Ti ho vista impastare vulcani

Ti ho vista impastare
torte con la creta.
E piccoli vulcani,
bocconcini al cioccolato.

Messi ad asciugare al sole caldo d’agosto
che arida i campi
ingiallisce le spighe.

Attendevo impaziente
che il fango si facesse finta roccia.
Poi ti ho vista
mettere una pennellata d’azzurro cielo
per ricordarci che le nuvole servono a qualcosa.

Ripararci dal brutto tempo, anche.
Attendere il meglio, soprattutto.

Le torte sono pronte,
i bocconcini ancora caldi al sole.

Le mie bambole possono mangiare.

Ti ho vista cullare la mia infanzia
con creta e cielo.

Perché terra e universo
radici e stelle
sono tutto.

Sono casa.

Il “pacco da giù” ai tempi del Coronavirus: le mascherine, i guanti di lattice

paccoDa tre anni vivo in questa città non mia, ma che mia ho fatto in queste ultime settimane in cui si lotta, si prega, si spera. Mia ho fatto questa città nonostante la consueta passeggiata sul Naviglio rimandata, i tramonti persi mentre chiudo la porta di casa, tolgo guanti e mascherina, metto in frigo la spesa e attendo che la giornata passi.

Qualche giorno fa è finalmente arrivato il “pacco da giù”. Sono siciliana, con il cuore diviso tra l’entroterra (luogo della mia nascita) e Palermo (luogo della mia crescita).
Ho sempre evitato i pacchi da giù: li ritenevo superflui. Nella città più moderna d’Italia, con ecommerce che consegnano di tutto in giornata, non ho mai avuto problemi a trovare ciò di cui avevo bisogno, voglia o nostalgia.
Stavolta è diverso.

Stavolta nemmeno i potenti colossi del commercio online mi hanno aiutata. Nemmeno questi negozi che hanno forse più di quello di cui abbiamo veramente bisogno.
Avevo bisogno di mascherine: non sto qui a dibattere sulla loro reale necessità – come dicono alcuni – o inutilità – come sostengono altri. Non è questo il momento del dibattito, ma della precauzione.

Stavolta è stato il pacco da giù a farmi avere ciò di cui avevo veramente bisogno. Semplici, bianche, recuperate da mio padre nell’entroterra siciliano tra officine d’auto e laboratori di artigiani. E spedite insieme a tre scatole di guanti di lattice, perché non si sa mai, perché tutto può andare a ruba. Perché tutto può finire.

Dall’entroterra a Milano, un pacco da giù chiuso con il consueto amore dai miei genitori che hanno sempre guardato al nord Italia come alla terra della rinascita e delle nuove possibilità. Adesso guardano i tg con apprensione mentre il virus invade anche la loro quotidianità e non viaggiando sui tanto temuti barconi: no. Viaggia su aerei, sullo Stretto di Messina.


Sono aumentate le nostre videochiamate. Prima li sentivo solo alla sera: una chiamata di qualche minuto, alle volte un po’ più lunga, che si chiudeva con la buonanotte.
Ma adesso si cerca di più di sentirsi più vicini, dal Naviglio al cuore della Sicilia. Lì dove sono nata, mentre sul Naviglio cerco di combattere, di resistere

E alla fine, unendomi a questa lotta, si, anche questa è un po’ casa mia.

Un silenzio che non sono abituata a sentire

C’è un silenzio che non sono abituata a sentire.
O forse si.
Forse è solo il silenzio della notte
che ruba spazio al frastuono del giorno.

C’è una casa che non sono abituata a vedere così piena.
Sono tutti lì.
A cercare riparo tra mura di cemento.
A cercare una scappatoia, sigillando l’uscio.

Un tram lento, come sempre,
scorre solitario, come non mai.
Solo lui lungo tutta la strada.
E il suo ventre è scarno.
Lo vedo dai finestrini che nessuno abbassa.

Torno a casa.
Un corriere dietro di me.
Apro il cancello e dono, spontaneamente,
un consueto gesto gentile:
lo tengo aperto, per lui.
Ma lui resta indietro, immobile,
tanti passi quanto un metro.
Mi guarda in silenzio.
Non va avanti.

Capisco.
Richiudo il cancello.
Dopo un po’ lo aprirà ed entrerà, da solo.

C’è un silenzio che non sono abituata a sentire.
E non è solo fuori, questo prolungarsi della notte.
Questo rubare il frastuono del giorno.
È anche dentro.

In fondo.

Una nuova stella ci ubriacherà il capo

Che cos’è il freddo se non la libertà
di mettere a nudo carne, pelle e sudore
quando la luce è troppo debole,
quando il vento spinge forte
troppo forte
per le nostre esili braccia.

Che cos’è il freddo se non sentirsi vivi,
perché capiamo finalmente cos’è il caldo,
perché ci manca,
cosa è stato
e perché lo abbiamo odiato.

Rimpiangiamo le maledizioni contro gli dei
il nostro imprecare a ogni nuovo sorgere del sole.

Rimpiangiamo non esserci distesi ad asciugare
per togliere di dosso l’umidità dei nostri pensieri,
o delle nostre lacrime.

Passa un aereo, sfida il vento.
Sfida il freddo. Sfida le nuvole.

Noi restiamo qui, immobili su questo Naviglio,
a chiederci quanto passerà ancora
prima di vedere una nuova stella
ubriacarci il capo,
graffiare la nostra pelle,
affaticare il nostro respiro.

E allora si, io mi sentirò viva
e il gelato potrà scorrere,
sciolto,
tra le dita delle mie mani.

Leggi adesso “Non sarà mai una dea” – gratis

non-sarà-mai-una-dea-grazia-la-pagliaDa oggi il mio libretto-diario “Non sarà mai una dea” è scaricabile gratuitamente. 

IL RACCONTO DI UNA MIGRAZIONE
Mi chiamo Grazia, sono una giornalista freelance siciliana e vivo a Milano da tre anni.
Subito dopo il mio trasferimento, ho iniziato a mettere nero su bianco emozioni, sensazioni e ricordi.
Nasce così il mio “diario di una migrazione come tante”, il diario dei ricordi che un po’ tutti i giovani che si spostano dal Sud al Nord portano con sé.
“Non sarà mai una dea” non è solo un album dei ricordi ricco di luoghi, oggetti e sapori della nostra vita al Sud: è anche un viaggio di sola andata che non sarebbe stato possibile senza quei tanti piccoli tasselli raccolti in Sicilia.

COME LEGGERLO GRATIS?

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Puoi acquistare la tua copia da Prospero, Enoteca Letteraria (Via Marche, 8 – Palermo). Oppure scrivi a ufficiostampadiariomigrazione@gmail.com per richiedere il libro.

Siciliani fuori sede: come viviamo? Cosa pensiamo? Una chiaccherata con chi torna per le feste ed già pronto a ripartire

A dispetto del caro voli, eccoci qui: siciliani fuori sede che non rinunciano a trascorrere il Natale con i propri cari.

Ma chi siamo? Dove e come viviamo fuori? Cosa pensiamo quando siamo via? Cosa ci manca? E cosa non rimpiangiamo della nostra Isola?

Ne parleremo venerdì 27 dicembre, a partire dalle ore 18, da Prospero – Enoteca Letteraria.

Interverranno il giornalista Roberto Leone, l’editor Isabella Trapani e Grazia La Paglia, autrice di “Non sarà mai una dea – Di Palermo e della Sicilia – Diario di una migrazione come tante”.
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L’incontro sarà quindi un momento di condivisione di esperienze e di dibattito con il pubblico, soprattutto con studenti e lavoratori fuori sede che potranno prendere la parola durante il dialogo tra i tre relatori.

La discussione prenderà spunto, innanzi tutto, dai dati statistici più recenti: secondo l’ultimo rapporto “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, la Sicilia è la prima regione italiana per numero di migranti. Si tratta di oltre 750 mila siciliani (100 mila persone in più rispetto agli attuali abitanti di Palermo). E di questi 750 mila, il 38% ha meno di 35 anni.

 

Non si parlerà solo di numeri, ma anche di ricordi e di emozioni. Il dibattito infatti farà anche riferimento ad alcune pagine del libro di La Paglia, che è appunto il diario di cosa sente e cosa prova un siciliano quando vive al di là dello Stretto e che racchiude quei pensieri e quelle memorie che un po’ tutti portano con sé.

 

Il libro “Non sarà mai una dea” ripercorre luoghi di Palermo (come piazza Magione, la Vucciria, la Torre San Nicolò, il Foro Italico, via dei Biciclettai) in un continuo confronto tra Nord e Sud, tra passato e presente, tra nostalgia di casa e la necessità di cercare un futuro altrove.

Il libro è auto prodotto e, oltre che in forma cartacea – è anche disponibile gratuitamente in versione ebook e online (qui tutti i dettagli https://lapagliagrazia.wordpress.com/).

 

 

Io sono zia – I

IERI
18 agosto 2016. Appena scatterà la mezzanotte farò 29 anni.

Cammino per le stradine del centro storico di Palermo. Il brusio della gente sparsa davanti gli ingressi dei locali e la musica dei pub accompagnano il rumore dei miei tacchi sui lisci sampietrini. Sono avvolta dalla luce gialla dei lampioni romantici e nostalgici, da un’estate che inizia a diventare più fresca, dall’umidità che – dal mare della Cala – si fa strada tra i vicoli intorno a Piazza Marina.

Manca poco alla mezzanotte e io sto rientrando a casa.

Potrei attendere lo scoccare di quell’orario tanto atteso e festeggiare fuori, in strada, con gli amici con cui ho passato la serata.

Ma non mi va.

La mia mente è altrove.

È dall’altra parte dell’Italia.

È in Lombardia.

È a casa di mia sorella Cinzia, a Milano. Chiudo gli occhi e sento che l’unico desiderio che ho – in quel momento, mentre si avvicina la mezzanotte – è sedermi accanto a lei e guardare la sua pancia grande, grandissima.

È incinta. È al nono mese. E il periodo di attesa sta per completarsi.

“Ecco, vorrei essere lì, adesso” penso mentre la chiave apre la porta di casa, mentre tolgo i tacchi, mentre sfilo via la gonna e mi lascio andare sul letto.

Guardo lo schermo del cellulare. Chissà cosa sta facendo lei, Elisa, in quel preciso istante.

Dorme? Scalcia? Sente fame? Chissà.

Mi appisolo giusto un attimo: squilla il cellulare e mi riporta in Lombardia.

La mezzanotte è appena scoccata e mia madre, a Milano per attendere il parto di mia sorella, mi telefona per farmi gli auguri.

È il primo compleanno che vivo lontano da lei.

Ad oggi sono sempre stata con lei, ogni 19 agosto. Tranne il 19 agosto del 2016, si intende.

Mia madre mi racconta che stanno per andare a dormire. Che Elisa è da un po’ che riposa, è da un po’ che non scalcia. Che la pancia di mia sorella sembra stia per esplodere. Che si capisce che la bimba inizia a prepararsi per entrare nel nostro mondo: a poco a poco cambia la sua posizione, cambia la curva della pancia di mia sorella.

Poi parlo con Cinzia: mi fa gli auguri, mi dice che appena nascerà Elisa saremo tutti insieme, lì a Milano, per festeggiare anche il mio compleanno.

Ma io taglio corto. “Metti il vivavoce – dico – Devo parlare con mia nipote”.

Mia sorella sorride – lo sento – e avvicina il telefono al suo pancione.

Elisa – dico con tono risoluto – Sono io, la zia Grazia. Sbrigati a nascere così festeggiamo il compleanno insieme”.

Mia madre e mia sorella ridono.

Pensano che io sia troppo sognatrice.

Però alle volte i sogni diventano realtà.

Mi addormento ma vengo nuovamente svegliata, dopo due ore, da un sms. Mia madre scrive che mia sorella è in ospedale, perché si sono rotte le acque.

Io rispondo semplicemente dicendo: “Elisa mi ha ascoltata”.

Sorrido di quella bizzarra coincidenza, e ne sono felice.

Mia sorella passa il 19 agosto in sala parto. Elisa nascerà quattro ore e mezza dopo la mezzanotte.

Per quattro ore e mezza non ci è stato possibile fare il compleanno lo stesso giorno.

Ma lo so, lo so: mia nipote ci ha provato.

Mia nipote mi ha ascoltato.

Ok, è tutto una coincidenza. Ok, è tutto un gioco di date, numeri, secondi e minuti.

Però non è bello immaginare che questa bimba dai capelli d’oro e dagli occhi del mare mi abbia voluta accontentare?

Si, mi piace immaginare che sia stato così. Mi piace vedere mia madre preparare due torte, a distanza di poche ore l’una dall’altra, per festeggiare due compleanni consecutivi.

Mi piace sentire Elisa intonare Happy Birthday il 19 agosto e vederla piena di felicità, il giorno successivo, perché capisce che questa volta cantiamo noi per lei.

Quella sera sono diventata zia.

E diventare zia è qualcosa che segna, cambia. E fa anche crescere.

Ma quella sera, quel 19 agosto, mi piace immaginarlo come il giorno che ha segnato indelebilmente il nostro rapporto.

Rafforzandolo, rendendolo forte così, sul nascere.

E qualcosa, quella sera, ha unito Palermo e Milano.

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OGGI
Sono passati tre anni da quella notte. Mia nipote è diventata una bambina vispa e affettuosa. Io sono “zia” e – quando passo a trovarla a casa – non si stacca da me.

Quando mia sorella apre la porta, lei mi corre incontro, vuole essere presa in braccio. Mi stringe, mi abbraccia e mi riempie le mie guance di baci.

Una domenica mattina di fine maggio ci sediamo insieme sul divano rosso del soggiorno. Guardiamo la tv ma sembra non esserci qualcosa di interessante. Inizio a cambiare canale fin quando ecco lì, sul grande schermo, la Cala, le barche ormeggiate, la banchina dove correvo nel vano tentativo di rimettermi in forma.

Il mare, il prato verde del Foro Italico, le Mura delle Cattive.
Mi fermo a guardare quel documentario di Rai Tre e mia nipote, in silenzio, osserva quelle forme che – intuisce – mi hanno rapito.

“Cos’è?” mi chiede, guardando il mare della Cala. “È il mare?”

“Si amore, è il mare di Palermo”.

“Palermo” ripete a bassa voce, cercando di inserire quella nuova parola nel suo vocabolario.

“Sai, lì c’era una volta la casetta della zia”.

“Dormivi lì?”

“Si si, lì c’era il mio lettino, come il tuo”.

“E il mio non è lì?”

“No tesoro, il tuo è a Milano”.

“Anche io voglio un lettino a Palermo”.

Sorrido, mentre lei torna a guardare le immagini che scorrono sullo schermo. Adesso il documentarista si è spostato su una barca e si è allontanato dalla costa.

“Il mare zia, il mare!!”

 

Il 2019 come il 1934: Moravia ci aveva già detto tutto

19.jpgSalvini tweettante e urlante; marce nazi-fasciste per le strade d’Italia; azioni anti-partigiane che hanno segnato indelebilmente il 25 aprile; accanimento contro “Bella Ciao” in quanto canzone che (all’improvviso) divide.

Inevitabilmente tutto questo mi porta a rileggere, stasera, le pagine di un libro che ho incrociato per caso questa estate e che mi pare – in questo specifico periodo – il più attuale tra tutti quelli scritti da Alberto Moravia (nonostante Moravia sia indiscutibilmente sempre attuale, sempre presente nei nostri giorni come interprete. Interprete anche dei giorni che verranno).

Se – fino a qualche anno fa – la nostra società poteva essere ben rappresentata dal suo “Il Conformista”, adesso tutto pare racchiuso nelle pagine di “1934”.

Il libro narra le vicende di uno scrittore germanista, Lucio, che trascorre la sua estate a Capri chiedendosi sia possibile “vivere nella disperazione e non desiderare la morte”. Mentre medita sulla sua disperazione – non trovandone una causa specifica – e sulla possibilità di liberarsene tramite il suicidio, incontra il fascino di due gemelle e intraprende una corrispondenza fatta di citazioni di libri con una delle due. Programmano insieme anche il suicidio – tanto atteso e corteggiato – per poi annullare tutto. Per poi scoprire che è tutto un grande inganno.

Per poi scoprire che la morte – il suicidio – altro non è che il gesto più alto della disperazione e che coinciderà con la Notte dei Lunghi Coltelli.

Perché, tra tintarelle e inseguimenti amorosi, tra sguardi e dialoghi pieni di imbarazzo e di tensione sessuale, c’è qualcosa che si fa avanti. E si fa avanti a piccoli passi, quasi impercettibilmente, diventando però una costante inevitabile nelle vite di tutti. Anche di chi prende il sole in riva al mare o fa un giro in barca. E questa costante è il nazi-fascismo.

Un regime che sembra essere uno sfondo. Qualcosa che esiste, si, ma che si sopporta, perché in fondo non influenza poi molto la quotidianità. Basta adeguarsi giusto un attimo, per non dare nell’occhio, per essere “normali”.
Ma pan piano questa costante diventerà una presenza dirompente, con la forza di distruggere tutto. Di annientare tutto.
Di portare la disperazione ai livelli più estremi e non immaginati (o, almeno, solamente ipotizzati).

Se prima si giocava con l’idea del suicidio, senza la forza (in fondo) di annientare la propria esistenza, ecco che ci pensa il nazi-fascismo ad annientare le esistenze di troppo.

Ingombranti.

Nella sua stanza di albergo, Lucio cerca senza non pochi sforzi di dare forma a un personaggio di un suo nuovo romanzo. Un personaggio che – come lui – accarezza l’idea del suicidio per disperazione.

“Mi sono accorto che per mettere in piedi un personaggio sul quale scaricare l’ossessione del suicidio, non bastava la motivazione generica che era disperato; dovevo anche trovare un motivo per cui lo era. Dopo molte riflessioni, ho finito per identificare questo motivo nell’avversione irriducibile per il regime fascista che, in questo giugno 1934, stava entrando nel settimo anno di permanenza al potere. Era questo, certamente, un motivo plausibile di disperazione per un personaggio di romanzo”.
Per un personaggio di romanzo, appunto.
Perché, aggiunge Moravia tramite le parole di Lucio: “sapevo benissimo che pur nutrendo la stessa avversione, non mi sarei certamente ucciso a causa del regime politico allora dominante in Italia”.
No, lui non lo farà. Non lui, almeno.

Come detto prima, tra tintarelle, corteggiamenti fatti di sguardi e di riflessioni sulla vita, sulla morte e sulla disperazione, c’è lo sfondo il fascismo.
Ci sono i discorsi del Duce da ascoltare alla radio – per dovere, non per volontà.
Ci sono i saluti romani che – quasi d’obbligo – devono esser fatti, per non destare sospetti.
Per non essere marchiati come antifascisti.
Per non distinguersi e per rimanere uguali. Uguali alla massa.

“Per caso sarebbe antifascista?”
Chiede un pescatore una sera in cui Lucio diserta l’ascolto di un discorso del Duce. I due si ritrovano così a confrontarsi sulla morte e sulla disperazione.
“Se lei fosse veramente disperato – sostiene il pescatore – non verrebbe a dirmelo.” E lui ne è certo perché, mentre Lucio è un germanista, il pescatore si definisce un “vitalista” (uno che di vita se ne intende un po’, dice).

“Per caso sarebbe antifascista?”
Chiede quindi il pescatore.
“Ho esitato, poi ho spiegato (dice Lucio) – Se è vero, come credo che sia vero, che il fascismo è un regime di massa, allora sono antifascista.
– Guarda, guarda, cosa rimprovera alle masse?

– Nulla, proprio nulla. La colpa è tutta mia. Le masse sono la normalità, io sono anormale. Sono fatto in modo che mi riesce difficile convivere con le masse. Allora, visto che è impossibile conviverci, è meglio separarsi.
– Ecco che si parla adesso con buon senso: perché disperare quando si può divorziare?
– Il divorzio, nel mio caso, vuol dire suicidio.”

Come già accennato, non sarà lo scrittore a compiere l’atto estremo del suicidio.

Ma tale strada verrà scelta da chi “non aveva voluto sopravvivere all’uomo che le faceva orrore perché aveva le mani sporche di sangue”.
Un uomo nazista. Un fedele al regime.
E che pagò per la sua fedeltà.

Mentre Lucio, antifascista intellettuale, uomo che si mantiene alla larga dall’attivismo politico, resta solo nella sua disperazione.

Una disperazione che lo porta ad rimanere immobile, ad assistere come uno spettatore inerme a quei suicidi e a quegli omicidi.

Lucio ha una posizione, ma non ha la forza di reagire, di opporsi.
Perché il fascismo è massa. E lui è da solo.
Isolato.
E disperato nel suo isolamento intellettuale.
La colpa è tutta mia – dice – Le masse sono la normalità, io sono anormale”.

Non gli resta quindi che accettare i suicidi, mentre guarda il mare nella sua stanza d’albergo, a Capri, mentre il fascismo “tweetta” indisturbato sui canali radio e mentre le masse lo etichettano come diverso, come nemico. Perché antifascista.

E non è questa, in fondo, la forza del fascismo? Isolare e rendere inermi.

Far sentire l’antifascista fuori posto, colpevole di un peccato talmente grave che la società non potrà più reintegrarlo, accettarlo.

Lucio rimane solo.
E non è questa, in fondo, la forza del fascismo?
Rendere soli i diversi. I diversi dalle masse.
I più deboli.
E i disperati. Disperati dall’orrore del fascismo.
E far credere di essere anormali. 

 

 

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.

20150823_192225Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Con in cielo solo qualche debole stella. O al massimo qualche spicchio di luna, piccolo. Quando non sai dove inizia di preciso il batti-asciuga e cammini, cammini. Senti di avvicinarti sempre di più a quelle piccole e delicate onde estive che accarezzano la terra. E la cerchi con i piedi quella linea di scontro tra acqua e sabbia. Odio e amore, eterno.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte in cui ci perdemmo tra le folle ondeggianti della Vucciria. Tra gente con il bicchiere di Sangue o con una Forst in mano, mentre intonavano il coro “Bevo, bevo, bevo. Ubriaco e sono felice, anche se poi vomito”.
Iniziammo a ridere e a giocare con i biliardini montati per strada, nella piazzetta sempre bagnata, tra sedie Algida rosse appiccicose per il troppo alcool zuccherato che ne aveva illuminato – per un attimo – la liscia superficie.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte di un compleanno in cui ci ritrovammo tra tovaglie spiegate sulla sabbia umida, tra candele alla citronella e bevande che non erano più fresche. Mi guardavi mentre parlavo di Pasolini con uno sconosciuto e mi prendevi in giro. “Bastaaaa” dicevi ridendo. “Ma quanto parli?”
Eppure era la felicità di essere lì – lì anche con te – mischiata all’ebbrezza dell’alcool (per quel poco che sorseggiavo) e mischiata alla salsedine notturna del mare di Mondello che mi rendeva esuberante. E sì, parlavo di Petrolio, delle Ceneri di Gramsci. E tu mi prendevi in giro.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Di quella notte che aspettasti la mezzanotte per farmi gli auguri di compleanno. Lì, seduta con il tuo vestito nero su una poltroncina bianca in una spiaggetta della Cala.
Scartammo insieme il tuo regalo: un biglietto per il concerto di un gruppo a me sconosciuto. Ti guardai con aria interrogativa. E mi dicesti: “Suonano a Milano”.
Ci abbracciammo.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Quello che vedo dal finestrino di un aereo – l’ennesimo – che prendo per tornare al Nord. Dove non c’è la salsedine, non c’è il fruscio delle onde. Dove non c’è il biliardino per strada, dove non ci sono le balate inzuppate d’acqua. Dove non c’è la mia bicicletta, che tu guardavi ridendo e dicendo che era troppo grande per me. E sì, lo era. Ma giravo per il centro storico così, con un caschetto e percorrendo le corsie preferenziali, con l’ansia di ritrovarmi la 101 alle spalle.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Come quella notte in cui ci ritrovammo sul bastione di Cefalù. Non lo vedevamo, il mare. Il faro era alle nostre spalle ma non si vedeva nulla. Era una sera di agosto e il cielo era carico di nuvole pesanti. Da un momento all’altro sarebbe venuto giù il diluvio. Il vento spingeva i nostri capelli, le nostre gonne. Ma ci ostinammo e lì, sul bastione, con alle nostre spalle il mare nero, scattammo una foto.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare. Il mare di notte.
Che anche se non lo vedi, sai che è lì. E nulla potrà cambiare tutto questo. Mai.

Alle volte vorrei che tu fossi il mare, non solo di notte, per poterti parlare in qualsiasi spiaggia andrò.

 

 

Sul Naviglio Grande ho rincorso l’odore di pagine antiche

Ci sono artisti così bizzarri che ci disegnano in luoghi che non comprendiamo. E’ arte – ci dicono – e quel puntino in mezzo alla tela sei tu. Prova a sentire”. Alle volte ci riusciamo. Altre volte non ci resta che rassegnarci alla nostra cecità. La posizione scelta per noi dagli artisti è alle volte il frutto di un calcolo preciso. Altre, invece, di pura casualità: una goccia di tempera cade lì e noi siamo solo pedine. Non ci è dato sapere altro.
Però, in alcune circostante, la memoria ci aiuta a comprendere perché siamo proprio quel puntino lì. Perché siamo sperduti in una strada aggrovigliata in una grande tela. Una strada che non sapevamo di avere già percorso e che invece conosciamo. C’eravamo già smarriti lì, una volta. E magari su quella strada abbiamo anche scattato una foto. Come quella che ho trovato ieri sera, per caso, nel mio vecchio pc.

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È una foto del Naviglio Grande scattata da uno dei suoi ponti. Un istante catturato da me cinque anni fa quando, con il cuore innamorato di Palermo, ero comunque cosciente che prima o poi avrei dovuto fare le valigie. In un giorno di maggio mi ritrovai lì per consegnare l’ennesimo curriculum e mi persi. Appena fuori dalla stazione di Porta Genova mi sentii sperduta, non trovavo la mia strada. “Vado a destra? A sinistra? Ok, provo a destra. Chissà cosa c’è oltre quell’angolo, lì in fondo”.
Dove oggi c’è un locale con lanterne dalla luce calda poggiate su tovaglie color panna, con piccole luci sospese in aria con dei fili delicati e aggrappati ai rami di piccoli alberi, non c’era altro che un brullo marciapiede. E poi auto. Auto parcheggiate ovunque, a destra e a sinistra del canale e mura forse un po’ trascurate.

Eppure quel posto mi colpì. Rimasi ferma a osservare i colori delle facciate delle case, quel cielo ribaltato nelle acque del canale e quel ponte che adesso percorro ogni giorno.
Solo ieri sera ho ricordato tutto. Ho ricordato che, scattando quella foto, cinque anni fa, avevo pensato “Come sarebbe bello vivere qui”. Lo avevo dimenticato.

Un anno e mezzo fa, quattro anni dopo quella fotografia, trovai casa lì per caso in una sera di dicembre. Sapevo solo che quell’offerta trovata su internet proponeva un monolocale vicino il mio nuovo ufficio. E per me, appena trasferita a Milano, il nome di quella via era un nome come tanti. Non avevo capito che si trattava della strada che costeggia il canale.
Andai all’appuntamento e firmai subito i documenti per affittare casa. Era una serata carica di nebbia e, appena tornata in strada, consultai Google Maps per cercare una fermata metro: la più vicina era Porta Genova. E da quella mappa notai una linea azzurra: era il canale. Possibile?
Attraversai la strada, lasciando alle mie spalle il condominio in cui ero appena stata e superai la fitta nebbia di dicembre: lì c’era il Naviglio. Solo in quel momento iniziai a capire dove fossi. Poco dopo mi ritrovai sullo stesso ponte in cui mi ero fermata quattro anni prima per scattare una foto. Quella foto trovata per caso ieri sera.

Ritrovai un Naviglio molto diverso e da una parte all’altra del canale pendevano fili carichi di luci di Natale. Si specchiavano nell’acqua del canale, spiccavano tra la folta nebbia e indicavano la strada. La strada che cercavo.

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Adesso su quel ponte, su quello stesso ponte dove quattro anni prima mi ero persa, alle volte vedo anche l’alba. Opaca, tiepida, dai colori tenui che hanno il sapore di un giallo antico. Lo stesso giallo delle pagine dei libri antichi che ogni sabato mattina invadono le bancarelle del mercatino dell’usato del Naviglio Grande. Adesso la mia casa è colma di quei libri. Alle volte, durante la notte, capita che mi svegli ed è l’odore di pagine antiche e gialle ad accogliermi.

Per me, ormai, è quello l’odore di Milano. L’odore di pagine stampate anni fa e che mi hanno atteso. O che forse ho rincorso, senza saperlo, sul Naviglio Grande. Le ho rincorse in quella strada disegnata da luci di Natale.