubriaco e sono felice, anche se poi vomito”.
Iniziammo a ridere e a giocare con i biliardini montati per strada, nella piazzetta sempre bagnata, tra sedie Algida rosse appiccicose per il troppo alcool zuccherato che ne aveva illuminato – per un attimo – la liscia superficie.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte di un compleanno in cui ci ritrovammo tra tovaglie spiegate sulla sabbia umida, tra candele alla citronella e bevande che non erano più fresche. Mi guardavi mentre parlavo di Pasolini con uno sconosciuto e mi prendevi in giro. “Bastaaaa” dicevi ridendo. “Ma quanto parli?”
Eppure era la felicità di essere lì – lì anche con te – mischiata all’ebbrezza dell’alcool (per quel poco che sorseggiavo) e mischiata alla salsedine notturna del mare di Mondello che mi rendeva esuberante. E sì, parlavo di Petrolio, delle Ceneri di Gramsci. E tu mi prendevi in giro.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte che aspettasti la mezzanotte per farmi gli auguri di compleanno. Lì, seduta con il tuo vestito nero su una poltroncina bianca in una spiaggetta della Cala.
Scartammo insieme il tuo regalo: un biglietto per il concerto di un gruppo a me sconosciuto. Ti guardai con aria interrogativa. E mi dicesti: “Suonano a Milano”.
Ci abbracciammo.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Quello che vedo dal finestrino di un aereo – l’ennesimo – che prendo per tornare al Nord. Dove non c’è la salsedine, non c’è il fruscio delle onde. Dove non c’è il biliardino per strada, dove non ci sono le balate inzuppate d’acqua. Dove non c’è la mia bicicletta, che tu guardavi ridendo e dicendo che era troppo grande per me. E sì, lo era. Ma giravo per il centro storico così, con un caschetto e percorrendo le corsie preferenziali, con l’ansia di ritrovarmi la 101 alle spalle.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Come quella notte in cui ci ritrovammo sul bastione di Cefalù. Non lo vedevamo, il mare. Il faro era alle nostre spalle ma non si vedeva nulla. Era una sera di agosto e il cielo era carico di nuvole pesanti. Da un momento all’altro sarebbe venuto giù il diluvio. Il vento spingeva i nostri capelli, le nostre gonne. Ma ci ostinammo e lì, sul bastione, con alle nostre spalle il mare nero, scattammo una foto.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Che anche se non lo vedi, sai che è lì. E nulla potrà cambiare tutto questo. Mai.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare, non solo di notte, per poterti parlare in qualsiasi spiaggia andrò.

 

 

Sul Naviglio Grande ho rincorso l’odore di pagine antiche

Ci sono artisti così bizzarri che ci disegnano in luoghi che non comprendiamo. E’ arte – ci dicono – e quel puntino in mezzo alla tela sei tu. Prova a sentire”. Alle volte ci riusciamo. Altre volte non ci resta che rassegnarci alla nostra cecità. La posizione scelta per noi dagli artisti è alle volte il frutto di un calcolo preciso. Altre, invece, di pura casualità: una goccia di tempera cade lì e noi siamo solo pedine. Non ci è dato sapere altro.
Però, in alcune circostante, la memoria ci aiuta a comprendere perché siamo proprio quel puntino lì. Perché siamo sperduti in una strada aggrovigliata in una grande tela. Una strada che non sapevamo di avere già percorso e che invece conosciamo. C’eravamo già smarriti lì, una volta. E magari su quella strada abbiamo anche scattato una foto. Come quella che ho trovato ieri sera, per caso, nel mio vecchio pc.

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È una foto del Naviglio Grande scattata da uno dei suoi ponti. Un istante catturato da me cinque anni fa quando, con il cuore innamorato di Palermo, ero comunque cosciente che prima o poi avrei dovuto fare le valigie. In un giorno di maggio mi ritrovai lì per consegnare l’ennesimo curriculum e mi persi. Appena fuori dalla stazione di Porta Genova mi sentii sperduta, non trovavo la mia strada. “Vado a destra? A sinistra? Ok, provo a destra. Chissà cosa c’è oltre quell’angolo, lì in fondo”.
Dove oggi c’è un locale con lanterne dalla luce calda poggiate su tovaglie color panna, con piccole luci sospese in aria con dei fili delicati e aggrappati ai rami di piccoli alberi, non c’era altro che un brullo marciapiede. E poi auto. Auto parcheggiate ovunque, a destra e a sinistra del canale e mura forse un po’ trascurate.

Eppure quel posto mi colpì. Rimasi ferma a osservare i colori delle facciate delle case, quel cielo ribaltato nelle acque del canale e quel ponte che adesso percorro ogni giorno.
Solo ieri sera ho ricordato tutto. Ho ricordato che, scattando quella foto, cinque anni fa, avevo pensato “Come sarebbe bello vivere qui”. Lo avevo dimenticato.

Un anno e mezzo fa, quattro anni dopo quella fotografia, trovai casa lì per caso in una sera di dicembre. Sapevo solo che quell’offerta trovata su internet proponeva un monolocale vicino il mio nuovo ufficio. E per me, appena trasferita a Milano, il nome di quella via era un nome come tanti. Non avevo capito che si trattava della strada che costeggia il canale.
Andai all’appuntamento e firmai subito i documenti per affittare casa. Era una serata carica di nebbia e, appena tornata in strada, consultai Google Maps per cercare una fermata metro: la più vicina era Porta Genova. E da quella mappa notai una linea azzurra: era il canale. Possibile?
Attraversai la strada, lasciando alle mie spalle il condominio in cui ero appena stata e superai la fitta nebbia di dicembre: lì c’era il Naviglio. Solo in quel momento iniziai a capire dove fossi. Poco dopo mi ritrovai sullo stesso ponte in cui mi ero fermata quattro anni prima per scattare una foto. Quella foto trovata per caso ieri sera.

Ritrovai un Naviglio molto diverso e da una parte all’altra del canale pendevano fili carichi di luci di Natale. Si specchiavano nell’acqua del canale, spiccavano tra la folta nebbia e indicavano la strada. La strada che cercavo.

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Adesso su quel ponte, su quello stesso ponte dove quattro anni prima mi ero persa, alle volte vedo anche l’alba. Opaca, tiepida, dai colori tenui che hanno il sapore di un giallo antico. Lo stesso giallo delle pagine dei libri antichi che ogni sabato mattina invadono le bancarelle del mercatino dell’usato del Naviglio Grande. Adesso la mia casa è colma di quei libri. Alle volte, durante la notte, capita che mi svegli ed è l’odore di pagine antiche e gialle ad accogliermi.

Per me, ormai, è quello l’odore di Milano. L’odore di pagine stampate anni fa e che mi hanno atteso. O che forse ho rincorso, senza saperlo, sul Naviglio Grande. Le ho rincorse in quella strada disegnata da luci di Natale.

 

Avere trent’anni e fregarsene.

ioAbbiamo perso i sogni e le speranze dell’adolescenza che ci accompagna fino alle soglie dei 29 anni.
– Adesso cerchiamo un monolocale, compriamo una padella antiaderente per eliminare oli e fritture, non più salutari;
– cerchiamo di contare quanti giorni ci separano dalla menopausa;
– ci chiediamo se mai avremo figli;
– e mentre pensiamo a improbabili nascite, facciamo i conti con le prime lapidi di nostri amici e conoscenti che vediamo posizionare nella terra in cui siamo nati;
– ci corteggiano uomini che vogliono solo accasarsi, senza amore e svogliati. Incapaci di emozionarsi e emozionarci, che hanno scordato cosa vuol dire regalare una rosa ma sanno bene come vogliono chiudere una serata;
– vediamo nostre coetanee, alcune con e altre senza figli, iniziare a fare tinture per coprire i primi capelli bianchi. E iniziamo a esplorare la nostra chioma, terrorizzate.

Oppure.
Oppure semplicemente ce ne fottiamo di quel tre seguito da uno zero.
– Abbiamo perso i sogni e ce ne costruiamo di nuovi;
– cerchiamo un monolocale e non lo arrediamo, non passiamo weekend all’Ikea e preferiamo sentirci precarie tra quelle mura;
– compriamo una padella antiaderente, ok, ma per preparare creps e pancake;
– sappiamo che la menopausa arriverà, ci chiediamo se avremo figli ma stringiamo le spalle. Poi si vedrà;
– guardiamo le lapide di amici che ci hanno lasciati ma cerchiamo di immaginarceli ancora qui, tra stradine del centro storico di una città in riva al mare, alla sera, a bere cicchetti scadenti per squattrinati;
– ignoriamo gli uomini che non sanno più amare e che vogliono solo una donna che cucini e rammenti calzini, da presentare ai parenti alle cene di Natale per eliminare il supplizio della domanda “E quando ti sposi?”;
– combattiamo i segni del tempo, non rassegnandoci al tempo. E sentendoci finalmente più fighe. Altro che quando avevamo vent’anni!

Ce ne fottiamo, si, e vogliamo:
– ancora l’emozione;
– ancora qualcosa di nuovo;
– continuare a crescere, e non crederci già cresciute; 
– il brivido sulla schiena e le farfalle allo stomaco quando incrociamo il tipo che ci piace.

E non ci fermeremo fin quando non ritroveremo tutto questo.

La venditrice di rose

rosaIo non so chi sia. Non so nulla di lei e del suo passato. L’unica cosa che so è che dal lunedì al venerdì è alla stazione Cadorna. Tutti i giorni. Nonostante gli acciacchi dell’età avanzata e che continua ad avanzare. Nonostante non riesca a tenere dritta la schiena. È sempre lì, in piedi, nonostante tutto. Con il suo carrellino per la spesa pieno di rose rosse, rosa, gialle e bianche. Scruta con attenzione i volti di tutti i passeggeri che salgono e scendono dalla metro. Volti con occhi distratti, con la mente altrove, con la premura in corpo. Tutti corrono, ma non lei. Lei con pazienza osserva i visi dei viandanti, sperando di trovare un acquirente. Non importuna. Si limita a tenere una rosa in mano e a mostrarla.

Oggi ne ho comprata una. Appena mi ha visto ferma davanti il suo carrello ha sgranato gli occhi.
“Quanto pago per una?”
“Tre euro” mi ha detto, quasi esitando.
Mentre frugavo in borsa, alla ricerca delle monete, mi ha sussurrato “Grazie”.
Tenevo la testa china e continuavo a cercare. Mi ha sussurrato ancora “Grazie”.
Le ho dato le monete e mentre andavo via, con la mia rosa in mano, mi ha detto ancora “Grazie”.
Non ho avuto la forza di guardarla in viso. Mi sono sentita impotente. Mi sono sentita responsabile di una società che fa schifo, che abbiamo creato noi e che non sappiamo cambiare.
Non so chi sia, non so cosa la spinge a stare lì, anziana, con la schiena curva, sempre in piedi, tutti i giorni. Forse i veri milanesi lo sanno.
Ma a me poco importa. Ho visto in quel volto una nonna che fatica. Una donna che fatica. Una persona che non si arrende e vende sorrisi, perché vende rose che noi regaleremo. E che non smette di ringraziare.

Terrone fuori sede: come sopravvivere al Natale del Sud

FB_IMG_1513877442038Terrone fuori sede, parlo con te. Sei sicuro di essere pronto per tornare in Sicilia in vista dei tanto attesi cenoni di Natale e di Capodanno? Ok, torna e sii felice, ma non vanificare in due settimane tutto quello che l’imbruttito nordico ti ha insegnato, con pazienza e perseveranza, per mesi.

Ecco una piccola guida su come sopravvivere alle feste senza prendere peso, senza lasciarsi travolgere da domande imbarazzanti e, soprattutto, tenendo sempre l’occhio sul fatturato.

1) Sopravvivere ai pranzi e ai cenoni: porta in tavola una schiscetta vuota. Va bene le feste, va bene godersi la vita, ma attenzione alle porzioni. Stop ai mega piatti della mamma e della nonna, stop alle solite giustificazioni “se non mangio ci resta male”. Mangia serenamente ma, prima di ingozzarti, dosa il tutto! Inserisci gli anelletti a forno o le fette di polpettone dentro la schiscetta che porti solitamente con te a ogni pausa pranzo. Così sarai certo di mangiare le giuste porzioni. Dopo averla riempita infilala nel congelatore e avrai il pranzo pronto per quando tornerete in azienda. Poi torna a tavola e svuota in cinque minuti le teglie appena sfornate.

2) Sopravvivere alle tombolate: ok divertirsi con gli amici, ok non badare a spese, ma l’occhio deve rimanere vigile sul fatturato anche durante le festività. Quindi, prima di scegliere il budget da investire nell’acquisto di cartelle da tombola, fai dei veloci calcoli così come l’imbruttito ti ha insegnato: quante persone stanno giocando insieme a te? Quante cartelle acquistano in media? Qual è il valore di ogni singola cartella? Fai quindi un rapidissimo calcolo delle probabilità per capire se potrai azzeccare un ambo, un terno ecc. Nulla va lasciato al caso.

3) Sopravvivere al Mercante in Fiera: qui la situazione si complica perché il gioco esige della presenza di una commissione antimafia apposita (pardon, commissione anticorruzione, è un termine più attuale per la politica siciliana) che vigili sulla trasparenza e sul rispetto delle regole. Chiedi di presiederla e scegli con cura i tuoi partner. Occhio a evitare gli ubriachi, i facilmente corruttibili con un cicchetto di vodka o un bicchiere di spumante e, peggio ancora, quelli facilmente corruttibili con una fetta di pandoro. Ti renderai conto, quindi, che non potrai scegliere nessuno. Sarai solo tu il componente della commissione anticorruzione quindi corrompi, scatenati: non lo vedrà nessuno! Ah no, non si fa!

4) Sopravvivere alle domanda “e la fidanzata / e il fidanzato”, “quando vi sposate”? Qui le lezioni del nordico imbruttito ti vengono subito in soccorso e sono più che utili! Forse le più utili di tutte! Spara tre – quattro anglicismi a caso in una frase alla Tognazzi e il gioco è fatto. Un esempio: “Ma guarda, prima di partire abbiamo fatto una call giusto per fare un check. Siamo rimasti di ri-aggiornarci con un brief al newt year, tutto in chiave molto easy e friendly! Magari davanti un ape o una lambretta, poco cambia! Alla fine non lo vedi come stuzzica? Sembra tutto prematurato”. In pochi avranno il coraggio di chiederti cosa significa.

5) Sopravvivere alla lentezza: non vorrai mica tornare a essere lento in tutto? Non vorrai mica perdere il ritmo e, soprattutto, la puntualità conquistata dopo mesi di gavetta e di fatica!? Niente panico, tieniti allenato con queste semplici regole. Se passeggi in piazza con gli amici, chiedi agli anziani di mantenere la destra così da poterli sorpassare a sinistra. Al bar, quando devi pagare il conto, chiedi gentilmente al cassiere di non stare a conversare per ore con il tipo in fila davanti a te. Possono sempre sentirsi in orario post – lavoro! Che serietà è mai questa? E cosa sono questi pranzi che iniziano alle 14 per finire alle 18? Ricorda a tutti che hai un ritmo ormai diverso e che il tuo stomaco inizia a brontolare già alle 11.45. Non ti ascolterà nessuno, lo sappiamo, ma niente paura: esci (ribadisco “esci”) la teglia di pasta a forno già pronta e inizia a mangiare. Poi alle 14, quando arrivano gli altri invitati, preparati una seconda porzione non dimenticando però di misurare quella da portare al nord con la schiscetta.
Cerca inoltre di dare appuntamenti precisi, indicando non solo i minuti ma anche i famigerati secondi: una delle prime cose che hai scoperto vivendo al nord e che no, non si mangiano.

6) E poi, ricorda: basta sprecare benzina facendo il “giro in macchina” (che poi non s’è ancora capito dove vai. Ma è normale partire senza una meta?). Per quanto puoi camminare per ore, non digerirai mai il pranzo seduto su un’auto. Scegli piuttosto (anzi, piuttosto che) di essere ecofriendly e spostati in bici. Ah, non hai una bici? C’è sempre il bike sharing! Ah, nel tuo paese sono così giargiani da non avere il bike sharing? Frega (ops, noleggia) il triciclo di un nipote o cuginetto. Ne troverai uno, anche di quarto grado, invitato al cenone o al pranzo e che manco sai come si chiama. Ma è “sangue del tuo sangue” e gli vuoi bene ugualmente.