Nostra è la notte

Non gridarlo a voce alta
ma ricordalo:
nostra è la notte.

Nostre sono quelle luci gialle
appese come stelle
sospese sull’asfalto
dove le ruote delle nostre bici
scorrono via
come acqua di sorgente
assettata di nuovi percorsi.

Nostri sono questi marciapiedi
che ci fanno da sedie
o da poltrone di un confessionale
dove ci accovacciamo
per redimerci
per sussurrarci
ciò che al giorno
non sveleremo mai.

Nostri sono questi scogli finti
bagnati da acqua, sale e vento
circondati da prato verde
che da cuscino fa alle nostre cadute
mentre ci struggiamo
alla ricerca di radici abbastanza lunghe
o forti
da poterci fare andare oltre.

Nostro è l’oltre che cerchiamo
tra la bellezza di vicoli antichi
che nascondono meraviglia e decadenza
dolcezza e umidità
giochi spontanei in strada
di bambini che non conoscono
il luccichio del denaro
ma solo delle loro balate.

Nostri sono quei sorsi
di vino e birra
di acqua e vita
che lì hanno un altro sapore
– il sapore della spensieratezza.

Così mi dicevi.

Nostra era la giovinezza
l’incertezza del domani
la speranza di restare sempre lì
dove il tempo era incalcolabile,
passava come passa il vento autunnale:
un brivido che non ci scosta.

Nostra era la città
con la sua notte gialla
con l’alcool nelle vene
con i sorrisi incontrollati
con gli abbracci inaspettati.

Nostra era la notte.

Ma forse lo abbiamo gridato troppo,
troppo forte.

E adesso siamo soldati
senza un generale.

E adesso siamo pedine
senza una scacchiera.

E adesso siamo naufraghi
che vogliono solo
lasciarsi sprofondare.

Voglio fuggire e voglio restare

Quando capirai che le parole
sono macigni scaraventati
in faccia
capirai perché vorrei diventare un gatto.

Vorrei stare lì, in un angolo,
in silenzio,
a graffiare un mobile vecchio
mentre attendo che il sole tramonti.

Vorrei stare lì, pronto per un agguato
in piena notte.
Cercherò le mie prede
con la complicità della luna.
E resterò impunito.

Vorrei stare lì, nascondere i miei crimini,
e comunicarti con i miei silenzi
e le mie fusa
e i miei graffi improvvisi
che voglio fuggire e voglio restare.

Ma vorrei anche accovacciarmi.
E senza le parole – macigni sul cuore,
dirti che una carezza non è mai un crimine.
E vorrei rubartela
con la complicità della luna.

Ma ci sono le parole,
macigni che cadono giù,
all’improvviso,
da una montagna che frana.

E in quel momento no,
non vorrei più essere lì.

Vorrei attendere la luna altrove.
Ma dimmi tu
dove posso trovarlo
l’altrove.

E ti attendo scalza

Quando tu entrasti nella mia casa,
io non ero preparata.

La velocità del sangue nelle vene,
il tocco sulla mia pelle
non più del vento,
ma dei tuoi polpastrelli
che sulle mie braccia
avrebbero tessuto melodia,
trovando tasti a me sconosciuti
e note mai sentite.

Quando tu entrasti nella mia casa
io avevo messo cuscini ovunque
per attutire tutto questo
e tappi nelle orecchie
per rendermi sorda all’ululare
di quell’uragano
che avrebbe infranto timpani
e spezzato ossa
e saccheggiato i miei armadi
dei consueti vestiti di festa
che adesso sono sparpagliati ovunque
alla ricerca di colori nuovi
da indossare sulla pelle bianca.

Perchè adesso
ogni volta che entri nella mia casa
è un giorno di festa.
E i vestiti non bastano più
a colmarli tutti quanti.

Ho gettato via i cuscini
e i tappi delle orecchie.

E ti attendo scalza.

Non sarà mai una dea: note di Antonella La Monica

non-sarà-mai-una-dea-grazia-la-pagliaSe ancora oggi ricordo a memoria alcuni versi de La Divina Commedia, e se a dodici anni li imparai senza fare alcuna fatica, lo devo ad Antonella La Monica, poeta (sì, so che ci tiene a non essere definita “poetessa” e condivido pienamente la sua posizione) e professoressa di lettere.

Quando studiavamo un testo con lei, in aula, noi alunni non vedevamo solo le parole scritte nelle pagine dei libri. No. Noi accedevamo all’immaginario visivo dello scrittore, entravamo nel suo mondo, sentivamo le sue emozioni e ci preparavamo ad ascoltare quel che aveva da raccontarci. 

La prof.ssa La Monica, insomma, è una docente che ha sempre voluto andare oltre la canonica lezione, soprattutto davanti a un testo poetico. 

La prof.ssa La Monica è uno di quei docenti che ti restano nel cuore e che anche dopo anni ricordi con affetto. E anche dopo anni vorresti ancora seguire una sua lezione. Che è lezione di vita, prima che lezione didattica. 

Un paio di giorni fa mi ha omaggiato di un bellissimo regalo: dopo aver letto il mio “Non sarà mai una dea – Di Palermo e della Sicilia – Diario di una migrazione come tante” (disponibile gratuitamente qui) ha deciso di donarmi le sue note al testo.

Le sue tre pagine mi hanno commossa e spero che lo stesso possano fare con chi leggerà le prossime righe. E spero che chi leggerà le sue parole si rivedrà bambino, adolescente e poi adulto in quelle strade e in quei vicoli della nostra Sicilia.

—–

Note di Antonella La Monica a

NON SARA’ MAI UNA DEA di Grazia La Paglia

A prima lettura si ha l’impressione di assistere ad un set tennistico che si gioca sul campo della memoria: ieri-oggi, andata-ritorno, perdita-recupero, incanto-disincanto, delusione-delusione, attesa-aspettativa!

L’incipit è un pugno allo stomaco: Ho perso il mio passato. Non esisto più. Ho barattato amici e sogni per cercare un nuovo inizio altrove.

Continua…Ho lasciato alle mie spalle l’isola dei Sogni Abbandonati…

Un’amara constatazione, la denuncia di un fallimento personale, ma non solo!

E’ quello di una intera generazione, gran parte della quale deve andare via dall’Isola matrigna, terra avara di possibilità di lavoro, ingorda morgana che offre miraggi a chi arriva dall’altra costa del mare nostrum!

Migrare perché quando la tua terra non ti offre un lavoro (un qualsiasi lavoro) è un fallimento e, si chiede l’Autrice, a chi imputarne la colpa? Chi gli assassini della speranza? Facile rispondere la politica, la mafia. Meno facile ammettere che ne siamo tutti responsabili. E quindi sì, abbiamo perso tutti

Non sarà mai una dea è prova diaristico-narrativa di una migrazione come tante, convincente perché appassionata, come tutte le prime prove, e il narrare di sé esteso agli altri ha le stigmate della titubanza, della sorpresa, dell’onestà e della coscienza che intrecciano serti con il desiderio della condivisione immaginata, probabile, sperata, certa: questo il sentire appassionato di chi dovrà ancora sondare il terreno accidentato della vita, i suoi meandri insidiosi ed affascinanti , di chi per conoscerla dovrà inciderne la carne!

Tempi e momenti di un viaggio esistenziale e di un processo umano che, nonostante quell’amara constatazione, vuole credere con la migrazione in un avvenire interessante perché se si ha nel sangue l’azzurro del mare e sulla pelle il calore feroce del sole dell’entroterra siciliano, che la nebbia padana non riesce a ridurne l’effetto, tutto dovrà essere abbracciato dalla speranza e, comunque vada, ci sarà sempre una dea dalla sua parte.

IERI. Vita acerba nelle trame dell’infanzia e dell’adolescenza, ricordi di anni che come aquiloni sorvolano la terra natìa, la serenità del luogo che ha visto nascere la piccola Grazia, che ha accompagnato la curiosa Grazia nelle feste, nelle ore a scuola segnate dalla “sirena”, nei giochi in spazi sicuri ed innocenti, nelle corse in bicicletta prima stentate e poi coraggiose ; anni che hanno visto la smaniosa adolescente Grazia aprire la porta al Punk che la invita ad ascoltare musica nuova per le sue orecchie e per la sua anima, quella dei Green Day e American idiot il cd della nuova vita: prova trucchi dark e indossa giubbotti e pensieri con le borchie che epifanizzano la voglia di libertà, di ribellione verso ancora non sa cosa , ma la maglietta col Che Guevara la fa sentire a proprio agio. Grazia è un outsider dall’energia silenziosa, dall’effervescenza discreta, che OGGI le fanno guardare il mondo con nuovi occhi.

Ancora si vede la giovane Grazia sotto il cielo di Palermo che ha indirizzato i suoi passi nella scoperta del paesaggio normanno e barocco, i suoi passi nell’assaporare il mare e il limoncello tra desideri di vita e incontro dell’altro in quella melting pot della Vucceria e della Taverna azzurra le cui voci s’innestano nel suo cuore.

OGGI. Dopo aver lasciato Via Alloro, che con il suo nome ha coronato gli studi universitari, la vita in Sicilia la vuole pioniera nel trovare altri lidi, altro posto dove trovare, così Calvino, risposta alla sua domanda di cambiamento, di opportunità e possibilità, per poter dire a se stessa – Io ci voglio provare. Io ci sto provando a realizzare il mio progetto di Donna!

Ha scelto dove approdare: Milano.

Milano, come dice Lucio Dalla, a portata di mano \ti fa una domanda in tedesco\ e ti risponde in siciliano\ Milano che fatica…

Si vede Grazia che prepara la valigia con dentro cappotti e sciarpe, l’odore di u pani cunzatu, dei campi di grano e mandorli in fiore e ulivi argentati, di cielo e di colline, delle luci e dei pranzi di Natale, ma dentro ci mette anche nuvole di attesa e curiosità, timore del nuovo, ma un timore eccitante …Sarai sola, sarai in un mondo nuovo, ma non è così terribile…

OGGI. Milano e i suoi navigli, le sue atmosfere cittadine, luci sfavillanti e tram che sferragliano; Milano, il suo primo morfo-grafema pare stilizzi le guglie del Duomo e lo skinline dei suoi grattacieli, niente a che vedere con le cubole e le cupole delle chiese di Palermo, tatuate negli occhi di Grazia; gli stessi occhi che catturano il tempo di attesa di un autobus o della metro su cui leggere qualche pagina per sfruttare ogni minuto , perché a Milano ogni minuto “conta”! A Milano si corre in casa, in tram, in palestra si corre sul tapis roulant, ci si ferma solo per l’apericena! A Palermo si cammina da Piazza San Domenico verso la Kalsa, si tenta le stelle sul prato della Magione, si sosta in attesa dell’autobus che ritarda o si corre tra la Cala e il Foro Italico in una babele di visi, di veli, di odori, di pescatori e di reti! A Milano, l’odore del tempo che incalza; a Palermo, l’odore del tempo che rallenta per vivere più a lungo le ore e arrivare a domenica per ascoltare il mare che si frange, la sirena di una nave crociera!

Il mare azzurro spumeggiante di Sicilia!

IERI. Le vacanze a Cefalù o Faluce, quel posto magico dove con la famiglia trascorreva le vacanze estive; quella spiaggia dove cercare le prime conchiglie nella sabbia, quel tenero bagnasciuga su cui prendere confidenza con i brividi e con l’acqua!

OGGI. Quel mare è sempre desiderato, quel mare è tornare a casa, quel mare nutre pensieri adulti e leggeri.

Azzurro, il colore che accompagna Grazia, le avvolge il cuore sempre pronto a librarsi dalla pianura verso la costa che si profila tra le nuvole in alta quota e pare toccarla quando il carrello dell’aereo tocca la pista di Punta Raisi.

Azzurro che a forza di essere denso come smalto diventa vernice blu come il blu imponente di un triangolo riprodotto anche sul fianco del tram 2, linea Duomo-Naviglio Grande che cattura il suo sguardo; un triangolo che contorna un qualcosa poco chiaro, confuso, sembra un’immagine, ma la vede sfuocata perché lontana; si avvicina il tram e sul fianco della fermata due occhi di carta avvolti in un triangolo blu la guardano. Grazia, ora, la vede chiaramente, la riconosce e si stupisce: è L’Annunciata di Antonello da Messina! Una mostra dedicata all’artista siciliano è stata allestita nel Palazzo reale, a Milano!

IERI. Aveva sedici anni quando vide quella tela, a Palermo, custodita in un palazzo del centro storico!

OGGI. Quel velo blu, quegli occhi di carta, profondi e delicati, immobili ed enigmatici a due passi da lei, le offrono un sorriso: sono occhi che sanno di casa! Casa è il paese nell’entroterra assolato, è Palermo sul mare e quegli occhi glieli ha portati a Milano!

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti…l’anima di Grazia concerta con Pavese!

——

Voglio disimparare

Voglio toccare la terra
affondare queste unghie smaltate
tra sassi e ciottoli
e vedere – toh, guarda
quelle radici
che abbiamo dimenticato.

Voglio disimparare il mio nome e cognome
perché voglio essere ogni giorno nuova.

Oggi Pulcinella, domani Colombina,
e poi un volto infinitamente incerto – un giorno non lontano.

Incerto ma nuovo perché ha
reisplorato ogni giorno il mondo
dalle viscere alla superficie d’oro.

Voglio disimparare per sempre sorprendermi
alla vista di una nuvola.
Anche se nera – pesante, da tempesta
o da temporale – poco importa.

E poi l’indomani
svegliarmi e disimparare ancora.
E ancora.

E riscoprire ogni giorno
ogni nuovo bellissimo giorno
quanto è dolce il sapore
del latte e dell’acqua,
l’odore dell’aria
– o dell’inferno.

Il cv della mia anima

Cerca  un badge da timbrare.
Una casa da affittare.
Una tavola in cui cenare.
Un nuovo letto su cui sognare.

Ho cercato nella mia anima.
L’ho cercato,
scavando in fondo,
conficcando la mia nuda mano
fin nelle viscere nere e sporche.

Ma a nulla è valso
quel sudore  infernale
quello sforzo di buttare via tutto – tutto fuori.
trattando l’anima come il motore
di un’auto vecchia che vuoi spingere
ancora avanti – un’ultima volta.

Ho cercato, scavato, raschiato.
Ma quel sasso che inceppa il mio cuore
non lo trovo.

Lo ha fermato a quella sera,
come lancette di un orologio scarico,
fermo all’improvviso
su un istante qualsiasi.

Il mio cuore si è inceppato quella sera.

Gli anni sono passati
ma vedo sempre il mio piede
staccarsi dal suolo
salire sul gradino di un treno in corsa.
E quel sassolino incastrarsi nell’anima.

Le ferite si rimarginano.
Si richiudono.
Ma un sasso conficcato
è un flagello a vita.

Puoi distenderti sul fianco,
destro o sinistro
A pancia in giù o in su.
Ma lui resta lì.
Punge, fa male, da fastidio.

Ti alzi, vai in bagno.
Poi bevi l’acqua.
Sciacqui il volto.

Butti via, depuri, pulisci.

Ma lui resta lì.

E non c’è tregua che possa accettare.
Amnistia del cuore che possa donare.
Inutile chiedere la grazia.

L’anima ha per sempre un buco.
E sarebbe meglio un buco nero
mentre invece questo buco
incassa
senza fare sparire.

Il cv della mia anima
che diventa sempre più nero.
Catrame su un foglio bianco.
Gothic, dimensione 18, bold.

Ti ho vista impastare vulcani

Ti ho vista impastare
torte con la creta.
E piccoli vulcani,
bocconcini al cioccolato.

Messi ad asciugare al sole caldo d’agosto
che arida i campi
ingiallisce le spighe.

Attendevo impaziente
che il fango si facesse finta roccia.
Poi ti ho vista
mettere una pennellata d’azzurro cielo
per ricordarci che le nuvole servono a qualcosa.

Ripararci dal brutto tempo, anche.
Attendere il meglio, soprattutto.

Le torte sono pronte,
i bocconcini ancora caldi al sole.

Le mie bambole possono mangiare.

Ti ho vista cullare la mia infanzia
con creta e cielo.

Perché terra e universo
radici e stelle
sono tutto.

Sono casa.

Il “pacco da giù” ai tempi del Coronavirus: le mascherine, i guanti di lattice

paccoDa tre anni vivo in questa città non mia, ma che mia ho fatto in queste ultime settimane in cui si lotta, si prega, si spera. Mia ho fatto questa città nonostante la consueta passeggiata sul Naviglio rimandata, i tramonti persi mentre chiudo la porta di casa, tolgo guanti e mascherina, metto in frigo la spesa e attendo che la giornata passi.

Qualche giorno fa è finalmente arrivato il “pacco da giù”. Sono siciliana, con il cuore diviso tra l’entroterra (luogo della mia nascita) e Palermo (luogo della mia crescita).
Ho sempre evitato i pacchi da giù: li ritenevo superflui. Nella città più moderna d’Italia, con ecommerce che consegnano di tutto in giornata, non ho mai avuto problemi a trovare ciò di cui avevo bisogno, voglia o nostalgia.
Stavolta è diverso.

Stavolta nemmeno i potenti colossi del commercio online mi hanno aiutata. Nemmeno questi negozi che hanno forse più di quello di cui abbiamo veramente bisogno.
Avevo bisogno di mascherine: non sto qui a dibattere sulla loro reale necessità – come dicono alcuni – o inutilità – come sostengono altri. Non è questo il momento del dibattito, ma della precauzione.

Stavolta è stato il pacco da giù a farmi avere ciò di cui avevo veramente bisogno. Semplici, bianche, recuperate da mio padre nell’entroterra siciliano tra officine d’auto e laboratori di artigiani. E spedite insieme a tre scatole di guanti di lattice, perché non si sa mai, perché tutto può andare a ruba. Perché tutto può finire.

Dall’entroterra a Milano, un pacco da giù chiuso con il consueto amore dai miei genitori che hanno sempre guardato al nord Italia come alla terra della rinascita e delle nuove possibilità. Adesso guardano i tg con apprensione mentre il virus invade anche la loro quotidianità e non viaggiando sui tanto temuti barconi: no. Viaggia su aerei, sullo Stretto di Messina.


Sono aumentate le nostre videochiamate. Prima li sentivo solo alla sera: una chiamata di qualche minuto, alle volte un po’ più lunga, che si chiudeva con la buonanotte.
Ma adesso si cerca di più di sentirsi più vicini, dal Naviglio al cuore della Sicilia. Lì dove sono nata, mentre sul Naviglio cerco di combattere, di resistere

E alla fine, unendomi a questa lotta, si, anche questa è un po’ casa mia.

Un silenzio che non sono abituata a sentire

C’è un silenzio che non sono abituata a sentire.
O forse si.
Forse è solo il silenzio della notte
che ruba spazio al frastuono del giorno.

C’è una casa che non sono abituata a vedere così piena.
Sono tutti lì.
A cercare riparo tra mura di cemento.
A cercare una scappatoia, sigillando l’uscio.

Un tram lento, come sempre,
scorre solitario, come non mai.
Solo lui lungo tutta la strada.
E il suo ventre è scarno.
Lo vedo dai finestrini che nessuno abbassa.

Torno a casa.
Un corriere dietro di me.
Apro il cancello e dono, spontaneamente,
un consueto gesto gentile:
lo tengo aperto, per lui.
Ma lui resta indietro, immobile,
tanti passi quanto un metro.
Mi guarda in silenzio.
Non va avanti.

Capisco.
Richiudo il cancello.
Dopo un po’ lo aprirà ed entrerà, da solo.

C’è un silenzio che non sono abituata a sentire.
E non è solo fuori, questo prolungarsi della notte.
Questo rubare il frastuono del giorno.
È anche dentro.

In fondo.

Una nuova stella ci ubriacherà il capo

Che cos’è il freddo se non la libertà
di mettere a nudo carne, pelle e sudore
quando la luce è troppo debole,
quando il vento spinge forte
troppo forte
per le nostre esili braccia.

Che cos’è il freddo se non sentirsi vivi,
perché capiamo finalmente cos’è il caldo,
perché ci manca,
cosa è stato
e perché lo abbiamo odiato.

Rimpiangiamo le maledizioni contro gli dei
il nostro imprecare a ogni nuovo sorgere del sole.

Rimpiangiamo non esserci distesi ad asciugare
per togliere di dosso l’umidità dei nostri pensieri,
o delle nostre lacrime.

Passa un aereo, sfida il vento.
Sfida il freddo. Sfida le nuvole.

Noi restiamo qui, immobili su questo Naviglio,
a chiederci quanto passerà ancora
prima di vedere una nuova stella
ubriacarci il capo,
graffiare la nostra pelle,
affaticare il nostro respiro.

E allora si, io mi sentirò viva
e il gelato potrà scorrere,
sciolto,
tra le dita delle mie mani.